Fuori come…

balcone progetto c.a.s.e.

 

Fatti d’insolide certezze
disimpegnati dal creato
calmierati dal creatore,
state fuori come…
tagliati fuori come…
Crollate su altre spalle
di chi regge un poco più
appena –
appena siete stanchi,
destati di nuovo
per pochi attimi:
quel balcone
temporaneo, emergenziale
sei tu.

03.09.2014

[L’articolo su la Repubblica]

 

Sto recuperando punti…

«Sto recuperando punti.
Sono il più grande statista del mondo.»

Toglietemi di dosso sto cane che puzza.

«2 punti, 1,7, non me frega proprio un cazzo,
sono in gara, posso farcela!»

La mano che salva l’altra mano
è sempre, sempre attaccata a un singolo corpo.
Ogni singolo corpo beve alla mia tetta.

«Mi avevate dato per morto.
La morte la dà solo Dio.
Ditemi un po’, chi credete che sia Dio?»

Le mie promesse di marinaio
valgono più dei vostri programmi
annacquati.

«Vincerò proprio perché sono
come voi, anche io sbaglio,
che stupido che sono, pensare
che per anni ho dato lavoro a Giorgio
Mastrota…»

09/02/2013

Chiappanuvoli

Terremoto, un aquilano in Emilia

L’unico modo per rendersi davvero conto di quanto accade in Italia è andando a vedere con i propri occhi. L’ho imparato sulla mia pelle e anche questa occasione la lezione si è dimostrata fondamentale. La prima cosa che posso dire sul terremoto che ha colpito la Bassa Pianura Padana è che ha trovato, come al solito, una Nazione impreparata, delle istituzioni fragili e farraginose, una popolazione inerme, unica vittima di tale ignoranza. Basta vedere un qualsiasi telegiornale per accorgersi dell’incapacità metodologica e della scarsissima formazione dei giornalisti, domande sempre banali, volte non “alla comprensione di” o “all’informazione su” un fenomeno, bensì alla disperata ricerca dello scoop, in preda alla sindrome da tasso d’ascolto. Basta osservare la macabra dinamica delle morti per capire che è stata sottovalutata, per l’ennesima una volta, la gravità dell’emergenza, la pericolosità di un evento naturale con cui invece dovremmo essere abituati a convivere. Le vittime del 29 maggio sono a tutti gli effetti “vittime di Stato”. Quante altre L’Aquila o Bassa Padana dovranno esserci perché si radichi la cultura della prevenzione?

Sono partito venerdì 1 giugno subito dopo pranzo. Cinquecento chilometri di strada e una ragazza ad aspettarmi all’uscita dell’autostrada Bologna Casalecchio. Si chiama Monique, è di Modena, non della parte di provincia colpita. Nel 2009 è stata all’Aquila per sei mesi come volontaria, un’esperienza talmente tanto importante che l’ha spinta a fare anche un documentario (Ottocentroquarantanove – Vita e segreti di una città dimenticata) di recente uscita. Abbiamo chiacchierato davanti ad uno sprinz cenando con l’aperitivo. Poi subito in marcia direzione Mirandola. Dopo la scossa dello scorso 29 maggio, la Protezione Civile e le autorità nazionali hanno deciso per un intervento massivo e capillare sul territorio colpito. Stanno nascendo le prime tendopoli e iniziavano a spuntare i C.o.c. (Centro operativo commissariale, omologhi dei C.o.m. aquilani…).

Arriviamo in via Confalonieri verso le 21.30. È già buio. Sotto gli alberi di un parchetto comunale, una ventina di tende da campeggio. Ci vivono alcuni residenti della zona che, come più volte sottolineano, non vogliono andare nella tendopoli della PCI, non si fidano, non vogliono essere militarizzati (in questo la lezione dell’Aquila ha avuto il suo peso). Ad aiutarli, tre ragazzi, appena ventenni, appartenenti al Collettivo Autonomo Studentesco di Modena, conosciuto come Guernica. Un signore di mezza età suona la chitarra sotto la tenue luce di un lampione. Hanno generi alimentari e di prima necessità, ma non ancora la corrente elettrica. Mi dicono che gli è stato anche intimato di andare nella tendopoli, o saranno incriminati per occupazione di suolo pubblico. Il controllo governativo del territorio è già iniziato, presto vedremo le forme del comando, penso. Prima di me, due amici aquilani, Sara Vegni ed Emanuele Sirolli, sono stati qui in visita, e nonostante ciò mi sommergono di domande. La più ricorrente: «quando potremo tornare a casa?» Credono che tutto quello che gli sta capitando sia passeggero. Gli dico che devono abituarsi all’idea che l’emergenza possa durare a lungo, che non c’è fretta di tornare nelle case, che il rischio è ancora alto e non ne vale la pena, che la sicurezza è fondamentale.
Consegnamo ai tre volontari due tende donate da amici aquilani, Nicoletta Bardi e Federico Bucci, e ci rimettiamo in cammino. Voglio raggiungere gli altri due aquilani a Finale Emilia e farmi raccontare quello che hanno fatto nei giorni precedenti, sapere la loro impressione preziosa di terremotati e condividere i contatti presi.

Li incontriamo alla sede di Manitese (in via Per Camposanto 7A). È quasi mezzanotte e la maggior parte della persone è andata a dormire. Faccio la conoscenza di Enrico, un rappresentate dei G.a.s. della zona. Un bicchiere di lambrusco e i loro racconti. Monique dopo poco ci saluta, la aspettano ancora 80 km di strada per tornare a casa. Noi continuiamo a chiacchierare fino a notte fonda.
La mattina seguente inizio finalmente la mia attività di informazione. Manitese è una ONG nazionale che opera nell’ambito dello sviluppo e cooperazione nei paesi del Sud del Mondo. Qui a Finale Emilia hanno un mercatino dell’usato, fanno attività di laboratorio artigianale e lavorano con i bambini. Conosco Bettina, Luca, Nicola, Gianluca, solo per citarne alcuni. In realtà in questi giorni qui si sono riunite almeno una trentina di persone. Tanti abitanti del luogo usano questo posto come punto di riferimento, come hanno fatto anche diverse associazioni regionali e nazionali (ad esempio il T.P.O. di Bologna e il nostro 3e32), che si sono affidate a loro per lo stoccaggio dei generi di prima necessità. Non solo sono (e saranno a lungo) referenti validi per questo genere di iniziative, sono già testimoni obiettivi, hanno il polso della situazione e, scommetto, diventeranno anche un soggetto politico decisivo per le sorti di tutto il cratere sismico.

Dopo pranzo mi unisco a Nicola, ad altri ragazzi del Manitese e ad alcuni volontari bolognesi per andare a distribuire generi alimentari e monitorare gli insediamenti di fortuna che ancora non sono riusciti a visitare. È l’occasione per me di rendermi conto del reale stato delle cose. Solo ora alla luce del giorno inizio a vedere i veri danni causati dalle forti scosse. La prima cosa che balza agli occhi sono i vecchi casolari, oggi usati come magazzini o abitati da cittadini stranieri. Molti sono crollati, a quasi tutti è venuto giù il tetto. Siamo passati anche per il nucleo industriale di Mirandola, davanti ai capannoni crollati il 29 maggio, dove ci sono state gran parte delle vittime. Un cumulo di macerie contornato dal nastro bianco e rosso. Qualche auto di curiosi. Nulla di più. Mancano ancora i ricordi dei cari, i fiori, le foto, l’avviso di sequestro da parte della magistratura. È ancora presto. Ci vorranno anni per la verità, anni per accertare le eventuali responsabilità. Film già visti. Il peggio che il nostro Paese sa offrire.

Dapprima ci rechiamo a Forcello, una piccola frazione di San Possidonio. Ci sono molti danni, anche in case di nuove costruzione. Rispetto all’Aquila i danni si vedono nei tetti, non al primo o al secondo piano. Dipende dal tipo di costruzione, dal terreno sottostante, dal tipo di terremoto. Le persone della piccola tendopoli autogestita appaiono stanche, spossate. Hanno fronti corrucciate, la pelle scintillante di sudore. Dicono di non volersi muovere, anche loro non vogliono andare nella tendopoli della PCI. Vogliono stare vicino alle loro case. Mi metto a parlare con un anziano signore. Sembra essere sul punto di scoppiare a piangere; so bene che è la paura che ti rende così, vulnerabile. In questo accampamento hanno ogni genere di prima necessità. «Portatele a chi ha veramente bisogno, noi siamo a posto.» Gli lasciamo poche cose per l’igiene personale e andiamo via. Ad occuparsi della distribuzione degli alimenti in queste zone è il Comune di San Possidonio stesso. Ha allestito un magazzino in una scuola, credo. Tutto il piazzale è piano di bancali carichi di bottiglie d’acqua. I locali interni quasi tracimano di roba da mangiare. Ancora una volta la solidarietà degli italiani si è superata. Così come all’Aquila, in pochi giorni si è scongiurato l’allarme per la sussistenza alimentare. Come all’Aquila, credo sia già arrivato anche troppo. Non vorrei si ripetessero le scene pietose che ho già visto. Non è questione di Nord o Sud, in una tale condizione di smarrimento tutte quelle cose ci cambiano, diventiamo avidi, invidiosi.

Scarichiamo entrambi i furgoni, al resto penserà il Comune. C’è altro lavoro da fare, bisogna andare in altre zone a vedere qual è la situazione, capire quali sono i bisogni reali. Con Gianluca ed Enrico visitiamo Concordia, Novi di Modena, S. Antonio in Mercadello, Rovereto sulla Secchia, Cavezzo e una piccola frazione gravemente danneggiata di nome Disvetro. Non ricordi tutti i posti, tutte le frazioni, non ricordo i loro nomi, ricordo le immagini, i volti, le parole, il caldo, la luce del sole, la Pianura Padana, il labirinto delle sue stradine comunali e provinciali.
Più andiamo in giro e più mi rendo conto che tante tantissime persone sono accampate davanti alle loro abitazioni. Dove c’è un giardino c’è una tenda, un camper, una roulotte. I miei compagni mi dicono che nelle tendopoli ci sono per lo più gli abitanti dei centri storici, molti dei quali sono extracomunitari, quelli insomma che non hanno un giardino o una rete sociale adeguata.
Nei vari campi che abbiamo visitato, tutti autogestiti (sempre perché è diffusa la sfiducia nei confronti della Protezione Civile), più o meno troviamo queste condizioni. C’è cibo e generi di prima necessità. Mancano invece tende, materassini, i materiali da campeggio insomma. Tutti pensano che l’emergenza durerà poco, non sono preparati anche mentalmente al “campeggio” prolungato. Nessuna tenda è isolata dal terreno o ha la copertura adeguata per il sole, ad esempio. Sono sufficientemente organizzati per la prima emergenza però. C’è già il referente del campo, è già chiaro con chi dobbiamo parlare per avere un quadro preciso. Chiacchierando la prima cosa che emerge è che non hanno idea di cosa aspettarsi. Sono comprensibilmente spaesati, confusi. Tanti, troppi sono già i “dice che” (le leggende metropolitane, in pratica) diffusi, dalle cause del terremoto, al grado impreciso dell’intensità delle scosse maggiori, dalle decisioni politiche ai tempi della ricostruzione. Ascolto, intervengo quando chiedono il mio parere di terremotato aquilano. Cerco di non andarci pesante, di infondergli speranza, ma di essere al contempo lucido e realista: «Vi tirerete fuori dalla merda da soli, facendo comunità, stando uniti. Non è negativo ogni intervento governativo, ma dovete stare attenti, controllare, monitorare, soppesare le promesse che vi verranno fatte. Anche se è difficile, non abbassate mai la guardia.» Alcuni hanno persino la forza (o forse lo fanno per rendersi conto di ciò che li aspetta) di domandarmi come va all’Aquila.  Qui divento impietoso, ma la mia speranza è che dai nostri sbagli come cittadini e dalla negativa esperienza di interventismo televisivo-governativo possa venir fuori una lezione preziosa per loro. Anche se non c’è più Bertolaso, a capo della PCI c’è Franco Gabrielli, “un personaggio della stessa parrocchia”, anche se non c’è quel fantoccio di Berlusconi, la cultura politica affarista in Italia non è affatto cambiata.

Rientriamo al Manitese che è ora di cena. Molte strade sono interrotte e riuscite a districarsi è complicato anche per Enrico e Gialuca. Attorno al tavolo ci sono almeno due dozzine di persone. Parliamo. Del più e del meno. Della nostre vite. Del terremoto. Del futuro. Dell’Aquila. Della tragedia umana che ha seguito l’evento naturale. Il vino ed il caldo della giornata fanno il resto. Alle undici siamo rimasti in pochi. Decidiamo di andare a dormire, per quel che si può. L’agitazione è tanta anche per me, per me “vaccinato”, così mi metto a fare una lista assieme a Emanuele, un kit per il perfetto terremotato. Niente di più che qualche consiglio organizzativo per evitare di perdere tempo prezioso.

La mattina seguente (3 giugno), mi sento telefonicamente con alcuni amici. Da Roma sta arrivando Fulvio (un amico che già si fece in quattro per L’Aquila) con un carico di tende e Quadruccio (aquilano terremotato che vive a Bologna). Arrivano quasi in contemporanea. Li presento alle persone del Manitese. Si parla subito di come strutturare gli aiuti, di quello che concretamente si può fare. Bisogna progettare una collaborazione sul lungo periodo. È importante non sentirsi soli. Sia per loro che per noi, sia chiaro. Emotivamente c’è un grande bisogno in questo Paese di sentirsi uniti, di sentirsi popolo, peccato doverselo ricordare solo nelle catastrofi o quando gioca la Nazionale.
Dopo un buon caffè e aver assaggiato una birra artigianale fatta da persone disabili (se non sbaglio) facciamo il giro della grande struttura accompagnati da Bettina che ci illustra tutti i loro progetti. In me si radica l’idea che è da un posto come questo che si può ripartire. Loro possono essere un punto di riferimento per tutta la Bassa, lavorando nell’informazione alternativa, studiando le numerose ordinanze governative che in breve li sommergerà, puntando sulla ricostruzioni sociale, l’unica assolutamente fondamentale. Riprendendo il famoso slogan friulano, direi “prima le persone, poi le fabbriche, le case e le chiese”.
Verso le cinque del pomeriggio iniziamo a organizzarci per ripartire. Domani dobbiamo essere tutti a lavoro e ci aspettano almeno cinque ore di viaggio. Il distacco non è doloroso, ci vedremo presto. Torneremo. Sappiamo di avere ancora tanto da fare. Abbiamo da consigliarli. Abbiamo al contempo un mucchio di cose da imparare noi da loro. “Ci salviamo da soli”, questo ho imparato con il terremoto dell’Aquila. Ci salviamo da soli ma solamente se riusciamo a stare uniti, ritornando ad essere una comunità. Così si combatte la paura, si combatte l’ignoranza dilagante, l’incapacità del sistema, così si combatte il malaffare sempre sempre in agguato. Questo è l’unico modo per ricostruire quello che la natura, per mezzo dell’imperizia umana, ci ha portato via. In questo fine settimana abbiamo gettato le basi. Ci aspetta tanto lavoro. «Forza!»

04/06/2012

Chiappanuvoli

[Non sono riuscito a fare foto, mi spiace]

Succhiare il sangue alla realtà – “Draquila” – Recensione

Il documentario Draquila della Guzzanti e la propaganda governativa a confronto, analisi sociologia degli eventi di questi giorni e dell’ultimo anno trascorso.

Ho visto il documentario della Guzzanti e ritengo che sia fatto sostanzialmente bene. Il mio giudizio nel complesso è sufficiente. Rispecchia la realtà che si respira qui a L’Aquila ma che sfugge ai più. Non è questo tuttavia il punto della questione. Il problema è un altro ed è assai profondo, affonda le sue radici nella società contemporanea italiana e nei ruoli dei soggetti coinvolti. Le critiche che i “non andrò a vedere Draquila” rivolgono all’artista sono, di fatto, banali ed inconsistenti, si limitano alla presunta strumentalizzazione operata nel documentario, allo sciacallaggio mediatico e ad un vago rimprovero: “dov’era la Guzzanti (artista) il 6 aprile notte?”.

Comincerei da questo ultimo punto. L’anno scorso alle 3:32 della notte la Guzzanti è colpevole di essere stata nel suo letto a dormire. Effettivamente sarebbe potuta venire a L’Aquila a dare una mano, a dare coperte e primi soccorsi a noi aquilani. Avrebbe trovato una città colpita, ferita e sola ad aspettarla. Per chi c’era in centro il 6 aprile dovrebbe ricordarsi che i primi soccorsi, comunque preziosissimi, sono arrivati alcune ore più tardi, dopo le telecamere. Non si vuole qui fare polemica sterile, è tempo andato, la situazione era terribile. Si vuole invece sottolineare che nessun aquilano era pronto al peggio e, prima di chiedermi dove fosse un artista di spettacolo, mi chiederei dove fosse la prevenzione. Dove fossero le autorità, dove fossero i politici, dove fossero gli esperti che non hanno messo in preallarme la popolazione il 31 marzo, dove fossero le esercitazioni antisismiche, dove fossero i luoghi adibiti in caso di emergenza.

Per quanto riguarda lo sciacallaggio mediatico, la Guzzanti è in ottima compagnia. Durante il mio volontariato molti giornalisti non hanno esitato a chiedermi di parlare con i “casi umani”, giornalisti RAI e Mediaset. Chiunque ha sciacallato la nostra sofferenza, non posso non ricordare la giornalista di Matrix che svegliava i terremotati che dormivano in macchina. Ma non è questo il punto. Il punto è che siamo tutti vittime di un’informazione esasperata da reality, in cui lo scoop vince sul fatto di cronaca. La causa è la nostra perversione recondita, ormai indifferenti al dato di fatto, ci lasciamo tutti prendere dal carattere emotivo di ciò che vediamo. Non se ne può fare una colpa alla Guzzanti che ovviamente “sfrutta” la situazione, ma con estrema partecipazione. Avete visto il suo viso contrito, i suoi capelli spettinati? Da agosto la Guzzanti ha vissuto con noi, in mezzo a noi, ha respirato la nostra polvere.

La strumentalizzazione, infine. Bastano due esempi lampanti. Il G8 e la consegna della prime case, quelle di Onna. Il nostro governo per tramite del nostro premier ha portato per primo l’attenzione mondiale a L’Aquila, ma non in maniera legittima e disinteressata. Il G8, la preannunciata manna dal cielo per L’Aquila, si è rivelata un flop. I soldi dei grandi del mondo non sono arrivati. Di contro Berlusconi ha potuto mostrare, con abile utilizzo questa volta sì del montaggio del montaggio, ciò che voleva, tutti i lati positivi del suo intervento, che ci sono stati, ma lasciando in ombra tutte le difficoltà, le sofferenze di una popolazione relegata in tendopoli da ormai 4 mesi. Le comparse, ossia le autorità locali, non hanno fatto nulla per portare l’attenzione suoi problemi reali. 15 settembre, Onna, consegna delle prime case costruite con i soldi della Croce Rossa Italiana dalla provincia di Trento. Improvvisamente, per i ritardi nella costruzione del piano C.A.S.E., quelle case erano state costruite dal Governo Italiano, nulla di più falso. Non è questa una strumentalizzazione? Sul palco, alla consegna, la provincia di Trento non è stata neanche invitata, c’erano solo Berlusconi, Bertolaso e monsignor Molinari.

La questione di fondo sono i ruoli. Il ruolo dell’artista è quello di interpretare la realtà, assorbirla, metabolizzarla e riversarla in un’opera. Per quanto l’artista si sforzi di essere oggettivo, il prodotto finale è sempre una visione soggettiva. Ma questa è l’arte, da sempre, da quando si è iniziato a disegnare sulla pareti della caverne. Lo Stato invece non può permettersi di dare versione artistiche della realtà. Lo Stato è espressione del popolo, non deve dare una versione dei fatti ma rappresentare la versione che il popolo stesso gli dà. Lo Stato è garante del volere e delle impressioni del popolo. Il ruolo dello Stato e dei “suoi” apparati informativi è quello di essere portavoce, rappresentante della realtà, nel bene e nel male. Altrimenti, l’informazione prende a chiamarsi, giustamente, propaganda.

Se proprio volessimo trovare difetti al documentario della Guzzanti, non è da un punto di vista distorto e parziale che si deve partire. Le critiche che si possono rivolgere alla Guzzanti sono altre. In particolare tre. 1) La strumentalizzazione dell’evento catastrofico dell’Aquila, se si manifesta, c’è nell’accanimento contro il Governo, Berlusconi e Protezione Civile che risulta forse esasperato. Pur essendo personalmente d’accordo con ogni parola affermata in Draquila, il bipolarismo “terremoto-Berlusconi” risulta più focalizzato sul secondo. 2) Da ciò ne risulta che l’immagine del Governo-Premier-Bertolaso-nemico risulta eccessivamente enfatizzata. Pare un soggetto etereo, irraggiungibile, metafisico, quando invece trattasi di null’altro che persone, di nostri rappresentanti politici e la politica, va ricordato, è la conduzione della realtà sociale. 3) Il documentario, a causa di questo squilibrio, è costretto anche a dare poco spazio alle alternative. L’impressione finale ti lascia sgomento: “la situazione è troppo grande, è troppo grave, non si può far nulla”. Lo spettatore è accompagnato nella nostra realtà e rimesso, alla fine, nello medesimo posto, nello punto iniziale. Le alternative invece ci sono, si sono prodotte, dai comitati, dai singoli cittadini, dai politici stessi, ma, fatta eccezione per le case di legno ed i container, non se ne fa cenno.

Il consiglio con cui vi lascio è il seguente, prima di aprire bocca e dar fiato, prima di criticare l’operato altrui, bisognerebbe sempre controllare dove sono collocati i nostri piedi. Il rischio è quello di essere strumentalizzati, questa volta davvero e senza possibilità di rimedio.

Va ricordato infine che la signora Sabina Guzzanti ha donato svariate migliaia di euro per la realizzazione del villaggio ecosostenibile di Pescomaggiore, oltre ad aver trascorso quasi un anno a L’Aquila.

Il vero Amore per l’Italia

Chiedo scusa in anticipo se le parole che seguiranno esulano dagli argomenti soliti di questo blog, viaggi, L’Aquila e letteratura in generale, ma quello che sto per scrivere risponde ad una impellenza più profonda e più fondamentale. È compito dei giornalisti, dei critici e anche degli artisti, in alcuni momenti storici delicati, esprimere il proprio pensiero, il proprio sindacabile giudizio, ed io, presuntuosamente, decido di mettermi tra gli artisti, anticipando una fama ancora lontana e troppo difficile da venire.

Oggi a Roma si è svolta la manifestazione del partito di Governo, del partito del presunto 70% delle preferenze. Il Premier Silvio Berlusconi, nel suo discorso, ha duramente attaccato la sinistra di giocare sporco e di utilizzare le inchieste giudiziarie per fare opposizione politica, la magistratura di svolgere attività politica per di più schierandosi all’estrema sinistra, comunisti, toghe rosse li ha definiti, i giornalisti, se ancora ne restano in televisione, di infangare il suo nome, di dire menzogne sul suo conto. Inoltre il Premier ha esaltato il valore della libertà come parte integrante del suo portato politico, ha ricordato i miracoli realizzati in questi anni, da L’Aquila all’immondizia di Napoli. Tutti questi discorsi si sono condensati in uno slogan, che da qualche tempo, è presente nelle manifestazioni di questa destra: “L’Amore vince sempre sull’odio”. Erano un milione ha decantato Berlusconi.

Ora, non ho competenze per criticare l’operato della magistratura. Non ero a Roma a contare ogni persona presente. Ho vissuto, però, il miracolo aquilano sulla mia pelle. Credo di sapere cos’è la libertà e se c’è qualcosa che non deve essere calpestano e strumentalizzato in alcun modo è l’Amore. Voglio, infine, scrivere cosa è in realtà la politica nel nostro Paese, che sia di destra o di sinistra.

L’Aquila. I fatti di questo Governo del Fare sono lì a parlare da soli e a denunciare un comportamento da gestapo durante la fase di emergenza. Invito tutti ad andare a vedere con i propri occhi. Il malcontento mio e dei miei concittadini urla vendetta. Le falsità sui numeri e i silenzi sulle responsabilità dei torti subiti sono spine conficcate nel fegato. La costruzione delle New Town affidate a imprese colluse con la Mafia dimostrano la collusione dello Stato Italiano con il cancro del nostro Paese. La costruzione ferma. Su questi argomenti non c’è nessuna dichiarazione del Premier, silenzio è collusione. Bisogna purtroppo prendere atto del fatto che la Stato Italiano è la Mafia, e la Mafia si realizza tramite lo Stato Italiano. Sono eccessivo e diffamatorio? In nome dell’arte posso esserlo, che mi si dimostri il contrario invece!

La Libertà. In più punti della Costituzione Italiana, che accetta la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, è citato il concetto di libertà, di autonomia e di indipendenza. La stessa Costituzione che quest’uomo piccolo infanga, critica e vuole cambiare ogni giorno. Il suo Popolo della Libertà è un conglomerato di gente che viene pagata per scendere in piazza. È un popolo in preda a continue pressioni violente e di bassa lega, un popolo preso per lo stomaco e per le sue profonde paure, non per alti principi o idee come si vorrebbe far credere. Questa non è libertà, ma manipolazione psicologica. La nuova politica italiana della seconda Repubblica, rimpasto della prima, non è altro che sapiente marketing e strategia dello shock, innestate su paure umane. Un reality delle emozioni che falsifica la realtà di tutti i giorni. L’ipocrisia dell’assurdo.

L’Amore. L’ipocrisia più alta strumentalizzando il valore, il sentimento più bello. Il Governo del Fare violenza violenta, stupra il sentimento umano più importante e più profondo, l’ultimo appiglio di umanità che resta al cittadino italiano. Gli attacchi continui, il turpiloquio, la violenza non solo verbale, diventano gesti giustificati di fronte un male che viene da fuori, da sinistra. Non è nulla di nuovo. In America, qualche decennio fa, la condotta politica era la stessa. Antropologicamente questo comportamento è più che scontato, serve un nemico al potere per trovare giustificazione, un nemico forte, cattivo, perfido, per giunta, i comunisti, con tutto che si siamo estinti da tempo. Il regime fascista aveva i suoi nemici, poveri africani o giornalisti e politici di opposizione, francesi, inglesi, chi più ne ha più ne metta. Sono meccanismi banali, che dovrebbero esulare dalla politica. Ma è il nostro mondo, il nostro pensiero che è deviato in principio. Chi sa più cos’è la politica? L’arte antica di governare la società civile. Cosa c’è di “artistico” in tutto questo, quali sono i benefici della società? Parlare di amore significa mascherare, celare, falsificare un clima di odio perpetrato dalla stessa destra per ottenere il controllo sugli stomachi della gente. Il popolo va preso per “fame” e non per idee. L’Amore è violentato. E la colpa, la principale colpa è nostra, di tutti noi, di ogni singolo essere umano italiano. Abbiamo scelto di spegnere il cervello, di imbigottirci, di diventare un popolo di ignoranti. Il motto è diventato: “Sta bene Rocco, sta bene tutta la rocca!”. L’Amore è quello del Grande Fratello, di Maria De Filippi, delle telenovelas. La colpa è di ognuno di voi. Ed io, artista da quattro soldi, artista solo per me stesso, non esisterò più, non avrò più remore, non ho paura di definirvi “bastardi del genere umano”, “lontano ricordo dell’essere umano”. Attenzione, me compreso, che non è solo una giustificazione. Me compreso perché queste parole dovevano essere vomitate molto prima. Ho la stessa responsabilità di ognuno nel tacere uno stato dei fatti misero e degradato. Io sono un bastardo come ognuno di voi.

Volete la verità? La verità sullo stato dei fatti in Italia? Volete la lettura di ciò che esiste realmente? Eccola, da presuntuoso ve la porgo, decido di espormi.

Lo stato di potere che si condensa dietro i partiti politici non è altro che la manifestazione di specifici interessi economici. Non è una novità, ma va sempre ricordato. E quali sono gli interessi economici italiani? Che querele contro me piovano copiose! La destra e Berlusconi sono la manifestazione del potere imprenditoriale non solo del nord, ma anche del sud. Nulla di male se non fosse che ogni legge a difesa del Premier difende tutta la categoria dei criminali fiscali e ambientali del nostro Paese, vedi Tanzi e Cragnotti, per citarne solo due. L’oppio dei popoli è diventato la TV e le squadre di calcio. Dietro Berlusconi c’è l’industrie delle armi, una delle principali del mondo. Dietro Berlusconi ci sono gli imprenditori del cemento, quelli degli ecomostri, quelli di una Milano 2 senza ricostruzione storica sulla provenienza dei fondi. Dietro Berlusconi c’è la P2, c’è il “Piano di Rinascita Democratica”, che vi invito a leggere. E dietro Berlusconi c’è la Mafia, la ‘Ndrangheta, la Camorra. Esagerazioni? Le voglio chiamare elucubrazioni di un folle, sì, sono folle! Sono solo un folle visionario impazzito! Dico sciocchezze e non sono perseguibile. Basta vedere e mettere insieme tutte le incriminazioni per concussione mafiosa negli ultimi 50 anni. Il potere politico è sostenuto dal potere mafioso, da sempre, dalla nascita della Repubblica Italiana.

La destra, i cattivi? No. Desidero concludere citando in giudizio anche la Sinistra. Perché la Sinistra non vale più nulla? Perché non è più portatrice di interessi economici forti, come quelli che aveva prima della caduta del muro di Berlino, e che adesso, con i vari Prodi e Bersani, non riesce più trovare. La crisi della sinistra è una crisi economica, niente di più. Valori, ideali, tutte cazzate! La sinistra è colpevole come ogni esponente di destra, pretende di star al passo con i tempi senza i background economico necessario.

La politica in Italia è diventato questo, specchio per le allodole di interessi economici. Però è questa la politica in ogni Nazione del mondo, si dirà. Il male vero  dell’Italia è che non c’è più la correlazione tra gli interessi economici ed i bisogni dei cittadini, il futuro dello Stato, la parte sana della politica. Per nostra ignoranza, mia e di ogni cittadino, dei giornalisti, di tutti gli artisti, il predominio degli interessi è diventato l’unico motore del sistema stato. Eccolo il fantasma che si cita ma che non si denuncia con forza, l’Italia è una dittatura economica. Dobbiamo prenderne atto. Berlusconi è solo il pagliaccio che distrae l’attenzione, mentre l’evitabile è in atto.

Mi assumo ogni responsabilità, tutte quante, ma soprattutto quella di lottare per il mio Stato, per la mia libertà, per il mio Amore e per il mio futuro. Che mi si denunci pure, ora, io non ho paura, io sono libero.

20/03/2010

La fine dell’Amore

La fine dell’Amore


Ci abbiamo provato, Dio se ci abbiamo provato, ma abbiamo fallito. E’ triste dirlo, ma è così. Abbiamo miseramente fallito. Ormai abbiamo perso un’occasione e non possiamo più far nulla.
Sono talmente triste che mi suiciderei per la rabbia, per la delusione. Eppure sembrava tutto perfetto, il luogo dell’incontro, i tempi, le parole. Certo, chi non si sarebbe aspettato dei piccoli intoppi, degli inconvenienti? Ma con la forza, la determinazione, l’organizzazione ed infine l’amore pensavamo che si sarebbero potuti risolvere. Almeno, così ci parve. Invece abbiamo perso. Siamo stati sconfitti entrambi. Annullati, annichiliti tutti i nostri sogni dalla freddezza della realtà. Se non ha funzionato per noi, allora, che possano cadere tutte le alleanze di questo maledetto mondo! Che si fottano gli Stati, gli Imperi, tutte le Organizzazioni sovranazionali, i continenti persino! Ogni infinitesimo rapporto possa collassare su se stesso e lasciare nello spazio tra le parti lo stesso vuoto che corrode me, ora, dentro.

Non pensavo minimamente potesse essere così difficile, arduo, così forte. Adesso, inevitabilmente, tutto dovrà tornare ad essere ridimensionato. Gli orizzonti, le aspirazioni, i desideri, ogni misero pensiero, ogni piccolo gesto in cui abbiamo creduto. Qualunque cosa apparirà sotto una luce diversa. Mi piacerebbe poter dire “nuova” luce, quando invece, per un po’ di tempo, so che ombre oscure si addenseranno intorno a me, venti gelidi, lontano dal calore del sole, in quella merda di palude dove mi ritrovo, o forse mi gettò, dopo una delusione così grande.

Fin da piccolo ho sempre pensato che ogni cosa potesse essere cambiata, modificata, resa migliore insomma. Pensavo, sciocco, che si sarebbe potuto cambiare persino il mondo. Che fosse bastato crederci fino in fondo. Ed invece noi, messi di fronte l’opportunità unica nella vita, siamo ricaduti con un tonfo sordo nella banalità, nel consueto. In preda all’illusione del gioco delle parti, abbiamo creduto di poter cambiare quest’assurda sfera di cristallo azzurro che contiene la realtà che viviamo, quando, al contrario, non siamo riusciti neanche a scalfirla. Forse, in fin dei conti, è successo tutto perché non ci abbiamo creduto abbastanza.

Solo il mio cuore è a pezzi ora, il suo, al massimo, è appena affaticato. È forte il suo. Vorrei che le cose stessero diversamente: io, orgoglioso ed impavido, già allora ricerca di una nuova conquista, già alla ricerca di un’altra maniera per cambiare il mondo, a fronte della sua sofferenza, della sua distruzione mentale, fisica, del tuo totale tracollo morale. A seguito di questo ennesimo fallimento, viceversa sono io quello che è restato quasi morto, accasciato sul gelido pavimento lastricato  della città dell’Aquila. Sono solo io quello che ora ha bisogno di aiuto. Sono io che vorrei piangere, dimenarmi come uno psicopatico e urlare, urlare finché ogni piccola particella di rancore non venga espulsa dal mio fegato. Sono io che in preda a crisi isteriche rantola a terra cercando di strapparsi tutti i pochi capelli che mi rimangono. (E non ho neanche i soldi per rimettermeli…)

Beh, caro amico, come noterai, il dolore mi sta lacerando, e la voglia di tirarlo fuori, di gridarlo al mondo intero, forse, ancora di più. Ma non posso. Non posso, oltre il danno seguirebbe anche l’ovvia beffa, travestita da umiliazione e, poi, da conseguente pena.

Ma la cosa che più mi molesta, ora, è la continua mistificazione che si fa in questi momenti. È come se fossimo di fronte il sacrificio di qualche santo o la caduta del più grande imperatore del mondo, quando, invece, si tratta solo persone, di esseri umani, anche piuttosto piccoli a volte.

Non voglio rubarti altro tempo, mio amico, mio confidente, mio salvatore in un certo qual modo. Vorrei mandarti un grande abbraccio e dirti solo un grazie sincero, solamente per avermi letto, per aver condiviso con me tutta la delusione. Sono certo che potrai capirmi, come sono assolutamente sicuro che, del resto, un poco ci sia rimasto molto male anche tu.

Come si dice in questi casi, però, è inutile piangere sul latte versato o piangersi addosso o piangersi addosso del latte versato. A differenza sua, io ho ancora una dignità e dei sani valori da difendere, per fortuna.

Sarà per un’altra volta, per un’altra occasione, un altro tentativo, magari un tentativo milanese, che ne dici? Ci si potrebbe vedere prima, così si organizza qualcosa insieme, magari, magari con la presenza di qualche amico sincero come te al mio fianco, eviterei di fare gli stessi errori. Magari alla fine ci riuscirei, ci riusciremmo. Alla fine, magari, potremmo dirlo insieme, potremmo gridare a squarcia gola: “Ci abbiamo provato, è stato difficile, molto difficile, ma finalmente ci siamo riusciti! Siamo riusciti a uccidere Berlusconi!!!”

Ti abbraccio, rimandando il nostro prossimo incontro, a quando questo nostro sogno sembrerà vicino, ancora una volta.

In Fede

Maggio 2007

http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/politica/amministrative/berlusconi-solo-un-malore/berlusconi-solo-un-malore.html

La stagione dell’odio

1.

E’ il clima del massacro,
è la stagione dell’odio.

Il sacro s’è scagliato
in faccia al profano.

Un impeto acuto di follia
c’ha mostrato, ennesimo,
la Via contro la lobotomia.

Il sangue era lì a testimone
per ricondurre tra le mani
di una nuova Etica il timone.

Nessun sacrificio o errore,
gli occhi lindi della Storia
saranno ancora l’unico censore.

Consegnare al seme dovremmo
una terra migliore del grembo
d’ipocrita Madre che oggi siamo.

E’ il clima del massacro,
è la stagione dell’odio.

Io, il primo, a dover lavare
le mie stesse labbra
dal sangue dell’ignominia.

18/12/’09

A B. e T.