Fuori come…

balcone progetto c.a.s.e.

 

Fatti d’insolide certezze
disimpegnati dal creato
calmierati dal creatore,
state fuori come…
tagliati fuori come…
Crollate su altre spalle
di chi regge un poco più
appena –
appena siete stanchi,
destati di nuovo
per pochi attimi:
quel balcone
temporaneo, emergenziale
sei tu.

03.09.2014

[L’articolo su la Repubblica]

 

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La buca

da Il Capoluogo

(da Il Capoluogo)

Che io mi ci avvicinai pure ma ebbi paura di guardarci dentro come se dentro avessi potuto trovarci uno scheletro, o più di uno scheletro, il meccanismo, gli ingranaggi che muovono o che non muovono – dipende dai punti di vista – tutta la città.
La buca si aprì la scorsa domenica, all’improvviso, e inghiottì la prima cosa che gli capitò a tiro. Fu un’auto, per fortuna, non un bambino o una donna gravida. Fu un’auto e s’incastrò e là rimase. La rimossero dopo alcune ore e la buca stette aperta per un giorno interno. Fu in quel giorno che andai a vederla, mi avvicinai ma ebbi paura: quale verità orribile poteva mostrare?
Accorsero degli operai, il loro compito era di tappare la buca e così fecero. Anche loro non guardarono dentro la buca, non era loro compito, ci riversarono dentro un camion di sabbia, un camion intero, e andarono via. Il sindaco pure venne e disse che era tutto a posto e da allora nessuno ha pensato più alla buca, era come se non fosse mai esistita. Siamo tornati tutti a occuparci dei problemi di superficie, del lavoro in superficie, di come spendere il nostro tempo in superficie perché come spendere il nostro denaro, in grazia di Dio, è un problema che ci è stato risparmiato, di quando sarà ricostruita la nostra casa di superficie, di quando terneremo a vivere il nostro centro storico di superficie. Di nuovo sopra, oltre la buca.
Il fatto è che è successo, che ieri, la buca si è riaperta ancora, all’improvviso ancora, sorprendendo di nuovo tutti. Io ho provato a dire «Guardate che la buca c’era anche prima, anzi, è la stessa di prima!», ma gli altri ormai avevano dimenticato e mi hanno dato del pazzo. Ora, io pazzo lo sono, non posso negarlo, sono pazzo perché ho paura di guardare nei buchi, ma non così tanto pazzo da confondere i buchi. Quando sono tornato a vedere la nuova buca, la paura di guardarci dentro era sempre la stessa. Credetemi!
E allora sono accorsi di nuovo gli operai e di nuovo hanno tappato la buca con un altro camion di terra. Anche il sindaco è tornato e ha detto che è tutto a posto e, anzi, ha detto pure che quello era un buco pilota, che presto, dentro una buca ancora più grande, parcheggeremo tutti le nostre macchine.
Ora, è vero che io sono pazzo, ma al vederla, quella nuova buca, a me mi è venuto anche da pensare una cosa, che però non ho detto a nessuno, neppure al sindaco, per paura che mi dessero ancora del pazzo. Ma questa cosa mi ha messo ancora più paura che guardarci dentro, alla buca, mi ha fatto più paura della buca stessa! E se in questi anni avessimo tappato i buchi di superficie come abbiamo tappato ieri quel buco in profondità? E se i buchi della città dovessero all’improvviso tornare ad aprirsi come quella buca in profondità? Questo pensiero, signori, mi fa impazzire ancora di più di quanto non sono già pazzo, e ancora più paura, per giunta!
E allora io oggi ho fatto una cosa, e l’ho fatta perché sarò pure pazzo ma non voglio tenere pure una paura che mi fa diventare ancora più pazzo. E allora sono andato ancora vicino a quella buca, e questa volta mi sono fatto coraggio e mi sono messo a scavare, e ho tolto tutta la terra del camion e alla fine sono pure riuscito a guardarci dentro, a quella buca, e ho visto, ho visto, signori, quello che ci sta dentro, a quella buca. Dentro, signori, non c’è niente. Nessuno scheletro, nessun meccanismo, nessun ingranaggio che muove o che non muove tutta la città.
Signori, la paura mi è subito passata! Signori, ho capito che l’orribile non tanto orribile verità che ci sta sotto è che non c’è nessun meccanismo, in realtà! E se non c’è nessun meccanismo, allora, signori, significa che dipende tutto da noi, buchi in profondità e buchi di superficie! Signori! La paura mi è passata! Oh, se mi è passata! Dentro, non c’è niente.
E sarò pure pazzo, forse più di quel che penso, ma io non voglio più starmene zitto per paura che mi date del pazzo! Datemi pure del pazzo allora, se volete, però io, signori, io devo dirvela, questa cosa, una cosa che mi fa ridere e ridere, ora, che mi fa ridere tanto che non riesco a smettere.
«Venite, signori. Venite a vederla, la buca. È la nostra buca! Venite a vederla dentro, non abbiate paura. La buca è solo una buca. Il resto dipende da noi. Non abbiate paura…»

da Il Messaggero

(da Il Messaggero)

Chiappanuvoli

[notizie ulteriori sono reperibili, per esempio, qui, qui e qui]

Lo stesso mare – Amos Oz

Mare

In una libreria di quelle dentro i centri commerciali, cercando qualcosa, sulla montagna, una roba di sentieri, qualcosa d’altro, invece, mi trova. Come un ricordo perso nella memoria, come un sentiero che mi riporta in un luogo dove ero già stato. Lo stesso Mare di Amos Oz. Di lui lessi Contro il fanatismo, per il primo esame all’università, Antropologia Culturale. Non che ne ricordi granché, sono passati dodici anni. Ricordo però l’apertura, lo sforzo umano di comprensione, come un abbraccio, il tentativo di trovare un punto di unione, tra i vecchi e i giovani, tra oppressi e oppressori, Palestina e Israele. Ricordo la semplicità e la freschezza, ricordo l’incorruttibilità ideologica. Ricordo che mi ripromisi di leggere altro di quell’autore così sfrontato e intellegibile. È successo, alla fine.

Un incrocio di vite colte forse nel loro momento più delicato e importante è questo romanzo. Albert, un commercialista vedovo, uomo buono, ligio, solo. Rico, suo figlio, partito (o meglio, fuggito) per il Tibet alla ricerca di se stesso, dove troverà invece, in un dialogo ininterrotto, i suoi genitori. La sua ragazza, l’affascinante Dita, lasciata in Israele mentre coltiva il sogno di vedere realizzata la sua sceneggiatura. Bettin, vedova anch’essa, che cerca di smussare la propria solitudine e quella di Albert unendole. Nadia, la moglie defunta di Albert, la cui vita poco a poco è raccontata, le tovagliette ricamate in punto di morte, l’usignolo alla finestra nell’ultima alba, viva nei pensieri del figlio e nel silenzio del marito. E ancora Miriam, Ghighi Ben Gal, Stavros Evanghelides, evocatore di anime defunte, e Dobi Dombrow produttore sul lastrico. E poi, c’è lui, il narratore, lo stesso Amos Oz che subentra nella scena chiedendosi “donde gli si sia schiodata una storia così, bulgara e a Bat Yam, in righe sincopate quando non, a tratti, in strofa”, oppure anche come persona realmente coinvolta nei fatti, che parla al telefono e fa visita agli altri protagonisti, si fa loro confidente.

Oltre che romanzo, Lo stesso mare, è il sogno di romanzo, come anche vera e propria poesia, è, oltre che trama, magia, magia del ricordo, magia del sogno, magia della solitudine. Ecco la chiave. I personaggi sono tutti disperatamente soli, tutti disperatamente simili, come noi, del resto, come tutti noi dall’altra parte della pagina, immersi nello stesso mare, appunto, circondati da quella distesa d’acqua salata e orizzonte oscuro che limita, ci limita, ma accompagna anche, la solitudine e la nostra disperazione.

Ombra

Vagamente si mormora, con talora qualche brandello di testimonianza, su una creatura quasi umana, smisurata, che sola s’aggira fra le vette del Tibet.
Unica e libera. Due, forse tre volte sono state fotografate ad altitudini impervie delle tracce nella neve là dove nemmeno l’alpinista più disperato oserebbe passare. Si tratta quasi certamente di una leggenda indigena: come il mostro di Loch Ness o l’antico Ciclope.
Sua madre seduta a ricamare tovagliette sin quasi al momento in cui morì.
Suo padre asserragliato nel dolore tutta la notte davanti allo schermo a cercare una breccia nel sistema delle imposte.
In fondo ognuno è condannato ad aspettare la propria morte nell’isolamento di una gabbia. Anche tu, che cosa credi, con i tuoi vagabondaggi e la tua ossessione di andare lontano e accumulare esperienze, in fondo non fai che trascinarti dietro la tua gabbia da un angolo all’altro dello zoo.
A ciascuno la sua prigionia. Un’inferriata ci tiene separati gli uni dagli altri. Se davvero esiste questo solitario uomo delle nevi che vaga fra i monti da mille e più anni, senza sesso e senza coniuge, innato sterile immortale, spensierato, nudo.
Allora è lui che passa fra le gabbie e magari se la ride.

Viene una voglia

Sera. Piove sui colli deserti.
Deserto: tufo e dirupo
odore di terra bagnata dopo un’estate di sete.
Viene una voglia:
essere ciò che sarei stato se avessi saputo ciò che è dato di sapere.
Esistere prima d’ogni cognizione. Come i colli. Come un sasso di luna.
Inerte e sicuro
di decantazione illimitata.

Lascito tardivo

I morsi del tempo, fumo senza fuoco: sul dorso della mia mano
è spuntata la macchia scura che una volta stava, nello stesso punto,
sul dorso della mano appassita di mio padre.
A significare che mio padre è tornato dagli anfratti della terra.
Per anni dimentico, ora si deve essere ricordato di tornare a elargire al figlio
una traccia di pigmento a mo’ di ascito tardivo.
Morsi del tempo. Ustione senza fuoco.
Marchio dei vecchi di famiglia, dono di un morto
sul dorso della mano.

[…] Al narratore piace l’idea di dar conto di tutto questo, di provare a spiegare e mettere per iscritto, qui, ciò che è stato e che c’è.
Chiamar le cose con il loro nome o con un altro, che dia loro una luce nuova, oppure getti, qua e là, un tratto d’ombra. […]

Lo stesso mare

Chiappanuvoli

L’A.qui.la: 06.04.2013

 (più di questo non ha senso dire. CNL)

roma-aquila-26

Problema:

le

pa

ro

stro-nze mi coz-zano

du.re la go.la sali.va

scen

deva

le,

no, non h

anno

qua-rto

+

1

s-e-n-s-o:

tu

tto spezz

ato

dir.ti

«tuttoèpersoanimamia»

no, non de

vo

di

re che la col-pa è

l’oro

no-

-stra vo-

-stra-dire è che

abbi.amo ave.te h

anno –

qua-rto a.ncora –

1 a

libi e

no, non ci de

v’ess-er q.ui per

dono.

Ve

di gli assi

omi:

IN-CAPA-CITÀ

DE-RE-SPONSA-BILITÀ

EGO-ISMO

MIS-ERIA

: è

inuti

le ricostru

ire 1

cit

tà se esse

ri u-mani man

cano.

Soluzione:

ba

da-be

ne pri-ma puri

ficati po

i puri

fica

ter-ra ar-ia car-ne san-gue

«degna la casa

degna la città

muori per lei

uccidi se devi»

al.tro

no, non è che

gue

rra d’ar-mi per civil

tà palin

genetica apoca

littica trucu

lenta qua-nto ba

sta il sacri

ficio il

tuo il

l’oro:

no, non

chiede-re,

con

quista!

è

violenza

l’u-ni-ca

pa

ro

rima

sta inte

ra

la.

Là.

05/04/2013

Chiappanuvoli

Silenziosità (Industries of the Blind – music)

 

 

DSC_5025

Silenziosità

Già
increspata
silenziosità metastatica
pare
un’inesistenza mai vissuta
e raggrinzisce
la pelle dentro al corpo
carta
bruciata un poco appena
il nero non esiste
permane
cenere dinamica.

28/12/2012

Chiappanuvoli

Industries of the Blind – The Lights Weren’t That Bright, But Our Eyes Were So Tired

The house where I grew up – Hammock – 50.000

Celebrerei così. Sono giorni strani. Tutto gira a velocità supersonica i direzioni che sento giuste. Tutte quante. Il filo comune che sottende queste evoluzioni è proprio “la casa dove sono cresciuto”. Questo blog, dove posso dire di essere in gran parte cresciuto “professionalmente”. L’appartamento al piano di sopra, che poi è posto dove ho scritto per la prima volta. Un posto dove tornerò a “vivere” e dove inizierò, lo so, a scrivere le mie pagine più belle. 50.000 visualizzazioni. È un buon punto di partenza. E tra qualche mese il nuovo libro. golgota. E oggi è una di quelle poche occasioni in cui mi mancano le parole.

Buon ascolto e grazie.

The house where I grew up – Hammock

Chiappanuvoli