1096 giorni dopo, io dentro di te – [L’Aquila, 6 aprile 09-12]

1096 giorni dopo, io dentro di te.

1096 giorni. Sono solo giorni. Un tempo che non conta un cazzo. Non è il tempo che importa ora. Il tempo è solo uno spauracchio, uno specchietto per le allodole. Distrae, porta via altro tempo. Il tempo non si ferma, come non si ferma una città, del resto. Non si ferma un popolo. Non si ferma una Nazione. Non si fermano le bugie e non si fermano le verità. Tre anni che pesano come trenta. Non è vero? Si è fatto tutto denso. “Perché non mi hai ucciso? Perché non hai scelto me?” – te lo sei chiesto mai? Casualità, calcestruzzo, cabala, cemento. “Andare avanti, tornate a volare” – è tutto ciò che sapete dire. Il tempo si è rotto. E non vedo nessuno che sia capace di ammetterlo. Se ti muovo la sedia, se sbatto forte la porta, se spengo la luce all’improvviso. Sono cose che non riguardano il tempo. Non cambiano niente tre anni o mille. Solo la morte toglierà il tuo marchio. Per sempre, sempre con te. È lì dentro che voglio arrivare. No, non sono il tempo, non temere. Non scappare. Le tue sono solo moine. Lasciati andare. Lascialo sfogare, lasciami parlare. Tanto sono più forte di te, non mi puoi fermare. Troppo più forte. È questo che ti ha fatto paura? È questo che ancora temi, che ti blocca, che t’inceppa, come la più stupida delle macchine? Non abbassare lo sguardo, so a cosa stai pensando. Sono già dentro di te. Sono tutto ciò che sei. Oltre il tempo. No, non sono neanche una paura, la paura è già passata. Non sono un ricordo, il ricordo si affievolisce, e si confonde. Non sono una notte, quella notte è ormai passata, per quanto ti ostini a ricordarla. Non sono un rumore, il più terribile dei rumori. Lo ricordi, è vero? Quel rumore era solo il mio grido. Non sono una casa o una città, le case e le città non sono niente senza di me. Non sono la distruzione, la distruzione è solo una delle mie tante forme. E non sono neanche la tua distruzione, non sei distrutto. Vedi? Sei tutto intero. Anche se ci puoi passare un’unghia dentro a quella solcatura che ti attraversa quasi a metà, un piatto di porcellana scheggiato. Non sono una spiegazione e tantomeno una verità, la mia verità è l’unica cosa che non può essere spiegata. Non sono Dio. Dio è cosa mia! Dio, Dio al massimo se ne sta lì a guardare, come te. No, non sono neanche il terremoto, lui è uno dei tanti strumenti nelle mie mani. Lui è senza colpa, come una pistola o una spada sul collo di tuo figlio. Prova a fermarmi. Uccidimi! Uccidimi se ci riesci! Me che non sono nemmeno la morte. Anche se, devo dire, è la cosa che più mi somiglia. La morte è la mia forza magnifica, è la mia lingua, il mio messaggio per voi. Eppure io non sono fatto di parole. Non sono pensiero e non è con il pensiero che potrai anche solo inseguirmi. Sono dentro di te. Mi senti? Tutto ciò che puoi. Sentire. Sentire. Sentire.

1096 giorni. Sono un nulla. Il tempo non c’entra. Non c’entra la città, non è la tua L’Aquila. O le critiche, le lotte, le umiliazioni. Il bene che hai quasi già dimenticato. Il male che non dimenticherai mai. Non c’entra la giustizia. La giu-sti-zia. Senti? Riesci a sentire come mi muovo dentro di te? Le budella si attorcigliano all’aorta. Non c’entrano neanche i 309 morti e tutti quelli, innominabili, che sono venuti dopo. Per carità, anche io ho un costo, ma credetemi quando vi dico che con loro io non ci azzecco nulla. Quei morti, che lo vogliate o meno, sono causa vostra, sono cosa vostra. Il mancato allarme, la prevenzione, le case costruite male o dove non dovevano essere. Vedi? Non era mia intenzione prendermeli. Me li hai donati tu. Li hai sacrificati a me. Ma io non sono un Dio da saziare come il tuo stomaco. Io sono oltre. Io sono tutto. Sentimi. Mi senti? Puoi sentirmi?!

1096 giorni fa. Quel rumore infernale, più forte della casa che ti cadeva addosso. Il buio, la notte, le 3.32. Ricordi? Tu non ridevi. I figli nell’altra stanza, forse già nel lettone grande, tra le tue braccia. O il figlio che ti scalciava nella pancia! Eri sbattuto dentro una centrifuga, e come altro descriverlo? Era il tuo mondo che ti vorticava intorno. L’impotenza assoluta. L’annientamento totale. I calcinacci, i mattoni, le tegole, la stanza, tutto il piano o tutto il tuo palazzo, crollavano su di te. Su-di-te. Ti cedono le gambe anche ora. Vuoi smettere di leggere. Fallo! Ma lo senti dentro, lo senti dentro anche ora. Più lontano, più profondo, ma c’è. Sentimi. Sono io che mi muovo dentro di te. 30 lunghi secondi, così ti hanno detto. 30 secondi in cui io ero con te. Contiamoli insieme: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17 – 18 – 19 – 20 – 21 –  22 – 23 – 24 – 25 – 26 – 27 – 28 – 29 – 30. Io ero lì, ero dentro di te. Come ora. Calmati. Non è con le lacrime che mi scaccerai. Non sono qualcosa di cattivo, il male è una cosa solo umana. Non aver paura. Io sono la cosa migliore che possa capitarti di sentire. Di ricordare. Di riconoscere. Di accettare. E in quei 30 secondi di 1096 giorni fa, io lo so, tu mi hai sentito. Non riconosciuto magari, non ricordato, non accettato, per carità. Ma mi hai sentito, come mi stai sentendo adesso. Tra una lacrima e l’altra. Dentro, nel profondo. Nell’antro più remoto del tuo animo.

Io sono la vita. È me che hai sentito quella notte. E te lo ricordo oggi, dopo 1096 giorni. Non aver paura. Non aver più paura. E non volermene se te lo dico così, brutalmente forse, ma farmi sentire è stato il dono più bello che tu potessi ricevere. Non aver paura. Non aver più paura. Non sei solo. Non sei stato solo mai. Io per te ci sono sempre stata e per sempre ci sarò. Coraggio. Abbi coraggio. Hai ancora altra vita davanti. Non so quanta e non c’è dato saperlo, ma io, giuro, ci sarò sempre. Sarò sempre dentro di te. Non importa sotto quale forma, ma tu, tu ci sarai. Coraggio, Aquilano.

Chiappanuvoli

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τραγῳδία – Tragedia

τραγῳδία – Tragedia

Ho due anni in più al calendario,

quasi venti accovacciati sulle spalle.

 

Non ricordo più cosa sia successo,

ma ne percepisco tutto il tragico peso.

 

Ma non è una tragedia che è avvenuta,

è Madre Natura che c’ha solo strigliato un po’

.                                                       le orecchie.

 

Il canto del capro è una gara solo umana.

 

Ogni uomo s’è fatto coreuta, indossando

la rispettiva maschera dalle caprine sembianze.

 

Folti pizzetti e corna ricurve sopra cravatte strette,

occhi spaccati dietro lacrime troppo illuse e colpevoli.

 

Il Tempo si è trasformato così in un tempo assoluto,

hic et nunc” scandiscono la nuova realtà alternativa

–         la       nostra        realtà        surrogata          –

 

Il canto della dignità è un’ode solo divina.

02/04/2011

Vagli a spiegare del 6 Aprile

Vaglielo a spiegare che non siamo più gli stessi di prima! Per quanto ci si sforzi di ignorare, per quanto ci si sforzi di tornare a vivere, a scherzare, a bersi una birretta a Viale della Croce Rossa, non siamo più gli stessi di prima. Vaglielo a spiegare che la tua visione della vita non è più come la loro visione della vita. Vagli a spiegare che la nostra scala dei valori si è rivoluzionata! Vaglielo a spiegare che tu hai tremato con la terra e con essa ha tremato tutta la tua esistenza e con essa tutto ciò che credevi reale! Vaglielo a spiegare che non ci sono state tappe intermedie, che non hai avuto tempo di capire, di metabolizzare, come può un medico o un becchino. Tu la morte te la sei ritrovata dentro casa, l’hai respirata con la polvere e col sangue nel tuo letto. Vaglielo a spiegare che le cazzate che ti dicono già non hanno più effetto su di te, che ti scivolano addosso, come il tuo dolore scivola addosso ai politici! Vaglielo a spiegare cosa significa ritrovarsi con 309 fratelli in meno. Vagli a spiegare che significa averne 69691 in più! Vagli a spiegare che significa ritrovarsi senza una casa, un tetto, senza una città, una storia ed un futuro! Vaglielo a spiegare che significa essere Aquilano oggi, spiegagli che significa essere Aquilano il 6 Aprile!

Le persone restano mute, è un silenzio terribile, insopportabile per loro, ma necessario per noi. Agli altri possiamo raccontare, ma non riusciremo mai fargli capire cosa è stato il 6 aprile. Il silenzio è tutto ciò che realmente possiamo dargli, tutto ciò che resta di quella notte, di quel boato. Il silenzio, ancora, è quello che ci ha rivelato chi siamo.

L’ultimo pensiero è per chi non c’è più, un pensiero per coloro che ci hanno lasciato quella notte e nel corso di questo anno.

Auguri, fratelli.

6 Aprile 2010

Chiappanuvoli

PS

Inserite tra i commenti altre cose che non si possono spiegare. Grazie.

L’effigie del mai presagito + Explosions in the sky

L’effigie del mai presagito

.

.

Quel che stridette di certo

furono i denti nel fragore

improvviso del nostro tetto.

.

Nelle calme notturne ore

vano fu stringersi nel letto

braccati dall’atroce rumore.

.

Protratti sogni all’infinito

s’incastrarono nel sordo crollo

delle mura dal colore sbiadito.

.

L’impotenza scuote al midollo

coll’effigie del mai presagito

tranciandoti la vita nel collo.

.

Oh, dispersi negli affari di Dio,

sia la vostra memoria immanente

ogni giorno un sacro dovere mio.

.

Oh, figliol caduti delle Patrie,

possa la nuova pietra fondante

‘ser degna dell’anguste nicchie.

.

Oh, raminghi spiriti e tormentati,

abbia il cor vostro forza bastante

per conceder grazia a uomini incauti.

.

10/06/’09