10 motivi per cui Franco Gabrielli ha ragione

Alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal Capo della Protezione Civile e ex Prefetto della città dell’Aquila, ossia che gli Emiliani hanno reagito meglio al terremoto rispetto agli Aquilani, mi sento di affermare, con orgoglio per il nostro e sdegno per i tanti sciocchi Aquilani, che Franco Gabrielli ha ragione per almeno 10 motivi:

1. Abbiamo permesso ad un nano cialtrone di venire a fare i suoi porci comodi sul nostro territorio (certo in condivisione con 70 milioni di Italiani…).

2. Abbiamo permesso alla Protezione Civile, alle Chiesa Cattolica, alle varie Regioni, Comuni, Enti, Associazioni, Province di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (con le dovute eccezioni sia chiaro…).

3. Abbiamo permesso alle “cricche” dell’amico Bertolaso di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (non era certo il futuro Capo della Protezione Civile che poteva vigilare sull’operato della Protezione Civile…).

4. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, chiamati giornalisti, di venire a speculare sulla catastrofe che ci ha colpito (cosa avvenuta anche in Emilia ma li erano preparati, forse grazie alla nostra esperienza, ad accoglierli).

5. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, questa volta autentici sciacalli, di svuotare tutte le nostre case più e più volte, aggiungendo il trauma dello stupro dell’intimità al trauma del terremoto (chi doveva controllare?).

6. Abbiamo permesso a una massa di incompetenti locali di arrogarsi il diritto di scegliere per noi, per il nostro futuro, con il risultato di ritrovarci senza futuro e senza alcuna idea di ricostruzione.

7. Abbiamo permesso che costruissero le 19 New Town e in più altri svariati insediamenti detti MAP sul territorio con questi risultati: 2.700 euro a metro quadro (per le C.a.s.e.), pare a un prezzo maggiorato di 4 volte rispetto agli stessi edifici costruiti a Varese, dissuasori sismici non omologati, edifici che cadono a pezzi dopo soli tre anni, nessun servizio per la popolazione, disgregazione sociale e un giro d’affari mostruoso per i soliti loschi figuri (chi doveva controllare anche qui?).

8. Siamo andati in giro con le carriole, prendendoci anche delle denunce firmate proprio dal nostro, a fare i salvatori della Patria, quelli che risolvevano tutto da soli, senza, in realtà, ottenere un “benemerito”. Perché con quelle pale e quelle carriole non siamo andati a rimuovere le uniche “macerie” o “materiali di scarto” che impediscono davvero la nostra ricostruzione?

9. Abbiamo protestato in mille modi e ci abbiamo pure preso mazzate e altre denunce. Siamo arrivati persino a Roma, davanti al Parlamento, senza che ci venisse minimamente in mente di fare ancora un altro passo: entrare nelle stanze del Potere e rivoltare una volta per tutte questo schifo di Paese infame.

10. Ci siamo resi ridicoli agli occhi degli altri Italiani, ci siamo fatti chiamare “ingrati”, ci siamo umiliati per quel che pensavamo di spettasse. Eppure all’inizio, ricordate, “che popolo dignitoso!” – ci dicevano – “Quanta dignità in un momento di dolore così grande!”. All’inizio ci rispettavano. All’inizio ci dicevano che eravamo bravi, bravi terremotati, forse persino più bravi degli altri terremotati. All’inizio, poi abbiamo rovinato tutto. Eravamo bravi solo all’inizio, quando ci leccavano ben bene il culo per imbonirci in attesa del momento della supposta di merda che stavano per insaccarsi nel culo!

Gabrielli ha ragione, per almeno 10 ragioni siamo dei coglioni. Per almeno 10 ragioni gli Emiliani sono meglio di noi. Almeno, questo bruciore che oggi sento riaccendersi all’improvviso, non è stato vano. Emiliani, attenzione alle spalle.

16/10/2012

Chiappanuvoli

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Terremoto, un aquilano in Emilia

L’unico modo per rendersi davvero conto di quanto accade in Italia è andando a vedere con i propri occhi. L’ho imparato sulla mia pelle e anche questa occasione la lezione si è dimostrata fondamentale. La prima cosa che posso dire sul terremoto che ha colpito la Bassa Pianura Padana è che ha trovato, come al solito, una Nazione impreparata, delle istituzioni fragili e farraginose, una popolazione inerme, unica vittima di tale ignoranza. Basta vedere un qualsiasi telegiornale per accorgersi dell’incapacità metodologica e della scarsissima formazione dei giornalisti, domande sempre banali, volte non “alla comprensione di” o “all’informazione su” un fenomeno, bensì alla disperata ricerca dello scoop, in preda alla sindrome da tasso d’ascolto. Basta osservare la macabra dinamica delle morti per capire che è stata sottovalutata, per l’ennesima una volta, la gravità dell’emergenza, la pericolosità di un evento naturale con cui invece dovremmo essere abituati a convivere. Le vittime del 29 maggio sono a tutti gli effetti “vittime di Stato”. Quante altre L’Aquila o Bassa Padana dovranno esserci perché si radichi la cultura della prevenzione?

Sono partito venerdì 1 giugno subito dopo pranzo. Cinquecento chilometri di strada e una ragazza ad aspettarmi all’uscita dell’autostrada Bologna Casalecchio. Si chiama Monique, è di Modena, non della parte di provincia colpita. Nel 2009 è stata all’Aquila per sei mesi come volontaria, un’esperienza talmente tanto importante che l’ha spinta a fare anche un documentario (Ottocentroquarantanove – Vita e segreti di una città dimenticata) di recente uscita. Abbiamo chiacchierato davanti ad uno sprinz cenando con l’aperitivo. Poi subito in marcia direzione Mirandola. Dopo la scossa dello scorso 29 maggio, la Protezione Civile e le autorità nazionali hanno deciso per un intervento massivo e capillare sul territorio colpito. Stanno nascendo le prime tendopoli e iniziavano a spuntare i C.o.c. (Centro operativo commissariale, omologhi dei C.o.m. aquilani…).

Arriviamo in via Confalonieri verso le 21.30. È già buio. Sotto gli alberi di un parchetto comunale, una ventina di tende da campeggio. Ci vivono alcuni residenti della zona che, come più volte sottolineano, non vogliono andare nella tendopoli della PCI, non si fidano, non vogliono essere militarizzati (in questo la lezione dell’Aquila ha avuto il suo peso). Ad aiutarli, tre ragazzi, appena ventenni, appartenenti al Collettivo Autonomo Studentesco di Modena, conosciuto come Guernica. Un signore di mezza età suona la chitarra sotto la tenue luce di un lampione. Hanno generi alimentari e di prima necessità, ma non ancora la corrente elettrica. Mi dicono che gli è stato anche intimato di andare nella tendopoli, o saranno incriminati per occupazione di suolo pubblico. Il controllo governativo del territorio è già iniziato, presto vedremo le forme del comando, penso. Prima di me, due amici aquilani, Sara Vegni ed Emanuele Sirolli, sono stati qui in visita, e nonostante ciò mi sommergono di domande. La più ricorrente: «quando potremo tornare a casa?» Credono che tutto quello che gli sta capitando sia passeggero. Gli dico che devono abituarsi all’idea che l’emergenza possa durare a lungo, che non c’è fretta di tornare nelle case, che il rischio è ancora alto e non ne vale la pena, che la sicurezza è fondamentale.
Consegnamo ai tre volontari due tende donate da amici aquilani, Nicoletta Bardi e Federico Bucci, e ci rimettiamo in cammino. Voglio raggiungere gli altri due aquilani a Finale Emilia e farmi raccontare quello che hanno fatto nei giorni precedenti, sapere la loro impressione preziosa di terremotati e condividere i contatti presi.

Li incontriamo alla sede di Manitese (in via Per Camposanto 7A). È quasi mezzanotte e la maggior parte della persone è andata a dormire. Faccio la conoscenza di Enrico, un rappresentate dei G.a.s. della zona. Un bicchiere di lambrusco e i loro racconti. Monique dopo poco ci saluta, la aspettano ancora 80 km di strada per tornare a casa. Noi continuiamo a chiacchierare fino a notte fonda.
La mattina seguente inizio finalmente la mia attività di informazione. Manitese è una ONG nazionale che opera nell’ambito dello sviluppo e cooperazione nei paesi del Sud del Mondo. Qui a Finale Emilia hanno un mercatino dell’usato, fanno attività di laboratorio artigianale e lavorano con i bambini. Conosco Bettina, Luca, Nicola, Gianluca, solo per citarne alcuni. In realtà in questi giorni qui si sono riunite almeno una trentina di persone. Tanti abitanti del luogo usano questo posto come punto di riferimento, come hanno fatto anche diverse associazioni regionali e nazionali (ad esempio il T.P.O. di Bologna e il nostro 3e32), che si sono affidate a loro per lo stoccaggio dei generi di prima necessità. Non solo sono (e saranno a lungo) referenti validi per questo genere di iniziative, sono già testimoni obiettivi, hanno il polso della situazione e, scommetto, diventeranno anche un soggetto politico decisivo per le sorti di tutto il cratere sismico.

Dopo pranzo mi unisco a Nicola, ad altri ragazzi del Manitese e ad alcuni volontari bolognesi per andare a distribuire generi alimentari e monitorare gli insediamenti di fortuna che ancora non sono riusciti a visitare. È l’occasione per me di rendermi conto del reale stato delle cose. Solo ora alla luce del giorno inizio a vedere i veri danni causati dalle forti scosse. La prima cosa che balza agli occhi sono i vecchi casolari, oggi usati come magazzini o abitati da cittadini stranieri. Molti sono crollati, a quasi tutti è venuto giù il tetto. Siamo passati anche per il nucleo industriale di Mirandola, davanti ai capannoni crollati il 29 maggio, dove ci sono state gran parte delle vittime. Un cumulo di macerie contornato dal nastro bianco e rosso. Qualche auto di curiosi. Nulla di più. Mancano ancora i ricordi dei cari, i fiori, le foto, l’avviso di sequestro da parte della magistratura. È ancora presto. Ci vorranno anni per la verità, anni per accertare le eventuali responsabilità. Film già visti. Il peggio che il nostro Paese sa offrire.

Dapprima ci rechiamo a Forcello, una piccola frazione di San Possidonio. Ci sono molti danni, anche in case di nuove costruzione. Rispetto all’Aquila i danni si vedono nei tetti, non al primo o al secondo piano. Dipende dal tipo di costruzione, dal terreno sottostante, dal tipo di terremoto. Le persone della piccola tendopoli autogestita appaiono stanche, spossate. Hanno fronti corrucciate, la pelle scintillante di sudore. Dicono di non volersi muovere, anche loro non vogliono andare nella tendopoli della PCI. Vogliono stare vicino alle loro case. Mi metto a parlare con un anziano signore. Sembra essere sul punto di scoppiare a piangere; so bene che è la paura che ti rende così, vulnerabile. In questo accampamento hanno ogni genere di prima necessità. «Portatele a chi ha veramente bisogno, noi siamo a posto.» Gli lasciamo poche cose per l’igiene personale e andiamo via. Ad occuparsi della distribuzione degli alimenti in queste zone è il Comune di San Possidonio stesso. Ha allestito un magazzino in una scuola, credo. Tutto il piazzale è piano di bancali carichi di bottiglie d’acqua. I locali interni quasi tracimano di roba da mangiare. Ancora una volta la solidarietà degli italiani si è superata. Così come all’Aquila, in pochi giorni si è scongiurato l’allarme per la sussistenza alimentare. Come all’Aquila, credo sia già arrivato anche troppo. Non vorrei si ripetessero le scene pietose che ho già visto. Non è questione di Nord o Sud, in una tale condizione di smarrimento tutte quelle cose ci cambiano, diventiamo avidi, invidiosi.

Scarichiamo entrambi i furgoni, al resto penserà il Comune. C’è altro lavoro da fare, bisogna andare in altre zone a vedere qual è la situazione, capire quali sono i bisogni reali. Con Gianluca ed Enrico visitiamo Concordia, Novi di Modena, S. Antonio in Mercadello, Rovereto sulla Secchia, Cavezzo e una piccola frazione gravemente danneggiata di nome Disvetro. Non ricordi tutti i posti, tutte le frazioni, non ricordo i loro nomi, ricordo le immagini, i volti, le parole, il caldo, la luce del sole, la Pianura Padana, il labirinto delle sue stradine comunali e provinciali.
Più andiamo in giro e più mi rendo conto che tante tantissime persone sono accampate davanti alle loro abitazioni. Dove c’è un giardino c’è una tenda, un camper, una roulotte. I miei compagni mi dicono che nelle tendopoli ci sono per lo più gli abitanti dei centri storici, molti dei quali sono extracomunitari, quelli insomma che non hanno un giardino o una rete sociale adeguata.
Nei vari campi che abbiamo visitato, tutti autogestiti (sempre perché è diffusa la sfiducia nei confronti della Protezione Civile), più o meno troviamo queste condizioni. C’è cibo e generi di prima necessità. Mancano invece tende, materassini, i materiali da campeggio insomma. Tutti pensano che l’emergenza durerà poco, non sono preparati anche mentalmente al “campeggio” prolungato. Nessuna tenda è isolata dal terreno o ha la copertura adeguata per il sole, ad esempio. Sono sufficientemente organizzati per la prima emergenza però. C’è già il referente del campo, è già chiaro con chi dobbiamo parlare per avere un quadro preciso. Chiacchierando la prima cosa che emerge è che non hanno idea di cosa aspettarsi. Sono comprensibilmente spaesati, confusi. Tanti, troppi sono già i “dice che” (le leggende metropolitane, in pratica) diffusi, dalle cause del terremoto, al grado impreciso dell’intensità delle scosse maggiori, dalle decisioni politiche ai tempi della ricostruzione. Ascolto, intervengo quando chiedono il mio parere di terremotato aquilano. Cerco di non andarci pesante, di infondergli speranza, ma di essere al contempo lucido e realista: «Vi tirerete fuori dalla merda da soli, facendo comunità, stando uniti. Non è negativo ogni intervento governativo, ma dovete stare attenti, controllare, monitorare, soppesare le promesse che vi verranno fatte. Anche se è difficile, non abbassate mai la guardia.» Alcuni hanno persino la forza (o forse lo fanno per rendersi conto di ciò che li aspetta) di domandarmi come va all’Aquila.  Qui divento impietoso, ma la mia speranza è che dai nostri sbagli come cittadini e dalla negativa esperienza di interventismo televisivo-governativo possa venir fuori una lezione preziosa per loro. Anche se non c’è più Bertolaso, a capo della PCI c’è Franco Gabrielli, “un personaggio della stessa parrocchia”, anche se non c’è quel fantoccio di Berlusconi, la cultura politica affarista in Italia non è affatto cambiata.

Rientriamo al Manitese che è ora di cena. Molte strade sono interrotte e riuscite a districarsi è complicato anche per Enrico e Gialuca. Attorno al tavolo ci sono almeno due dozzine di persone. Parliamo. Del più e del meno. Della nostre vite. Del terremoto. Del futuro. Dell’Aquila. Della tragedia umana che ha seguito l’evento naturale. Il vino ed il caldo della giornata fanno il resto. Alle undici siamo rimasti in pochi. Decidiamo di andare a dormire, per quel che si può. L’agitazione è tanta anche per me, per me “vaccinato”, così mi metto a fare una lista assieme a Emanuele, un kit per il perfetto terremotato. Niente di più che qualche consiglio organizzativo per evitare di perdere tempo prezioso.

La mattina seguente (3 giugno), mi sento telefonicamente con alcuni amici. Da Roma sta arrivando Fulvio (un amico che già si fece in quattro per L’Aquila) con un carico di tende e Quadruccio (aquilano terremotato che vive a Bologna). Arrivano quasi in contemporanea. Li presento alle persone del Manitese. Si parla subito di come strutturare gli aiuti, di quello che concretamente si può fare. Bisogna progettare una collaborazione sul lungo periodo. È importante non sentirsi soli. Sia per loro che per noi, sia chiaro. Emotivamente c’è un grande bisogno in questo Paese di sentirsi uniti, di sentirsi popolo, peccato doverselo ricordare solo nelle catastrofi o quando gioca la Nazionale.
Dopo un buon caffè e aver assaggiato una birra artigianale fatta da persone disabili (se non sbaglio) facciamo il giro della grande struttura accompagnati da Bettina che ci illustra tutti i loro progetti. In me si radica l’idea che è da un posto come questo che si può ripartire. Loro possono essere un punto di riferimento per tutta la Bassa, lavorando nell’informazione alternativa, studiando le numerose ordinanze governative che in breve li sommergerà, puntando sulla ricostruzioni sociale, l’unica assolutamente fondamentale. Riprendendo il famoso slogan friulano, direi “prima le persone, poi le fabbriche, le case e le chiese”.
Verso le cinque del pomeriggio iniziamo a organizzarci per ripartire. Domani dobbiamo essere tutti a lavoro e ci aspettano almeno cinque ore di viaggio. Il distacco non è doloroso, ci vedremo presto. Torneremo. Sappiamo di avere ancora tanto da fare. Abbiamo da consigliarli. Abbiamo al contempo un mucchio di cose da imparare noi da loro. “Ci salviamo da soli”, questo ho imparato con il terremoto dell’Aquila. Ci salviamo da soli ma solamente se riusciamo a stare uniti, ritornando ad essere una comunità. Così si combatte la paura, si combatte l’ignoranza dilagante, l’incapacità del sistema, così si combatte il malaffare sempre sempre in agguato. Questo è l’unico modo per ricostruire quello che la natura, per mezzo dell’imperizia umana, ci ha portato via. In questo fine settimana abbiamo gettato le basi. Ci aspetta tanto lavoro. «Forza!»

04/06/2012

Chiappanuvoli

[Non sono riuscito a fare foto, mi spiace]

CollAges – Cogl’anni N°1

CollAges – Cogl’anni N°1

Adesso spunta un’altra minorenne nel Rubygate, spuntano i rancori, spuntano tutti gli aspetti voyeuristici da telenovela sudamericana a cui siamo immuni biologicamente da 20 anni e di cui non, francamente, non ce ne frega un cazzo. Più interessante il fatto che spunti anche qualche chilo di cocaina, ma, voglio dire, queste povere donne dove dovevano trovare il coraggio?!? P(D)(L)2: non passa la sfiducia al Ministro della Cultura Sandro Bondi per insufficienza di deputati “anti-governativi”, che si tratti di uno strategico “Piano di Rinascita Culturale” del Paese? Chiuse le indagini della Procura di Perugia sugli appalti del G8 alla Maddalena, le accuse per Bertolaso & co. sono “corruzione, abuso d’ufficio, rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento”. Ricordate che un aquilano non dimentica mai! O erano gli elefanti? Beh, quando stiamo incazzati facciamo casino lo stesso! “La doppia morale della Boccassini” titola il Giornale online scandalizzato. Pare che nell’82, all’età di 33 anni, il magistrato sia stato accusato (e poi assolto) «per aver tenuto fuori dell’ufficio una condotta tale da renderla immeritevole della considerazione di cui il magistrato deve godere, così pure compromettendo il prestigio dell’ordine giudiziario». In pratica si è fatta una pomiciata fuori il palazzo di giustizia con un giornalista di estrema sinistra. Sono sconcertato, cazzo! Nell’82 la televisione privata ancora non aveva distrutto la morale civile! E poi Fini…Fini, cavolo! Se la casa è di tuo cognato, che è che “deve imparare a vivere ora”? Chi è che “deve crescere”? (frasi che il Presidente della Camera rivolse al sottoscritto mentre chiedeva un comportamento etico nella gestione delle cose dell’Aquila). Oggi è il “Giorno della Memoria”: mangiate tanto fosforo direbbe Woody Allen. (Con profondo rispetto parlando).

Cogl’anni, oggi, abbiamo capito che c’è sempre qualcos’altro di marcio.

Chiappanuvoli

Chi pensa che una carriola…

Chi pensa che una carriola…

in risposta al sottosegretario Guido Bertolaso

Tornare alla chiarezza delle parole, alla semplicità dei gesti.

Un popolo, come un individuo, che ha perso tutto o quasi, al quale è fuor di dubbio che si siano minate le sue certezze interiori, che cosa deve fare? Qual è la ricetta per riprendersi da un forte, fortissimo shock, che dicono esser stato del 5,7°? Cosa, infine, è raccomandabile consigliare ad una persona o ad un popolo, in tali condizioni?

Ebbene, il consiglio che una parte delle persone darebbe è il seguente: “Non ti preoccupare, passerà, il tempo aggiusta tutto, ne resterà solo un brutto ricordo”. Attesa, delega a qualcos’altro, a qualcun altro, immobilità come soluzione, sarà il Fato, sarà un’altra persona, sarà un’autorità più alta, tu rilassati, metti le gambe sul tavolo e aspetta.

L’altro consiglio che si può ricevere, al contrario, è questo: “Smuoviti, reagisci, fai qualcosa, datti da fare! Non è molto importante il “cosa” fai, ma l’azione stessa del “fare”. Riavvicinati al tuo corpo, sentilo, fatica, ricordati che sei ancora vivo. Le piccole azioni sono la salvezza. Piccole azioni rivolte verso un progetto più grande, qualcosa che hai sempre sognato ma che non hai mai pensato fosse possibile realizzare. Rimettiti in piedi, lotta, agisci, stringi i denti, non puoi stare ad aspettare, perché la vita non aspetta certo te!”.

Non sono padre, ma son certo di cosa direi a mio figlio se fosse in difficoltà. Sono un Aquilano e sono certo di cosa direi ai miei concittadini.

Le critiche e i dubbi, all’istante, si accatasterebbero tra le vostre bocche e le mie orecchie se solo fossimo faccia a faccia, e non a migliaia di chilometri di distanza. So, finanche, quali sarebbero queste considerazioni: “Ma come fai? Ci è successo qualcosa di immenso, terribile, indescrivibile! Dobbiamo essere pazienti, abbiamo bisogno di aiuto, un aiuto che non può che venire dall’alto. Da soli non possiamo nulla. La situazione è troppo complicata”. E devo dire, mio malgrado, che queste voci avrebbero proprio ragione! È così, è innegabile.

Al contempo, però, voglio concedermi il permesso di ricordare, il permesso di continuare a far uso della metafora, di parlare, di dire la mia, di mettermi in gioco. Spero non offenda nessuno, leggere, dall’altro canto, è un esercizio che si può sempre interrompere.

L’uomo e i problemi sono un connubio da sempre esistente e persistente. Tutti i nostri avi si sono trovati ad affrontare le nostre stesse difficoltà, gli stessi problemi, ad accettare le medesime sfide per resistere. Ora, l’unica differenza con noi è, con quale spirito? Basterebbe guardare i nostri nonni per capire, basterebbe vedere, in aggiunta, come li abbiamo ridotti. Ai problemi si reagisce, si è sempre fatto, 307 anni fa, gli aquilani lo fecero da soli, ricostruirono la città con le loro mani. Cosa impedisce a noi, oggi, di fare lo stesso? L’estrema difficoltà? La complessità della situazione? O la mera opera pratica della ricostruzione? Io dico che è il vizio, io dico che è il nostro deperito carattere, io dico che è la nostra inetta abitudine ad aspettare sia il miracolo ci venga calato dall’alto, come la pappetta pronta sulla tavola.

Alle difficoltà si reagisce con l’azione, questo ho imparato da mio nonno, questo s’è impresso nelle mie carni dopo ogni sofferenza subita. L’aiuto infuso, senza la minima consultazione con il “degente”, è il vero male, è la morte non già del corpo, quanto dello spirito. Direste ai vostri figli di aspettare un miracolo? Accettereste consigli da un dottore che non vi chiede neanche dove avete dolore? La questione, la questione dell’Aquila e degli aquilani è molto semplice, forse anche banale, ma, nascosta dietro la contingenza del momento, le luci della ribalta, la fatica giustifica e la sofferenza che conosciamo, si perde, sfuma, diventa parte di una complessità opprimente.

Ecco la paresi metafisica del malato, del sofferente, del depresso! “Oddio, come faccio? E’ troppo più grande di me! Mai ce la farò mai!”. Lo spirito appassisce assieme al corpo e non c’è più alcuna speranza, non c’è più salvezza. Che se anche si tornasse a correre, se anche si tornasse alla vita grazie a cure ricevute, esterne, perso ormai sarebbe l’animo, l’istinto, la forza che alberga in ognuno di noi. Guardatevi attorno, guardatevi dentro! Ora siete soli nella scelta.

Ma veniamo al punto. Le parole che oggi, il sottosegretario Guido Bertolaso ha rivolto alla stampa, all’Italia e a tutta la nostra cittadinanza, nella sua ultima visita a L’Aquila, cosa vogliono dirci? Ma ancora più, cosa ci è stato detto, oramai da mesi, dai nostri salvatori? Che messaggio il Dottore rivolge al malato? Cosa dice questo padre illuminato al proprio figlio sofferente?

Ebbene quello che ci è stato detto, riscontrabile nei fatti a mio avviso, fatti che ci hanno cambiato i connotati, è molto semplicemente: “Pensiamo a tutto noi”. Ed oggi nello specifico: “Non serve che giochiate con le carriole, la situazione è complessa, ci pensiamo noi in due anni. Capiamo che vogliate fare qualcosa, che proviate “disagio e preoccupazione”, ma così non andrete da nessuna parte. È inutile che tentiate, rilassatevi, lasciate fare a noi. Nessuna reazione, il male è troppo grande. Figlio mio, aspetta che penso a tutto io, lascia fare a me, tu sei un bambino. Signor degente ha un male molto grave, stia qui calmo che la curiamo noi. Lei non si preoccupi, non deve fare alcuno sforzo, la medicina da sola basta. E non si deprima, è!”.

Non serve uno scrittore da quattro soldi a ricordarvi, invece, le parole calde delle nostre mamme durante le penose influenze invernali o le prime sconfitte formative della vita.

“Chi pensa che con una carriola possa portare via tutto sbaglia”.

Oggi, tuttavia, non si è assistito solo ad un’ennesima becera manovra politica per sminuire, denigrare, manipolare e per giunta cavalcare l’onda creata dal movimento popolare autodeterminato  delle Carriole, che fa dell’amore per L’Aquila e della disperazione le proprie armi vincenti. Oggi, ci è stato detto molto di più, parole che hanno un significato più profondo. Oggi ci è stato detto che siamo inutili, che siamo il nulla, che siamo un malato che non può farcela da solo e che non serve neanche collabori alla sua guarigione. Oggi ci hanno detto che siamo un bambino che alle prime difficoltà è già senza speranza. Che siamo cittadini senza valore alcuno, che il nostro aiuto non serve a niente, che da soli non possiamo farcela (cosa certa) e che, al contempo, non è necessario neanche muovere un muscolo. Oggi ci è stato ribadito che penseranno a tutto loro, che ci penserà il Dottore, che possiamo aspettare, che possiamo fidarci, che il miracolo, se non è ancora arrivato, verrà. Oggi un Dottore ci ha detto, con il suo fare paterno, che possiamo sprofondare nel letto, che dobbiamo accettare le nostre piaghe da decubito, che la pappa arriverà, che verremo aiutati e guariti senza il nostro minimo sforzo.

Oggi, mio caro lettore, ci è stato detto, ribadito, consigliato, di rinunciare a noi stessi,  alle nostre iniziative, di smettere di lottare, di aspettare gli eventi, ancora più in profondità se è possibile, di rifiutare al nostro istinto di sopravvivenza, di ignorare il senso stesso della vita, di smettere di credere in noi stessi, da soli non potremmo mai farcela! Oggi, caro lettore, è stato offeso il valore della tua esistenza, calpestato il tuo diritto universale allo sviluppo, alla crescita personale e sociale. Oggi, caro lettore, sei stato dichiarato, per l’ennesima volta, numero, entità astratta, codice, pezzo di carne da curare, oggi, sei stato definito “pigiama a righe”, e lo dico senza paura, tralascio le metafore, sono fermamente convinto di non esagerare.

Oggi, caro lettore, e da tanto tempo a questa parte, hanno rubato la tua essenza, la tua preziosa specificità. Oggi, fratello mio, ti hanno rubato l’anima, ancora e ancora…

Chiappanuvoli