L’Aquila, figlia d’Italia. L’Aquila, figlia della Mafia

Aquila

E passano quasi cinque anni e ogni giorno ne senti una nuova, ogni volta che leggi il giornale, ogni volta che parli con qualche amico ne spunta un’altra. C’è stato il periodo di Berlusconi, quello di Bertolaso, che conosciamo bene, l’emergenza gestita “in emergenza”, con valanghe di soldi che scorrevano da per tutto, tutto affidato senza gara d’appalto. C’è stato il momento della costruzione del Progetto C.a.s.e., ditte accorse da tutta Italia, altri milioni che arrivavano e venivano spartiti, appalti e sub-appalti, imprese mafiose che ci hanno sguazzato, alcune grazie al supporto “logistico” di aziende aquilane. Poi c’è stato il momento della ricostruzione, il meccanismo farraginoso, l’ingorgo burocratico, le scappatoie per i furbetti. È mancato il controllo, quello vero, e così si è andati avanti a coscienza, qui ha voluto fregare lo ha fatto, chi ha deciso di non infrangere le regole, spesso è rimasto impantanato. Ma la ricostruzione è partita, molti di noi sono tornati a casa. La casa. Infissi nuovi, pavimenti nuovi, bagni con l’idromassaggio, volumetrie aumentate, catapecchie diventate case, cantine improvvisamente abitabili. Potrei citare almeno dieci casi di persone che ci hanno marciato, conosco una famiglia che non aveva danni e che ha ricevuto un contributo di 250.000 euro. Ho persino chiamato la Guardia di Finanza, mi è stato detto che dovevo fare una denuncia nominale, ma che poi sarebbe stata la mia parola contro la firma di un tecnico, e non sarebbe andata a finire bene in tribunale. Ho pensato persino di mettere fuoco a quella casa, avevo studiato tutto nei dettagli, poi non l’ho fatto. Se io ne conosco dieci, voi aquilani quanti altri ne conoscete? Poi c’è stato il momento degli scandali, la Maddalena, quelli che ridevano e che ci hanno indignato, e i primi fuochi di paglia in città, quello che ha fatto costruire abusivamente la casa alla mamma, i capannoni industriali spuntati come funghi, la gestione opaca dei puntellamenti, i M.a.p. e le C.a.s.e. costruite non male, ma da schifo. Insomma non rose e fiore, ma poi, col mare di merda, impari a vivere, ti senti un po’ sporco anche tu, anche se non hai fatto nulla di male, e tiri avanti. E poi è arrivato il periodo dei processi, quelli contro i manifestanti, contro di noi, finiti in un nulla di fatto, quello decisivo contro la commissione grandi rischi che ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale. Una piccola soddisfazione. Arriviamo dunque, alla giornata di ieri, arresti, denunce, è stato colpito il cuore del cuore artificiale che ci doveva tenere in vita, assessori, vice sindaco e tutti che parlano che dicono e che si sentono, giustamente, indignati. Le prime pagine dei giornali, una figura di merda colossale. Ora, facciamola breve, che voglio dire, senza usare giri di parole?

L’Aquila è, in questo momento e da cinque anni, la figlia prediletta dell’Italia. Potranno anche dire, dal Governo, che non ci meritiamo i finanziamenti che ci hanno dato finora e che non vorranno darcene altri, ma se non fossimo stati corrotti anche noi, se non fossimo stati corrotti come loro, quei finanziamenti non sarebbero mai arrivati. C’è un sistema mafioso perché la cultura nel nostro Paese è mafiosa, non mi stancherò mai di ripeterlo. Questo dovrebbe giustificare il comportamento dei bastardi corrotti? No, certamente, la mia è solo una considerazione. E la considerazione che faccio dopo è che il loro tempo è passato, ora tocca agli onesti, è il tempo degli onesti. Il resto della nostra città va ricostruito senza ombre, nella giustizia. Almeno per salvare l’onore, la faccia. C’è bisogno di un cambio di vertice, che non è un mero cambio di orizzonte politico, toccherebbe alla destra e la destra non è meglio della sinistra, è tutta la stessa fogna. Credo, invece, che ora la cosa pubblica andrebbe gestita dalle persone oneste che amano la politica e che con la Politica ci entrano ben poco. Non i Grillini e compagnia bella, ma la gente per bene, che abbiamo imparato a conoscere in questi cinque anni, guardiamoci attorno, per fortuna, ci sono anche loro all’Aquila. Il problema che sorgerebbe però non sarebbe di poco conto, come potrebbero loro relazionarsi al sistema Italia mafioso? Non potrebbero, credo. Ma vale la pena rischiare. Forse un po’ di ipocrisia da parte di Roma, un po’ della loro solita omertà potrebbe alleggerire lo scarto.

Per quel che mi riguarda, non parteciperò ad alcuna protesta. Non voglio, io non so più protestare, non lo so più fare nei limiti della legalità, non ci riesco più ed è meglio che me ne sto a casa. Sto scrivendo, sto scrivendo per L’Aquila e questo mi basta. Io, per conto mio, ho già fallito, ho già fallito quando non ho messo fuoco a quella casa maledetta da 250.000 euro.

Chiappanuvoli

10 motivi per cui Franco Gabrielli ha ragione

Alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal Capo della Protezione Civile e ex Prefetto della città dell’Aquila, ossia che gli Emiliani hanno reagito meglio al terremoto rispetto agli Aquilani, mi sento di affermare, con orgoglio per il nostro e sdegno per i tanti sciocchi Aquilani, che Franco Gabrielli ha ragione per almeno 10 motivi:

1. Abbiamo permesso ad un nano cialtrone di venire a fare i suoi porci comodi sul nostro territorio (certo in condivisione con 70 milioni di Italiani…).

2. Abbiamo permesso alla Protezione Civile, alle Chiesa Cattolica, alle varie Regioni, Comuni, Enti, Associazioni, Province di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (con le dovute eccezioni sia chiaro…).

3. Abbiamo permesso alle “cricche” dell’amico Bertolaso di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (non era certo il futuro Capo della Protezione Civile che poteva vigilare sull’operato della Protezione Civile…).

4. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, chiamati giornalisti, di venire a speculare sulla catastrofe che ci ha colpito (cosa avvenuta anche in Emilia ma li erano preparati, forse grazie alla nostra esperienza, ad accoglierli).

5. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, questa volta autentici sciacalli, di svuotare tutte le nostre case più e più volte, aggiungendo il trauma dello stupro dell’intimità al trauma del terremoto (chi doveva controllare?).

6. Abbiamo permesso a una massa di incompetenti locali di arrogarsi il diritto di scegliere per noi, per il nostro futuro, con il risultato di ritrovarci senza futuro e senza alcuna idea di ricostruzione.

7. Abbiamo permesso che costruissero le 19 New Town e in più altri svariati insediamenti detti MAP sul territorio con questi risultati: 2.700 euro a metro quadro (per le C.a.s.e.), pare a un prezzo maggiorato di 4 volte rispetto agli stessi edifici costruiti a Varese, dissuasori sismici non omologati, edifici che cadono a pezzi dopo soli tre anni, nessun servizio per la popolazione, disgregazione sociale e un giro d’affari mostruoso per i soliti loschi figuri (chi doveva controllare anche qui?).

8. Siamo andati in giro con le carriole, prendendoci anche delle denunce firmate proprio dal nostro, a fare i salvatori della Patria, quelli che risolvevano tutto da soli, senza, in realtà, ottenere un “benemerito”. Perché con quelle pale e quelle carriole non siamo andati a rimuovere le uniche “macerie” o “materiali di scarto” che impediscono davvero la nostra ricostruzione?

9. Abbiamo protestato in mille modi e ci abbiamo pure preso mazzate e altre denunce. Siamo arrivati persino a Roma, davanti al Parlamento, senza che ci venisse minimamente in mente di fare ancora un altro passo: entrare nelle stanze del Potere e rivoltare una volta per tutte questo schifo di Paese infame.

10. Ci siamo resi ridicoli agli occhi degli altri Italiani, ci siamo fatti chiamare “ingrati”, ci siamo umiliati per quel che pensavamo di spettasse. Eppure all’inizio, ricordate, “che popolo dignitoso!” – ci dicevano – “Quanta dignità in un momento di dolore così grande!”. All’inizio ci rispettavano. All’inizio ci dicevano che eravamo bravi, bravi terremotati, forse persino più bravi degli altri terremotati. All’inizio, poi abbiamo rovinato tutto. Eravamo bravi solo all’inizio, quando ci leccavano ben bene il culo per imbonirci in attesa del momento della supposta di merda che stavano per insaccarsi nel culo!

Gabrielli ha ragione, per almeno 10 ragioni siamo dei coglioni. Per almeno 10 ragioni gli Emiliani sono meglio di noi. Almeno, questo bruciore che oggi sento riaccendersi all’improvviso, non è stato vano. Emiliani, attenzione alle spalle.

16/10/2012

Chiappanuvoli

Secondo viaggio in Emilia: gli aquilani ci sono, non siete soli.

Non saprei come descrivere l’emozione che ho dentro in questi ultimi momenti prima di andare a dormire. È come una velata dolce sospensione. Domani si riparte, torno in Emilia. Mi accompagna un folle antropologo tedesco che sta facendo il dottorato di ricerca all’Università di Cambridge sull’Aquila, sul recupero della comunità dopo una catastrofe. Si chiama Jan.

Oggi pomeriggio, tra la convulsione dell’organizzazione, ho avuto un’idea. Non volevo andare su per la seconda volta a mani vuote, anche se so che basta la vicinanza, anche se ho capito che in fondo si riesce a fare tanto semplicemente parlando. L’idea era: uscire, improvvisare un reading di mie poesie sul terremoto dell’Aquila, raccogliere offerte e comprare, domani in mattinata, dei teli da campeggio per coprire le tende. L’idea in concreto si è tramutata in: sono uscito, ho portato le poesie con me ma non le ho lette, ho fermato chiunque per strada (per lo più ragazzi in serata, studenti o lavoratori precari), gli ho spiegato i miei piani, ho chiesto loro un contributo economico, anche se minimo, ho raccolto €244,33. Stupefacente. Non ci sono altre parole. E tutto ciò che posso dire a queste persone è grazie.

Domani andrò in ferramenta comprerò quanti più teli è possibile (ovviamente chiederò un lauto sconto). Caricherò tutto in macchina e mi metterò in viaggio. Consegnerò i materiali alla ONG Manitese di Finale Emilia, il mio punto di riferimento in zona. Penseranno poi loro a distribuirli a chi ne bisogno.

Forse la minaccia di sentir recitare le mie poesie, forse la mia rinomata capacità persuasiva, forse il loro cuore più grande delle stesse casse toraciche, forse la vicinanza emotiva per il trauma subito, forse semplicemente il fatto che noi aquilani ci siamo già passati, sappiamo. Sappiamo che non è un telo che ti cambia la vita. Sappiamo, però, che un piccolo gesto vale, per un persona che davvero soffre, tanto quanto carpirgli a mani nude il suo dolore. Sappiamo che una tenda protetta dal sole ti garantisce qualche momento in più di sonno. Sappiamo quanto sono duri i primi giorni, e quanto è necessario riposare per essere lucidi la mattina seguente. Sappiamo che una catastrofe non si risolve quando si spengono le telecamere. Sappiamo che dobbiamo essere uniti e che solo così se ne può uscire.

Ho scritto su un taccuino i nomi di tutti quelli che mi hanno dato una cifra più cospicua. Non riporterò i loro nomi. I loro soldi valgono quanto quelli di chi ha messo solo qualche centesimo. Per ora i loro nomi li terrò per me. Rileggendoli, mi rendo conto che questa cosa di averli appuntati non ha senso. Come faccio a dire a un emiliano questi soldi sono di Tizio o Caio? Eppure forse qualcosa di sensato posso pur farla. Domani comprerò un bigliettino e ci scriverò sopra tutti i loro nomi, anche di quelli che non ho segnato. Lo tappezzerò di nomi. Certo, in concreto, non serve proprio a un cazzo, lo so. Ma esprime vicinanza. Come dire, i corpi dietro a tutti questi nomi esistono, esistono per davvero, ci sono, e ci sono per voi emiliani. Tutto qui. Solo per dire: «Non siete soli». E questo, credo, è tutto ciò che dovrebbe servire in un mondo sano.

07/06/2012

Chiappanuvoli

Terremoto Emilia: la macchina della merda

Uno spettacolo già visto. Lo show del macabro è sempre in agguato. Non nasce con le catastrofi. Esiste e basta. Se si occupa di politici la chiamano “macchina del fango”, quando si occupa di noi poveri Cristi dovremmo chiamarla “macchina della merda”. Audience e imbonimento delle masse, profitto pubblicitario e asservimento al potere. «Va tutto bene. È tutto splendido. Non c’è mai stato un terremoto con questi ascolti! Il Governo ha risposto impeccabilmente e tempestivamente e brillantemente.» Ho ancora nelle orecchie le parole di Bruno Vespa, un monito, una minaccia: «Preferivate stare nei container? Preferivate stare nei container? Preferivate stare nei container?» Sì, Bruno, preferivamo stare nei container, vicini alle nostre case, e non vedere lo scempio di denaro pubblico sperperato dalla casta, dagli amici tuoi e dell’ex Premier Silvio Berlusconi. Preferivamo non assistere alla scena pietosa, metaforizzata nella tua gobba, dell’asservimento più totale alla volontà del regime. “La dittatura della merda” (cit.). È toccato a noi aquilani, oggi tocca agli emiliani.

Ciò che sta succedendo in Emilia forse è anche peggiore. Noi ci siamo dovuti confrontare con la spettacolarizzazione dell’efficenza governativa. Si regalavano dentiere. Il caschetto rosso fiammante del nano andava da per tutto, era onnipresente. Il suo braccio destro SanBertolaso disponeva del potere spirituale e temporale. Ogni sacrosanta decisione era trasmessa a reti unificate. «Daremo una casa a tutti quanti. Costruiremo una Newtown, L’Aquila 2.» Era l’8 aprile. In Emilia il copione è leggermente cambiato ma sempre organizzatissimo. Il messaggio che deve passare è il seguente: «Deve sembrare tutto normale. Dobbiamo mostrare di avere la situazione sotto controllo. Sguardi su campanili e fabbriche, non inquadrate i danni delle case, quelli reali. Mostrate efficenza e morigeratezza. Siamo in crisi. E siamo in crisi anche perché hanno abbiamo avuto quello showman per vent’anni.» Ma sì, minimizziamo. Efficenza e morigeratezza. E non posso fare a meno di sentire anche quell’altra vocina, quella che parla a microfoni spenti. Quella intercettata al telefono alle 3.33 di notte. «Il terremoto in tempo di crisi è una manna dal cielo. Le conseguenze del terremoto, i danni, le responsabilità, le scocciature, le lamentele, la disperazione, lasciamole sul groppone di quei poveri sfigati. Se hanno resistito ad un terremoto, sopporteranno anche questo. Pensiamo a ricostruire. Pensiamo a ricostruire i nostri patrimoni. Per quella cosa siamo già d’accordo. Sì, sì ho sistemato tutto, ho già parlato con Lui…eheheheheheheheheh..» 3.32, io non ridevo.

Le televisione, di proprietà degli stessi uomini di potere, non ne è che il braccio. Il carnefice spietato. Il carnefice spesso tristemente inconsapevole. Passano attraverso i loro auricolari gli ordini più freddi e perversi. «Primo piano sulla bambina. Togli l’audio all’esterna. Trovami una famigliola tranquilla da intervistare. Meglio se hanno perso la casa.» Non c’è da meravigliarsi più di nulla. È solo un altro nemico da conoscere. E da combattere. Dobbiamo allenarci a portare la nostra verità nella casa degli italiani. L’informazione dobbiamo farla da soli. Chi meglio di noi può raccontare i nostri problemi, o le nostre paure? Lo imparerete presto anche voi, cari emiliani, sulla vostra pelle.

Non è un caso che dell’Aquila voi non sapete quanto è grande il centro storico. Non sapete a che punto è la ricostruzione. Non sapete che oltre L’Aquila ci sono altri cinquanta paesi distrutti. Non sapete che eravamo in ventimila a bloccare l’autostrada A24. Non sapete che quasi settanta di noi sono stati denunciati perché tentavamo di mostrare la verità, e di difenderla col proprio corpo. Non sapete che ci hanno manganellato. Non avete mai visto i nostri lividi. Non sapete che eravamo distrutti come ora siete distrutti voi.

Non a caso il resto dell’Italia non conosce i terribili danni che vi ha causato il terremoto. Non a caso sono morte 19 persone il 29 maggio. Non a caso nel resto dell’Italia si crede che vi sono caduti sono le torri degli orologi e qualche chiesa. Non a caso vi fanno sempre le stesse domande. Non a caso le telecamere sono puntate sempre tutte nella stessa direzione. Non a caso i loro sorrisi finiscono quando inizia la diretta. Non a caso vi sentiti smarriti. Non a caso vi sentite soli. Non a caso la bile trasalirà e rimarrete senza fiato non appena metterete il naso fuori dalla Bassa Padana e vi confronterete con il triste teatro della realtà italiana.

Alle 3.32 io non ridevo. Dalle 3.32 del 6 aprile 2009 io non rido più come ridevo prima. Dalle 3.32 io non rido più alle loro battute. Dalle 3.32 io vedo un’altra realtà, e rido ogni giorno perché non possono più ingannarmi. Dalle 3.32 io non ho più paura. E così tutti gli aquilani che hanno occhi per vedere. Oggi tocca a voi. Oggi tocca a voi interrompere le trasmissioni (di regime). Oggi tocca a voi raccontarvi.

[Diritto di replica libero per ogni personaggio citato]

[Video: Draquila, di Sabina Guzzanti e Terremoto Emilia, la rabbia di Cavezzo di AbruzzoLiveTV]

06/06/2012

Chiappanuvoli

Vagli a spiegare del 6 Aprile

Vaglielo a spiegare che non siamo più gli stessi di prima! Per quanto ci si sforzi di ignorare, per quanto ci si sforzi di tornare a vivere, a scherzare, a bersi una birretta a Viale della Croce Rossa, non siamo più gli stessi di prima. Vaglielo a spiegare che la tua visione della vita non è più come la loro visione della vita. Vagli a spiegare che la nostra scala dei valori si è rivoluzionata! Vaglielo a spiegare che tu hai tremato con la terra e con essa ha tremato tutta la tua esistenza e con essa tutto ciò che credevi reale! Vaglielo a spiegare che non ci sono state tappe intermedie, che non hai avuto tempo di capire, di metabolizzare, come può un medico o un becchino. Tu la morte te la sei ritrovata dentro casa, l’hai respirata con la polvere e col sangue nel tuo letto. Vaglielo a spiegare che le cazzate che ti dicono già non hanno più effetto su di te, che ti scivolano addosso, come il tuo dolore scivola addosso ai politici! Vaglielo a spiegare cosa significa ritrovarsi con 309 fratelli in meno. Vagli a spiegare che significa averne 69691 in più! Vagli a spiegare che significa ritrovarsi senza una casa, un tetto, senza una città, una storia ed un futuro! Vaglielo a spiegare che significa essere Aquilano oggi, spiegagli che significa essere Aquilano il 6 Aprile!

Le persone restano mute, è un silenzio terribile, insopportabile per loro, ma necessario per noi. Agli altri possiamo raccontare, ma non riusciremo mai fargli capire cosa è stato il 6 aprile. Il silenzio è tutto ciò che realmente possiamo dargli, tutto ciò che resta di quella notte, di quel boato. Il silenzio, ancora, è quello che ci ha rivelato chi siamo.

L’ultimo pensiero è per chi non c’è più, un pensiero per coloro che ci hanno lasciato quella notte e nel corso di questo anno.

Auguri, fratelli.

6 Aprile 2010

Chiappanuvoli

PS

Inserite tra i commenti altre cose che non si possono spiegare. Grazie.

Chi pensa che una carriola…

Chi pensa che una carriola…

in risposta al sottosegretario Guido Bertolaso

Tornare alla chiarezza delle parole, alla semplicità dei gesti.

Un popolo, come un individuo, che ha perso tutto o quasi, al quale è fuor di dubbio che si siano minate le sue certezze interiori, che cosa deve fare? Qual è la ricetta per riprendersi da un forte, fortissimo shock, che dicono esser stato del 5,7°? Cosa, infine, è raccomandabile consigliare ad una persona o ad un popolo, in tali condizioni?

Ebbene, il consiglio che una parte delle persone darebbe è il seguente: “Non ti preoccupare, passerà, il tempo aggiusta tutto, ne resterà solo un brutto ricordo”. Attesa, delega a qualcos’altro, a qualcun altro, immobilità come soluzione, sarà il Fato, sarà un’altra persona, sarà un’autorità più alta, tu rilassati, metti le gambe sul tavolo e aspetta.

L’altro consiglio che si può ricevere, al contrario, è questo: “Smuoviti, reagisci, fai qualcosa, datti da fare! Non è molto importante il “cosa” fai, ma l’azione stessa del “fare”. Riavvicinati al tuo corpo, sentilo, fatica, ricordati che sei ancora vivo. Le piccole azioni sono la salvezza. Piccole azioni rivolte verso un progetto più grande, qualcosa che hai sempre sognato ma che non hai mai pensato fosse possibile realizzare. Rimettiti in piedi, lotta, agisci, stringi i denti, non puoi stare ad aspettare, perché la vita non aspetta certo te!”.

Non sono padre, ma son certo di cosa direi a mio figlio se fosse in difficoltà. Sono un Aquilano e sono certo di cosa direi ai miei concittadini.

Le critiche e i dubbi, all’istante, si accatasterebbero tra le vostre bocche e le mie orecchie se solo fossimo faccia a faccia, e non a migliaia di chilometri di distanza. So, finanche, quali sarebbero queste considerazioni: “Ma come fai? Ci è successo qualcosa di immenso, terribile, indescrivibile! Dobbiamo essere pazienti, abbiamo bisogno di aiuto, un aiuto che non può che venire dall’alto. Da soli non possiamo nulla. La situazione è troppo complicata”. E devo dire, mio malgrado, che queste voci avrebbero proprio ragione! È così, è innegabile.

Al contempo, però, voglio concedermi il permesso di ricordare, il permesso di continuare a far uso della metafora, di parlare, di dire la mia, di mettermi in gioco. Spero non offenda nessuno, leggere, dall’altro canto, è un esercizio che si può sempre interrompere.

L’uomo e i problemi sono un connubio da sempre esistente e persistente. Tutti i nostri avi si sono trovati ad affrontare le nostre stesse difficoltà, gli stessi problemi, ad accettare le medesime sfide per resistere. Ora, l’unica differenza con noi è, con quale spirito? Basterebbe guardare i nostri nonni per capire, basterebbe vedere, in aggiunta, come li abbiamo ridotti. Ai problemi si reagisce, si è sempre fatto, 307 anni fa, gli aquilani lo fecero da soli, ricostruirono la città con le loro mani. Cosa impedisce a noi, oggi, di fare lo stesso? L’estrema difficoltà? La complessità della situazione? O la mera opera pratica della ricostruzione? Io dico che è il vizio, io dico che è il nostro deperito carattere, io dico che è la nostra inetta abitudine ad aspettare sia il miracolo ci venga calato dall’alto, come la pappetta pronta sulla tavola.

Alle difficoltà si reagisce con l’azione, questo ho imparato da mio nonno, questo s’è impresso nelle mie carni dopo ogni sofferenza subita. L’aiuto infuso, senza la minima consultazione con il “degente”, è il vero male, è la morte non già del corpo, quanto dello spirito. Direste ai vostri figli di aspettare un miracolo? Accettereste consigli da un dottore che non vi chiede neanche dove avete dolore? La questione, la questione dell’Aquila e degli aquilani è molto semplice, forse anche banale, ma, nascosta dietro la contingenza del momento, le luci della ribalta, la fatica giustifica e la sofferenza che conosciamo, si perde, sfuma, diventa parte di una complessità opprimente.

Ecco la paresi metafisica del malato, del sofferente, del depresso! “Oddio, come faccio? E’ troppo più grande di me! Mai ce la farò mai!”. Lo spirito appassisce assieme al corpo e non c’è più alcuna speranza, non c’è più salvezza. Che se anche si tornasse a correre, se anche si tornasse alla vita grazie a cure ricevute, esterne, perso ormai sarebbe l’animo, l’istinto, la forza che alberga in ognuno di noi. Guardatevi attorno, guardatevi dentro! Ora siete soli nella scelta.

Ma veniamo al punto. Le parole che oggi, il sottosegretario Guido Bertolaso ha rivolto alla stampa, all’Italia e a tutta la nostra cittadinanza, nella sua ultima visita a L’Aquila, cosa vogliono dirci? Ma ancora più, cosa ci è stato detto, oramai da mesi, dai nostri salvatori? Che messaggio il Dottore rivolge al malato? Cosa dice questo padre illuminato al proprio figlio sofferente?

Ebbene quello che ci è stato detto, riscontrabile nei fatti a mio avviso, fatti che ci hanno cambiato i connotati, è molto semplicemente: “Pensiamo a tutto noi”. Ed oggi nello specifico: “Non serve che giochiate con le carriole, la situazione è complessa, ci pensiamo noi in due anni. Capiamo che vogliate fare qualcosa, che proviate “disagio e preoccupazione”, ma così non andrete da nessuna parte. È inutile che tentiate, rilassatevi, lasciate fare a noi. Nessuna reazione, il male è troppo grande. Figlio mio, aspetta che penso a tutto io, lascia fare a me, tu sei un bambino. Signor degente ha un male molto grave, stia qui calmo che la curiamo noi. Lei non si preoccupi, non deve fare alcuno sforzo, la medicina da sola basta. E non si deprima, è!”.

Non serve uno scrittore da quattro soldi a ricordarvi, invece, le parole calde delle nostre mamme durante le penose influenze invernali o le prime sconfitte formative della vita.

“Chi pensa che con una carriola possa portare via tutto sbaglia”.

Oggi, tuttavia, non si è assistito solo ad un’ennesima becera manovra politica per sminuire, denigrare, manipolare e per giunta cavalcare l’onda creata dal movimento popolare autodeterminato  delle Carriole, che fa dell’amore per L’Aquila e della disperazione le proprie armi vincenti. Oggi, ci è stato detto molto di più, parole che hanno un significato più profondo. Oggi ci è stato detto che siamo inutili, che siamo il nulla, che siamo un malato che non può farcela da solo e che non serve neanche collabori alla sua guarigione. Oggi ci hanno detto che siamo un bambino che alle prime difficoltà è già senza speranza. Che siamo cittadini senza valore alcuno, che il nostro aiuto non serve a niente, che da soli non possiamo farcela (cosa certa) e che, al contempo, non è necessario neanche muovere un muscolo. Oggi ci è stato ribadito che penseranno a tutto loro, che ci penserà il Dottore, che possiamo aspettare, che possiamo fidarci, che il miracolo, se non è ancora arrivato, verrà. Oggi un Dottore ci ha detto, con il suo fare paterno, che possiamo sprofondare nel letto, che dobbiamo accettare le nostre piaghe da decubito, che la pappa arriverà, che verremo aiutati e guariti senza il nostro minimo sforzo.

Oggi, mio caro lettore, ci è stato detto, ribadito, consigliato, di rinunciare a noi stessi,  alle nostre iniziative, di smettere di lottare, di aspettare gli eventi, ancora più in profondità se è possibile, di rifiutare al nostro istinto di sopravvivenza, di ignorare il senso stesso della vita, di smettere di credere in noi stessi, da soli non potremmo mai farcela! Oggi, caro lettore, è stato offeso il valore della tua esistenza, calpestato il tuo diritto universale allo sviluppo, alla crescita personale e sociale. Oggi, caro lettore, sei stato dichiarato, per l’ennesima volta, numero, entità astratta, codice, pezzo di carne da curare, oggi, sei stato definito “pigiama a righe”, e lo dico senza paura, tralascio le metafore, sono fermamente convinto di non esagerare.

Oggi, caro lettore, e da tanto tempo a questa parte, hanno rubato la tua essenza, la tua preziosa specificità. Oggi, fratello mio, ti hanno rubato l’anima, ancora e ancora…

Chiappanuvoli