Violenza Romana

In questo blog ogni riferimento politico è puramente casuale, qui non si parla della politica che siamo abituati a conoscere, ma della politica come servizio, della necessità antropologica della politica.

foto di Annalisa Melandri (http://www.annalisamelandri.it/)

16/12/2010

Io a Roma non c’ero. Col senno di poi, avrei voluto esserci però. Per capire meglio, per vedere con i miei occhi e per sentire con le mie orecchie. Per questo, le parole che ho scritto non hanno la pretesa di dare un lettura politica di quanto avvenuto. Ritengo la questione ben complessa per dare anche un singolo giudizio su qualsiasi delle persone presenti a Roma. La mia è una lettura esterna su un evento che rappresenta il momento storico che stiamo vivendo. La mia è una interpretazione “sistemica”.

Sento parlare in questi giorni di violenza, di protesta, di manifestazioni pacifiche. Vedo le persone riempirsi le bocche in televisione o sui giornali o nei profili di Facebook di parole di condanna o di difesa per la violenza perpetrata ieri. Vedo gente difendere o continuare ad attaccare. Ma difendere cosa? Attaccare cosa? In realtà, ciò che si sta dicendo in questi giorni ha del vago, ha del qualunquismo infilato tra le righe. La violenza è uno dei capisaldi che fondano la natura e lo spirito umano. La società si fonda, secondo gran parte dell’Antropologia, sul controllo della violenza. Il potere, diceva Weber, è null’altro che il controllo della violenza. La violenza non è, dunque, il manganello, la pietra, il fumogeno, il fuoco, gli arresti improbabili, la sciarpa sul viso, la disorganizzazione organizzata delle forze dell’ordine. La violenza è altro, è altro di più profondo, è un sub-strato, è un humus, è un contesto.

I fatti visti 2 giorni fa a Roma manifestano una semplicità quasi imbarazzante da ammettere. Una vergogna profonda dentro ognuno di noi. Perché vedendo quelle immagini, la prima emozione che si prova non è il disgusto o la rabbia. La prima emozione che si prova, ma che al contempo non si accetta, è la vergogna. Ognuno di noi, infatti, è cosciente, anche inconsciamente, di essere parte integrante del sistema società. Anche gli emarginanti, ad una lettura attenta, ne avvertono il peso mostruoso o il peso leggero della libertà di non esser parte di un tutto, di un prodotto profondamente umano e culturale. La società è un corpo vivo, fatto da ogni piccola cellula viva e in qualche modo responsabile del tutto. L’individualismo stesso, messo in croce da 50 anni a questa parte, dai sistemi di lettura sociologica, non ne è che un effetto. L’individualismo è una pena da espiare.

Non a caso di vergogna parla anche Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica. Ma pur cogliendo il noccio della questione, la lettura di Saviano resta di superficie. Quello scritto è un messaggio debole, valido il tempo di far stemperare gli animi. La direzione delle sue parole è giusta, ma un cartello non rappresenta da solo la strada che siamo chiamati a percorrere. «Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto contrario.» ha scritto.

La vergogna nasce quando qualcosa in cui si crede inizia a vacillare, Dio agli occhi di Adamo ed Eva dopo le malizie del serpente. La vergogna per cosa, però? La vergogna per noi stessi, per le nostre credenze, per i nostri sistemi di riferimento, per la nostra cultura, per la nostra società. La vergogna per noi stessi in ultima analisi. E la vergogna è uno dei fattori scatenanti della violenza. Non siamo fatti per vivere nel caos, o almeno, non lo siamo più, per questo reagiamo e reagiamo con violenza ai dubbi.

Quello che abbiamo visto a Roma non era violenza fine a se stessa, era vergogna reazionaria che genera violenza. E questo è valido per i cosiddetti black block, per i book block, per gli studenti, per i terremotati, per quelli di Napoli, per i popolo Viola, per le forze dell’ordine, per le questure, per il ministero dell’interno, e via dicendo. Mai la violenza è senza causa, ma ha una causa profonda, non politica ma vitale. A Roma, in definitiva, si è manifestata la vergogna di un sistema che ormai vacilla, di una Nazione ormai allo sbando, di una cultura stuprata ogni giorno, di una dignità umana che non ricordiamo quasi più, ma che sappiamo in fondo di avere. La fine di un ciclo si è palesata. Potranno continuare a mettere “toppe”, ad elargire contentini, a mistificare la realtà, ma ormai il declino è in atto. Non si parla qui di sistema economico italiano, di Governi e Governucoli, di Capitalismo o di altre chimere. Qui si parla di sistema culturale, simbolico, semantico. Qui si parla della ragnatela su cui si è costruita la nostra cultura dalla notte dei tempi. Ebbene spesso questa ragnatela si rompe lasciando cadere i sistemi nel vortice del caos. Caos in cui non possiamo più esistere.

Quello che è successo a Roma è un campanello d’allarme, come del resto ne è piena la cronaca quotidiana o i racconti dei fatti provenienti dal resto del mondo. Qualsiasi di essi. La violenza è il suono di questo campanello. La violenza si palesa sempre per ricordare, per avvisare che il sistema culturale, le nostre convinzioni, stanno crollando. Piano piano o d’improvviso. Lei, la violenza, ce lo sta a ricordare perché lei è sotto, lei è prima, lei è dentro ognuno di noi. Lei è parte non è un semplice mezzo.

Chiappanuvoli

Link:

Lettera ai ragazzi del movimento di R. Saviano

Risposta degli studenti a Saviano contenuta in http://www.ateneinrivolta.org

La carriola (+ video iK Produzioni)

Fino a qualche ora fa, la carriola era uno strumento da lavoro prevalentemente edile, o da giardinaggio. Non si tratta di altro, dal punto di vista tecnico, che di una leva di secondo genere. Semplice, efficace, indispensabile. Esiste da sempre, è più vecchia la carriola che Gesù Cristo, Maometto o Buddha, ma forse pare sia contemporanea di Confucio.

Popolarmente la carriola è un gioco da bambini, all’opposto un gioco per adulti come posizione del Kama Sutra, la carriola è il titolo di un racconto breve di Pirandello, oppure è un’espressione d’uso comune “tua nonna in carriola” (con la variante aggiuntiva “con le mutande viola”) che dovrebbe stare ad indicare, grazie all’uso della metafora, una cosa assurda, sciocca, ridicola.

Oggi la carriola è diventato un simbolo, che deve crescere, dovrà essere sostenuto e alimentato da altro significato e, soprattutto, diffuso in ogni luogo possibile. Oggi la carriola è simbolo di libertà ed, al contempo, di rivalsa nei confronti delle angherie del potere, delle illogicità doppiogiochiste della burocrazia e del costume, troppo diffuso nel nostro paese, della corruzione. Oggi, in definitiva, la carriola è come la falce ed il martello, il fascio littorio, la stella nel centro della bandiera, il broncio del Duce, la barba di Che Guevara, la pelata di Berlusconi, l’abbronzatura di Obama, la mano destra aperta e la sinistra chiusa a pugno, è come il colore dell’arcobaleno con la scritta pace, è come la svastica o la A dentro un cerchio.

Cosa, d’altro canto, non è la carriola. Non è un partito politico, tanto meno un movimento politico, non è espressione di interessi economici, non è una lobby insomma, non è una moda, non è uno status sociale, non è una classe sociale, non è la rappresentazione di un gruppo di ribelli. La ribellione non c’entra, è solo una parola ormai svuotata di senso.

Non tutti sanno cosa è un simbolo e da dove viene questo termine. Il simbolo è un elemento della comunicazione che possiede un significato. Rispetto al “semplice” e comune segno, come le lettere con cui scriviamo o i numeri con cui contiamo, il simbolo possiede un valore aggiunto, “un più di senso”, direbbe lo studioso Cassirer, “un accumulo di significati, che lo rendono molto più significante rispetto al segno” (wiki, simbolo). La parola simbolo viene dal latino symbolum, che a sua volta deriva dal greco súmbolon, rispettivamente dalle radici sym “insieme” e da bolé “un lancio”. Unite queste due radici, simbolo va ad avere il significato di “mettere insieme”.

Tornando al nostro discorso, possiamo affermare, dunque, con cognizione di causa che la carriola è diventata un simbolo che tiene unite le persone. Entrando un po’ più nello specifico, la carriola è il simbolo di un movimento popolare che vuole far sentire la sua voce, vuole determinare il suo futuro, che vuole partecipare ai momenti decisionali assieme alle istituzioni. La carriola è simbolo di autodeterminazione popolare. Il “Popolo delle carriole” è il nome che questo movimento di autodeterminazione popolare spontaneo si è dato.

A dieci mesi dal terremoto che ha sconvolto la loro città, al terzo appuntamento nel centro storico, ma con il pratico obiettivo di ripulirla finalmente dalle macerie lì ancora abbandonate, il Popolo delle carriole è riuscito a riunire 6000 persone. Un gruppo di lavoro per differenziare, secondo la normativa vigente, i rifiuti ed i detriti, una catena umana lunga quanto il corso, da Piazza Palazzo alla Villa Comunale dell’Aquila, bambini con carriole di plastica, anziani commossi, signore e signori, ragazzi e ragazze, tutti in fila, tutti uguali, tutti uniti, tutti insieme per ripulire la città dalle macerie ma, anche metaforicamente, dal lerciume che ha imperversato in questi luoghi feriti, per ripulire, inoltre, le ignobili macchie lasciate dalla corruzione; questo è il Popolo delle carriole.

Fiumi d’inchiostro sono stati versati, megabite di memoria in fotocamere digitali e videocamere si sono accumulati, il dibattito politico si è acceso e l’attenzione è ritornata sulla città dell’Aquila. È stato detto tanto, a favore e contro, è stato scritto tanto. Quel che però non è stato valutato sufficientemente è il portato antropologico e sociale che tale iniziativa a generato. Viviamo in un mondo abulico, dove la fede per una squadra di calcio è più forte della fiducia in se stessi. Un mondo in cui l’apparenza la fa da padrone sull’essenza, e non serve aggiunger altro. Ebbene, il movimento del Popolo delle carriole, inconsciamente certo, ha il potere intrinseco di ribaltare queste gerarchie artificiali. Ha il potere di riportare sia le masse che ogni singolo individuo vicino ai significati più profondi, alla radice della vita stessa. Non si parla qui di altro se non di sopravvivenza, naturale, genuina, tale e quale a quella di una gazzella nella savana. Queste persone stanno lottando per la loro sopravvivenza, per quella della loro città, del loro futuro, del loro innato diritto alla vita. Non si deve mai sottovalutare tale aspetto, il più semplice, il gradino più basso nell’ipotetica scala della costruzione culturale umana, ma, forse, l’aspetto più importante. Innumerevoli esempi simili la Storia avrebbe da offrire, dacché l’uomo, come noi lo conosciamo, ha iniziato creare simboli e significati.

Che si carichino le carriole, oltre che di coraggio, determinazione, forza ed intelligenza, anche dello spirito di sopravvivenza e del diritto alla propria vita, dunque, l’istinto e la natura di tutte le cose esistenti sono dalla vostra parte! Fatto sta che la carriola non sarà mai più la stessa.

4 Marzo 2010

Grazie per la gentile concessione del video ad Alberto Puliafito