Chi pensa che una carriola…

Chi pensa che una carriola…

in risposta al sottosegretario Guido Bertolaso

Tornare alla chiarezza delle parole, alla semplicità dei gesti.

Un popolo, come un individuo, che ha perso tutto o quasi, al quale è fuor di dubbio che si siano minate le sue certezze interiori, che cosa deve fare? Qual è la ricetta per riprendersi da un forte, fortissimo shock, che dicono esser stato del 5,7°? Cosa, infine, è raccomandabile consigliare ad una persona o ad un popolo, in tali condizioni?

Ebbene, il consiglio che una parte delle persone darebbe è il seguente: “Non ti preoccupare, passerà, il tempo aggiusta tutto, ne resterà solo un brutto ricordo”. Attesa, delega a qualcos’altro, a qualcun altro, immobilità come soluzione, sarà il Fato, sarà un’altra persona, sarà un’autorità più alta, tu rilassati, metti le gambe sul tavolo e aspetta.

L’altro consiglio che si può ricevere, al contrario, è questo: “Smuoviti, reagisci, fai qualcosa, datti da fare! Non è molto importante il “cosa” fai, ma l’azione stessa del “fare”. Riavvicinati al tuo corpo, sentilo, fatica, ricordati che sei ancora vivo. Le piccole azioni sono la salvezza. Piccole azioni rivolte verso un progetto più grande, qualcosa che hai sempre sognato ma che non hai mai pensato fosse possibile realizzare. Rimettiti in piedi, lotta, agisci, stringi i denti, non puoi stare ad aspettare, perché la vita non aspetta certo te!”.

Non sono padre, ma son certo di cosa direi a mio figlio se fosse in difficoltà. Sono un Aquilano e sono certo di cosa direi ai miei concittadini.

Le critiche e i dubbi, all’istante, si accatasterebbero tra le vostre bocche e le mie orecchie se solo fossimo faccia a faccia, e non a migliaia di chilometri di distanza. So, finanche, quali sarebbero queste considerazioni: “Ma come fai? Ci è successo qualcosa di immenso, terribile, indescrivibile! Dobbiamo essere pazienti, abbiamo bisogno di aiuto, un aiuto che non può che venire dall’alto. Da soli non possiamo nulla. La situazione è troppo complicata”. E devo dire, mio malgrado, che queste voci avrebbero proprio ragione! È così, è innegabile.

Al contempo, però, voglio concedermi il permesso di ricordare, il permesso di continuare a far uso della metafora, di parlare, di dire la mia, di mettermi in gioco. Spero non offenda nessuno, leggere, dall’altro canto, è un esercizio che si può sempre interrompere.

L’uomo e i problemi sono un connubio da sempre esistente e persistente. Tutti i nostri avi si sono trovati ad affrontare le nostre stesse difficoltà, gli stessi problemi, ad accettare le medesime sfide per resistere. Ora, l’unica differenza con noi è, con quale spirito? Basterebbe guardare i nostri nonni per capire, basterebbe vedere, in aggiunta, come li abbiamo ridotti. Ai problemi si reagisce, si è sempre fatto, 307 anni fa, gli aquilani lo fecero da soli, ricostruirono la città con le loro mani. Cosa impedisce a noi, oggi, di fare lo stesso? L’estrema difficoltà? La complessità della situazione? O la mera opera pratica della ricostruzione? Io dico che è il vizio, io dico che è il nostro deperito carattere, io dico che è la nostra inetta abitudine ad aspettare sia il miracolo ci venga calato dall’alto, come la pappetta pronta sulla tavola.

Alle difficoltà si reagisce con l’azione, questo ho imparato da mio nonno, questo s’è impresso nelle mie carni dopo ogni sofferenza subita. L’aiuto infuso, senza la minima consultazione con il “degente”, è il vero male, è la morte non già del corpo, quanto dello spirito. Direste ai vostri figli di aspettare un miracolo? Accettereste consigli da un dottore che non vi chiede neanche dove avete dolore? La questione, la questione dell’Aquila e degli aquilani è molto semplice, forse anche banale, ma, nascosta dietro la contingenza del momento, le luci della ribalta, la fatica giustifica e la sofferenza che conosciamo, si perde, sfuma, diventa parte di una complessità opprimente.

Ecco la paresi metafisica del malato, del sofferente, del depresso! “Oddio, come faccio? E’ troppo più grande di me! Mai ce la farò mai!”. Lo spirito appassisce assieme al corpo e non c’è più alcuna speranza, non c’è più salvezza. Che se anche si tornasse a correre, se anche si tornasse alla vita grazie a cure ricevute, esterne, perso ormai sarebbe l’animo, l’istinto, la forza che alberga in ognuno di noi. Guardatevi attorno, guardatevi dentro! Ora siete soli nella scelta.

Ma veniamo al punto. Le parole che oggi, il sottosegretario Guido Bertolaso ha rivolto alla stampa, all’Italia e a tutta la nostra cittadinanza, nella sua ultima visita a L’Aquila, cosa vogliono dirci? Ma ancora più, cosa ci è stato detto, oramai da mesi, dai nostri salvatori? Che messaggio il Dottore rivolge al malato? Cosa dice questo padre illuminato al proprio figlio sofferente?

Ebbene quello che ci è stato detto, riscontrabile nei fatti a mio avviso, fatti che ci hanno cambiato i connotati, è molto semplicemente: “Pensiamo a tutto noi”. Ed oggi nello specifico: “Non serve che giochiate con le carriole, la situazione è complessa, ci pensiamo noi in due anni. Capiamo che vogliate fare qualcosa, che proviate “disagio e preoccupazione”, ma così non andrete da nessuna parte. È inutile che tentiate, rilassatevi, lasciate fare a noi. Nessuna reazione, il male è troppo grande. Figlio mio, aspetta che penso a tutto io, lascia fare a me, tu sei un bambino. Signor degente ha un male molto grave, stia qui calmo che la curiamo noi. Lei non si preoccupi, non deve fare alcuno sforzo, la medicina da sola basta. E non si deprima, è!”.

Non serve uno scrittore da quattro soldi a ricordarvi, invece, le parole calde delle nostre mamme durante le penose influenze invernali o le prime sconfitte formative della vita.

“Chi pensa che con una carriola possa portare via tutto sbaglia”.

Oggi, tuttavia, non si è assistito solo ad un’ennesima becera manovra politica per sminuire, denigrare, manipolare e per giunta cavalcare l’onda creata dal movimento popolare autodeterminato  delle Carriole, che fa dell’amore per L’Aquila e della disperazione le proprie armi vincenti. Oggi, ci è stato detto molto di più, parole che hanno un significato più profondo. Oggi ci è stato detto che siamo inutili, che siamo il nulla, che siamo un malato che non può farcela da solo e che non serve neanche collabori alla sua guarigione. Oggi ci hanno detto che siamo un bambino che alle prime difficoltà è già senza speranza. Che siamo cittadini senza valore alcuno, che il nostro aiuto non serve a niente, che da soli non possiamo farcela (cosa certa) e che, al contempo, non è necessario neanche muovere un muscolo. Oggi ci è stato ribadito che penseranno a tutto loro, che ci penserà il Dottore, che possiamo aspettare, che possiamo fidarci, che il miracolo, se non è ancora arrivato, verrà. Oggi un Dottore ci ha detto, con il suo fare paterno, che possiamo sprofondare nel letto, che dobbiamo accettare le nostre piaghe da decubito, che la pappa arriverà, che verremo aiutati e guariti senza il nostro minimo sforzo.

Oggi, mio caro lettore, ci è stato detto, ribadito, consigliato, di rinunciare a noi stessi,  alle nostre iniziative, di smettere di lottare, di aspettare gli eventi, ancora più in profondità se è possibile, di rifiutare al nostro istinto di sopravvivenza, di ignorare il senso stesso della vita, di smettere di credere in noi stessi, da soli non potremmo mai farcela! Oggi, caro lettore, è stato offeso il valore della tua esistenza, calpestato il tuo diritto universale allo sviluppo, alla crescita personale e sociale. Oggi, caro lettore, sei stato dichiarato, per l’ennesima volta, numero, entità astratta, codice, pezzo di carne da curare, oggi, sei stato definito “pigiama a righe”, e lo dico senza paura, tralascio le metafore, sono fermamente convinto di non esagerare.

Oggi, caro lettore, e da tanto tempo a questa parte, hanno rubato la tua essenza, la tua preziosa specificità. Oggi, fratello mio, ti hanno rubato l’anima, ancora e ancora…

Chiappanuvoli