Voci

una voce
continua a girarmi per la testa,
ripete solo una nuda parola
eremitica quasi, cosmica, sincera:
immenso

un’altra voce, invece,
fa notare il vuoto, l’assenza –
è così lapalissiano, in effetti –
è il silenzio: non saremmo
dove siamo, fossimo stati senza

un’altra ancora, è diversa,
lei balbetta e sbatte da una parte
all’altra, dentro la testa, pare
piccola, disperatamente incapace,
eccola, dice: non è possibile

e poi un’altra voce – quante sono
– questa ha fretta, e chiede
i chiodi, il martello, la palanca,
dove stanno, la sega, non il progetto:
Fatigati, che fine ha fatto?

la seguente, più che una voce
è una cantilena che si rivela
come fosse il segreto della vita,
o l’arte d’arrangiarsi in cucina:
oggi, pasta al finocchio!

un’altra voce invece
fa paura, martella imperterrita –
il loop d’un grido perfetto –
scandisce tre piccoli nomi,
ch’anch’io ripeto, a voce bassa

e ce n’è ancora una, solida
come l’odore del pane bianco,
imperitura abbacinante
sfuggente maliarda, vuole
chiama, il tuo nome

ecco, poi, una invece
parla parla parla e strilla, strilla!
è fatta di denti e barba, la fronte solcata,
il naso grosso come una patata,
occhi, quelli azzurri, scavati a gorgo nell’oceano

e sento pure una voce
che non è che la capisco poi tanto,
dice, credo, e me ne sorprendo
e dopo insieme m’arrendo:
shalalalalalalalalalalalalalalalalà!!!!

la nuova voce che arriva ora,
non parla, questa canta
limpida d’aurora boreale
elettrica come scariche nel cervello,
pare musica, quando invece è arte

ce n’è un’altra proprio calda,
come un cappello di pelo
ch’ammanta, le orecchie, il capo,
il cuore, è un treno, disperata resistente:
è una roulotte in paradiso

subito un’altra, invece è bianca,
sbuffa al freddo del sole sulla neve,
mostra la fronte al monte, la discesa
taglia il vento non è una ferita,
muta ora: amici, non c’è alcuna salita

questa voce è un po’ strozzata,
se ascolto meglio è sillabata,
grida: padre ancora figlio!
vecchio sempre giovane! genio
del tutto folle, folle in tutto genio!

una voce seria arriva, invece,
dondolando si fa beffa del mondo
e del suo prodotto interno lordo,
dal profondo della ferita d’un città,
parla di prodotto interno della felicità

ci sono, poi, tante e tante altre voci,
una che è rabbia, una rivolta, una verità,
una resistenza, una caparbietà, una è cuore,
una resilienza, una è altruismo, una dignità,
ma la più forte è quella che dice solo: papà

tante voci abbiamo tutti nella testa,
al loro ordine, c’è chi resta e c’è chi va
in un moto del tutto indipendente dalla volontà:
è che siamo ciò che facciamo, ecco perché
la tua voce non se ne andrà

foto di Claudia Pajewski

foto di Claudia Pajewski

Chiappanuvoli

Chi se ne frega di Renzo Piano!

Chi se ne frega di Renzo Piano!

Auditorium di Renzo Piano – foto L. Nardis

Ho messo a decantare il giudizio per mese, proprio come se fosse un vino pregiatissimo a riposo in un decanter di cristallo. In realtà la mia opinione non è pregiata come un vino, di architettura non ne capisco un bel niente. Ritengo però sia importante maturare un’opinione personale sull’Auditorium di Renzo Piano. Ecco, è passato un mese, questo è quanto ho da dire.

Non sono assolutamente in grado di dire se sia stato uno spreco di denari (stanziati per altro dalla Provincia Autonoma di Trento) o se sia invece un’opportunità per L’Aquila. Non sono in grado di dire se la sua collocazione ostruisce o meno la visuale del Castello Cinquecentesco, deturpando così uno degli scorci tipici di quel che resta della nostra città. Non ho la benché minima capacità di giudicare se la sua acustica sia così perfetta come dicono, pur avendo partecipato alle prove del suono la sera precedente all’inaugurazione. Non posso dire se sia una grande opera, un fiore all’occhiello insomma, o se si tratta solo di una scatola di legno piantata nel terreno. Non mi piace il colore, questo è quanto posso dire sull’opera in sé, mi sembra una caramella, ma è fin troppo chiaro che si tratta di un giudizio più che superficiale, del tutto sterile.

Un mese di riflessioni e di passeggiate taciturne nel buio della notte tra gli alberi secolari del Castello mi hanno portato a un altro tipo di presa di coscienza. Non sta a noi, a nessuno di noi, dire se l’Auditorium di Renzo Piano sia adatto o meno, per i motivi che tutti noi conosciamo, alla città dell’Aquila, quanto se la città dell’Aquila sia adatta o meno a un’opera di tale livello architettonico e tecnologico.

Che cos’è L’Aquila? A voi pare una città? Vi sembra un “insediamento stabile ed esteso”? Potreste dire che è una “concentrazione di popolazione e funzioni, dotata di strutture stabili e di un territorio” (definizione da Wikipedia)? La parola “città” deriva dal latino civis, cittadino, e vi pare questo un posto a misura di cittadino?

Con un Piano Regolatore Generale fermo al 1975, nonostante il nostro territorio sia stato radicalmente sconvolto dal terremoto, e quello nuovo, sventolato come cavallo di battaglia dal sindaco Cialente alle scorse elezioni comunali, messo in cantiere ma la cui approvazione è prevista non prima del 2014, di fatto, al giorno d’oggi, L’Aquila è una città senza identità. E mi domando, con piglio chiaramente retorico, può una città dirsi tale senza avere la benché minima idea di se stessa? Con buona pace dell’assessore alle Politiche Culturali, Stefania Pezzopane, che si sta dannando l’anima, questo bisogna pur riconoscerlo, per far candidare la nostra città Capitale Europea della Cultura nel 2019, ho la vaga impressione che tale nomina sia assegnata nel rispetto di canoni razionali ben definiti e non sulla base di astratti vaneggiamenti “artistici” manco se L’Aquila fosse un’opera del pittore Jackson Pollock.

Ecco quindi, in tutta la sua virulenza, la mia opinione definitiva sull’Auditorium di Renzo Piano: «Ma chi se ne frega dell’Auditorium di Renzo Piano, se poi appare agli occhi miei e di quanti lo visitano come una colossale ma tecnologicissima cattedrale nel deserto?!»

Serve un’idea per far rinascere L’Aquila. Serve un’idea per amministrarla. Serve un’idea anche per dirsi cittadini fino in fondo. Serve un’idea da offrire ai turisti e soprattutto a possibili investitori. Serve un’idea per ricostruire questa città e, ancora una volta, siamo in ritardo.

Alessandro Chiappanuvoli

1096 giorni dopo, io dentro di te – [L’Aquila, 6 aprile 09-12]

1096 giorni dopo, io dentro di te.

1096 giorni. Sono solo giorni. Un tempo che non conta un cazzo. Non è il tempo che importa ora. Il tempo è solo uno spauracchio, uno specchietto per le allodole. Distrae, porta via altro tempo. Il tempo non si ferma, come non si ferma una città, del resto. Non si ferma un popolo. Non si ferma una Nazione. Non si fermano le bugie e non si fermano le verità. Tre anni che pesano come trenta. Non è vero? Si è fatto tutto denso. “Perché non mi hai ucciso? Perché non hai scelto me?” – te lo sei chiesto mai? Casualità, calcestruzzo, cabala, cemento. “Andare avanti, tornate a volare” – è tutto ciò che sapete dire. Il tempo si è rotto. E non vedo nessuno che sia capace di ammetterlo. Se ti muovo la sedia, se sbatto forte la porta, se spengo la luce all’improvviso. Sono cose che non riguardano il tempo. Non cambiano niente tre anni o mille. Solo la morte toglierà il tuo marchio. Per sempre, sempre con te. È lì dentro che voglio arrivare. No, non sono il tempo, non temere. Non scappare. Le tue sono solo moine. Lasciati andare. Lascialo sfogare, lasciami parlare. Tanto sono più forte di te, non mi puoi fermare. Troppo più forte. È questo che ti ha fatto paura? È questo che ancora temi, che ti blocca, che t’inceppa, come la più stupida delle macchine? Non abbassare lo sguardo, so a cosa stai pensando. Sono già dentro di te. Sono tutto ciò che sei. Oltre il tempo. No, non sono neanche una paura, la paura è già passata. Non sono un ricordo, il ricordo si affievolisce, e si confonde. Non sono una notte, quella notte è ormai passata, per quanto ti ostini a ricordarla. Non sono un rumore, il più terribile dei rumori. Lo ricordi, è vero? Quel rumore era solo il mio grido. Non sono una casa o una città, le case e le città non sono niente senza di me. Non sono la distruzione, la distruzione è solo una delle mie tante forme. E non sono neanche la tua distruzione, non sei distrutto. Vedi? Sei tutto intero. Anche se ci puoi passare un’unghia dentro a quella solcatura che ti attraversa quasi a metà, un piatto di porcellana scheggiato. Non sono una spiegazione e tantomeno una verità, la mia verità è l’unica cosa che non può essere spiegata. Non sono Dio. Dio è cosa mia! Dio, Dio al massimo se ne sta lì a guardare, come te. No, non sono neanche il terremoto, lui è uno dei tanti strumenti nelle mie mani. Lui è senza colpa, come una pistola o una spada sul collo di tuo figlio. Prova a fermarmi. Uccidimi! Uccidimi se ci riesci! Me che non sono nemmeno la morte. Anche se, devo dire, è la cosa che più mi somiglia. La morte è la mia forza magnifica, è la mia lingua, il mio messaggio per voi. Eppure io non sono fatto di parole. Non sono pensiero e non è con il pensiero che potrai anche solo inseguirmi. Sono dentro di te. Mi senti? Tutto ciò che puoi. Sentire. Sentire. Sentire.

1096 giorni. Sono un nulla. Il tempo non c’entra. Non c’entra la città, non è la tua L’Aquila. O le critiche, le lotte, le umiliazioni. Il bene che hai quasi già dimenticato. Il male che non dimenticherai mai. Non c’entra la giustizia. La giu-sti-zia. Senti? Riesci a sentire come mi muovo dentro di te? Le budella si attorcigliano all’aorta. Non c’entrano neanche i 309 morti e tutti quelli, innominabili, che sono venuti dopo. Per carità, anche io ho un costo, ma credetemi quando vi dico che con loro io non ci azzecco nulla. Quei morti, che lo vogliate o meno, sono causa vostra, sono cosa vostra. Il mancato allarme, la prevenzione, le case costruite male o dove non dovevano essere. Vedi? Non era mia intenzione prendermeli. Me li hai donati tu. Li hai sacrificati a me. Ma io non sono un Dio da saziare come il tuo stomaco. Io sono oltre. Io sono tutto. Sentimi. Mi senti? Puoi sentirmi?!

1096 giorni fa. Quel rumore infernale, più forte della casa che ti cadeva addosso. Il buio, la notte, le 3.32. Ricordi? Tu non ridevi. I figli nell’altra stanza, forse già nel lettone grande, tra le tue braccia. O il figlio che ti scalciava nella pancia! Eri sbattuto dentro una centrifuga, e come altro descriverlo? Era il tuo mondo che ti vorticava intorno. L’impotenza assoluta. L’annientamento totale. I calcinacci, i mattoni, le tegole, la stanza, tutto il piano o tutto il tuo palazzo, crollavano su di te. Su-di-te. Ti cedono le gambe anche ora. Vuoi smettere di leggere. Fallo! Ma lo senti dentro, lo senti dentro anche ora. Più lontano, più profondo, ma c’è. Sentimi. Sono io che mi muovo dentro di te. 30 lunghi secondi, così ti hanno detto. 30 secondi in cui io ero con te. Contiamoli insieme: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17 – 18 – 19 – 20 – 21 –  22 – 23 – 24 – 25 – 26 – 27 – 28 – 29 – 30. Io ero lì, ero dentro di te. Come ora. Calmati. Non è con le lacrime che mi scaccerai. Non sono qualcosa di cattivo, il male è una cosa solo umana. Non aver paura. Io sono la cosa migliore che possa capitarti di sentire. Di ricordare. Di riconoscere. Di accettare. E in quei 30 secondi di 1096 giorni fa, io lo so, tu mi hai sentito. Non riconosciuto magari, non ricordato, non accettato, per carità. Ma mi hai sentito, come mi stai sentendo adesso. Tra una lacrima e l’altra. Dentro, nel profondo. Nell’antro più remoto del tuo animo.

Io sono la vita. È me che hai sentito quella notte. E te lo ricordo oggi, dopo 1096 giorni. Non aver paura. Non aver più paura. E non volermene se te lo dico così, brutalmente forse, ma farmi sentire è stato il dono più bello che tu potessi ricevere. Non aver paura. Non aver più paura. Non sei solo. Non sei stato solo mai. Io per te ci sono sempre stata e per sempre ci sarò. Coraggio. Abbi coraggio. Hai ancora altra vita davanti. Non so quanta e non c’è dato saperlo, ma io, giuro, ci sarò sempre. Sarò sempre dentro di te. Non importa sotto quale forma, ma tu, tu ci sarai. Coraggio, Aquilano.

Chiappanuvoli

Blu silenzio + why she swallows bullets and stones

Blu silenzio

Al blu silenzio abbiamo lasciato
la memoria dell’evento passato,
sepolti assieme ai corpi restano
gl’imprechi rivolti al sovrano.

Sotto un grave strato di macerie
teniamo il tepore delle storie,
vite interrotte a forza s’ergono
su un domani che non afferrano.

Giovane è il tempo della rinascita,
riportare si deve i cari alla vita
senza paura alcuna dell’ardua salita,
ricostruiremo la Nostra Città ferita.

.

4/7/’09

Consiglio d’ascolto dopo la lettura: