D’amore incapaci – scritti da more 2

Tra le mani hai il mio gelo.

 

Lande distese epurate solipsistiche
cosmogonie e agonie orme impr-
esse bianche – non

non meriti di vita
il petrolio ci porti
via.

 

E
spiazione vergogna deturpi-amo.
Sbocciature come dita di rosa
cadono gocciole al suolo.

 

Putrido la mia fronte
nascosti dentro una poesia
dei poeti tutta l’agonia
siamo incapaci siamo –
una crisi epilettica.

22/09/2002

(* Foto dal sito http://www.fotored.it/index1.htm)

Postcard (+ explosions in the sky – postcard from 1952)

Una poesia salva la vita.

Almeno a me.

Eppure

questa splendida realtà anela.

Occlude branchie, tronca alveoli,

epiteli, strozza le trachee.

E forse neanche le parole servono

poi

a granché.

Ma quanto è splendido starsele a raccontare!

(Splendido starsi a raccontare)

Tutto ciò che siamo. E sono

più ora che mai. Più adesso

che sempre.

Adesso che la decisione si attacca

all’ossigeno come una molecola

di carbonio.

Scarto – ti senti – di troppo.

Inquinamento per quel mondo

di patina ed inchiostro.

Siamo ai minimi storici.

In equilibrio su precarie i!

Incapacità, impossibilità, incoscienza.

Eppure

la poesia salva la vita.

Almeno a me. A te.

Splendida bugia che anela.

Altro non è

questo disordine

nelle cose nostre, lettore.

Come una cartolina dal 2591.

23/09/2011

Chiappanuvoli

Giocare (Explosions in the Sky – Day Six)

Il difficile di ogni gioco è sapersi assumere le proprie responsabilità. Alcuna vittoria, alcuna sconfitta ha il benché minimo valore. Le regole si decidono sempre strada facendo. Io ho tutte le responsabilità impresse a fuoco sul petto, bruciano ma ricordano. Io ho tutte le colpe di questo dannato gioco. Il tabellone dei punti segna giustamente zero. Tra i giocatori infatti sono degnamente il peggiore. Che non capisca le regole?

Eppure ero simpatico, gentile, determinato e disponibile. Eppure ero partito così bene, credo. EHEHEH… Credo proprio di no. Iniziai inventando un nuovo gioco, tutto mio. Ero una caccola e già avevo pretese d’invenzione. Amavo con forza, più del necessario, odiavo sempre poco, non lo ritenevo necessario. Soffrivo come un cane, mi prendevano anche in giro per questo. Apprensione stimolavo negli altri, pena forse, tanta tenerezza. Cambierai, mi ripetevano, smetterai di fare il tuo gioco e inizierai anche tu a giocare con noi. Imparerai, dovrai solo sbatterci un po’ la testa.

Oggi ho la testa incalcagnita dalle migliaia di botte prese, date a volte. Il dolore è solo un lontano ricordo. Poi ho le mie pasticche che mi rendo ebete e insensibile, inoltre, dimentico presto ogni cosa. Ho imparato le prime regole del vostro gioco, ma non riesco a ricordarle tutte. Sudo, m’impegno, ma non c’è nulla da fare. Ricordo tuttavia appena anche le regole del mio gioco, permangono solo pochissime tracce. Se potessi spegnere il cervello però, so che la memoria del mio stomaco e del mio cuore mi indicherebbe la strada che dovrei percorre. Permangono tracce, tracce di un gioco che ormai mi pare senza senso. Per quale motivo continuare a giocare se non v’è nessuno con cui lottare, gareggiare, soffrire, condividere e perdere anche? Che senso ha, inoltre, continuare a dar retta alle regole di quel bambino dagli occhi tristi? Che senso ha giocare al gioco del sognare?

Come la ripresa di una telecamera torno col pensiero ad ora, al sangue che ho in corpo in questo istante, e vedo l’immagine che si allontana di quel bambino che mi sta a guardare. Fermo, tra legna e calcinacci, una faccia buffa e lo sguardo da uomo, una tuta strappata, dei riccioli marroni scuri. Da lì lui mi sta a guardare, mi allontano e mi sta a guardare. Impassibile, lui resta lì, lui che sa cosa deve fare, sa a quale gioco vuole giocare.

Non c’è troppo altro da dire, io sono solo un giocatore sospeso tra due giochi che non sa più giocare. Resto ad osservare, anche se so, presto ci sarà un’importante scelta da fare: tra un gioco che non voglio e non so giocare e un bimbo da cui ho ancora tanto, troppo da imparare, o forse solo ricordare.

18/03/’10

L’effigie del mai presagito + Explosions in the sky

L’effigie del mai presagito

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Quel che stridette di certo

furono i denti nel fragore

improvviso del nostro tetto.

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Nelle calme notturne ore

vano fu stringersi nel letto

braccati dall’atroce rumore.

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Protratti sogni all’infinito

s’incastrarono nel sordo crollo

delle mura dal colore sbiadito.

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L’impotenza scuote al midollo

coll’effigie del mai presagito

tranciandoti la vita nel collo.

.

Oh, dispersi negli affari di Dio,

sia la vostra memoria immanente

ogni giorno un sacro dovere mio.

.

Oh, figliol caduti delle Patrie,

possa la nuova pietra fondante

‘ser degna dell’anguste nicchie.

.

Oh, raminghi spiriti e tormentati,

abbia il cor vostro forza bastante

per conceder grazia a uomini incauti.

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10/06/’09