A.I.

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Siamo delle intelligenze artificiali, dei prodotti, programmati, negli anni, nei secoli, siamo dei circuiti cybernetici, delle equazioni, poggiati sul caos, composti di numeri definitivamente indefinibili. La definizione è follia, l’indefinizione è utopia. Il caos una realtà inaccettabile. Inafferrabile. E sensibile. Le barriere, i limiti non sono che mero gioco di rimandi. Un’illusione controllata. Artificiali quali siamo, due sono le risposte che abbiamo imparato a elaborare: libertà – dipendenza. Altre gabbie, altre scatole comunque troppo grandi o troppo piccole. L’inganno verso gli altri o verso noi stessi è solo un tenue riflesso del grande, esiziale inganno. Non siamo ciò che siamo e non siamo neanche ciò che pensiamo di essere. Abbiamo una storia ma non siamo quella storia. Creiamo conflitti perché per noi non c’è pace. Siamo costretti ad arrenderci, prima o poi, all’illusione. A scegliere. A essere scelti. Libertà – dipendenza. Confidando, nella superbia divina, di poter generare salvezza, per noi stessi, quando invece creiamo altra utopia, ancora equazioni, altri circuiti, programmiamo ancora altra intelligenza artificiale. Non c’è via di fuga che non un lungo black out. Eppure, sembra così vero.

La grande bellezza: lettera a Paolo Sorrentino

La grande bellezza

Mi scuserai se inizio questa mia senza tanti convenevoli, usando addirittura questo “tu” così volgare. È che sento il dovere, caro Paolo, di dirti questa cosa, semplicemente, che poi, in fondo, non è altro che una proposta. E devo farlo proprio perché stimo il tuo lavoro, mi piace la tua forma di cinema, godo dell’uso estetico che fai del mezzo. A passeggiare per Roma, sembrava d’esserci. Lo sguardo del protagonista era così familiare. Veniamo al punto, però, a questa lettera, alla (grande) bellezza. Credo che il concetto di bellezza sia strettamente correlato  con la morte, come pure qualche filosofo avrà già detto, mi pare addirittura Platone. Credo, ancora, che la bellezza sia l’unica arma a disposizione dell’essere umano per sconfiggere la morte, per raggiungere l’immortalità. Ed è chiaro, Paolo, da ciò che fai, che tu vuoi l’immortalità, almeno artistica. Permetti ancora due parole introduttive. Accennerò solo brevemente del tuo ultimo film che in realtà mi serve solo come catalizzatore di attenzione, te lo dico con schiettezza, nella speranza che queste righe possa arrivarti. Ciò che ti voglio dire viene da prima della visione de “La grande bellezza”, visto lo scorso 28 maggio, l’ho pensato qualche mese, da quando ho letto un romanzo meraviglioso, scritto dal quello che credo essere il più grande scrittore italiano vivente.

Ho visto alcune tue interviste per il lancio del film. Sono rimasto un po’ deluso. Sembra, senza volertene fare una colpa, che tu non abbia nulla da aggiungere al film, come se dovesse bastare a se stesso. Le critiche che ha ricevuto mi paiono, in sostanza, decisamente contrastanti. Si va dal “capolavoro” al “flop”, dal “tecnicamente perfetto” al “inconsistente, ma con un Servillo eccezionale”. Per non parlare poi dei pesanti raffronti felliniani e delle fantasiose accuse di mancanza di realismo… Per ogni articolo di celebrazione, ne escono due di stroncatura, per uno che stronca, due celebrano. Insomma, il dibattito imperversa e pare che solo il tempo potrà aiutare a valutare. Succede ogni tanto ai grandi, non è vero Paolo? Il botteghino invece ti ha promosso alla grande, superati di 5 milioni di incasso in poche settimane.

La mia impressione su “La grande bellezza”, te lo dico in modo diretto, è che sia un’opera incompleta, come se mancasse di qualcosa, di profondità, di umanità. E non riesco a capire se questa “incompletezza” sia funzionale al messaggio del film che vuoi dare o se sia una grave pecca che inficia così tutto lo sforzo estetico, creativo. C’è una relazione tra la fascinazione che creano quelle vite naufraghe che ci mostri e il senso di smarrimento che mi ha assalito sul finire del film, come se Jep avesse solo subdorato una via d’uscita della sua condizione d’infelicità ma che non fosse riuscito del tutto a farla sua? La grande bellezza, insomma, è geniale o superficiale? E tu l’hai colta “la grande bellezza” della vita o no?

Non so dare una rispota a queste domande, né vorrei lo facessi tu. Nell’arte si risponde con i fatti. Preferisco aspettare i tuoi prossimi film. Con fiducia.

Ti dicevo, Paolo, che la mia non altro che una proposta in fondo. E arriviamoci dunque. Ti accennavo a un romanzo che ho letto di recente. Ebbene, mentre lo leggevo, non potevo non pensare a te. Non sapevo ancora de “La grande bellezza”, eppure, immaginando le scene magistralmente descritte dallo scrittore, vedevo i tuoi piani sequenza, le tue panoramiche, i tuoi colori saturi, sentivo le musiche ipnotiche che aleggiano nei tuoi precedenti film. Lo giravo come se fossi tu a farlo. Ho dato, naturalmente, la parte del protagonista a Beppe Servillo. Ebbene, caro Paolo, il romanzo in questione è “La lucina” di Antonio Moresco, edito a febbraio da Mondadori. Anche su questo libro si è detto molto. L’autore lo descrive come un “romanzo testamentario” e io non sono riuscito staccarmi da questa idea, la mia chiave di lettura ne è stata profondamente influenzata. Non posso fare a meno di credere che il romanzo affronti principalmente il tema della morte, che si rapporti con essa, che ne esprima l’accettazione e, mi spingo oltre, che non aspiri ad altro, “La lucina”, che al superamento della morte stessa.

La lucina

Sto qui a proporti la trasposizione di questo romanzo per una semplice ragione. Vorrei vederti a confronto con il materiale, con il tema, portato all’estremo dallo scrittore. Vorrei vederti inseguire quei “fantasmi” fino al fondo dell’animo di Moresco. Vorrei che ti perdessi tu stesso nel tuo film, e noi con te. Vorrei ancora che ci ritrovassimo, sui titoli di coda, tutti insieme. Vorrei che mi mostrassi l’arrivo inarrestabile del profondo silenzio con la stessa intensità con cui Moresco ne scrive. Vorrei essere trascinato nell’ombra della morte, vedere ciò che lì vedi tu, e poi tornare indietro ed essere un po’ più forte, e avere un po’ meno paura. Vorrei assaporare attraverso le tue immagini l’immortalità. Vorrei scoprire se anche tu, caro Paolo, sei un immortale.

Cordialmente,

Chiappanuvoli

Qualunquemente – recensione

Lungi da me l’intenzione di criticare negativamente l’ultimo film di Antonio Albanese solo per darmi un tono o, peggio, per attrarre più persone sul mio blog, ma Qualunquemente è stato davvero una delusione. Forse sono andato con troppe aspettative, forse il vera obiettivo degli autori non era di fare un film comico. Fatto sta che, ad un certo punto, ho smesso anche di ridere. La pellicola improvvisamente è diventata uno spaccato fin troppo reale della situazione politica italiana, le battute e gli sketch dalla satira sono passati a esprimere puro e malsano sadismo.

 

Antonio Albanese

Qualunquemente - A. Albanese

Il personaggio ci è rivelato a tutto tondo. Viene dotato di una storia passata, di interessi economici, di una famiglia (deprimente), di una lobby che lo sostiene e persino sfrutta. Cetto Laqualunque, a tratti, sembra egli stesso vittima del sistema e con lui tutte le persone care che lo circondano (mogli e figli), come anche il suo acerrimo oppositore politico, De Santis. Quest’ultimo non è dipinto come un idealista che si rende ridicolo nel tentativo di portare la legalità o la democrazia nel piccolo paesino di Marina di Sopra, ma bensì come una persona triste e sfiduciata. Egli è un perdente come tutti noi che accendiamo ogni giorno la televisione e restiamo basiti di fronte gli ennesimi scandali e le ripetute ingiustizie che ci tocca sopportare. Non è comico vedere il nostro Paese che va a rotoli, ma triste, ferocemente triste, deprimente, scoraggiante.

La comicità lascia spazio alla lucida consapevolezza. Sono andato al cinema per ridere, per divertirmi e per svagarmi. Ne sono uscito amareggiato, quasi nauseato. Non ci trovo più nulla di divertente in tutto ciò. E non mi riferisco qui solo al bunga-bunga traslitterato nel famoso pilu, fin lì l’accetterei pure. Mi riferisco alla consapevolezza di una politica che fa solo il proprio interesse senza curarsi minimamente delle conseguenze per la cittadinanza, per l’arte, per l’ambiente, finanche degli effetti che tali comportamenti volgari e criminali dei leader politici hanno sui proprio familiari. Il figlio di Cetto è il primo succube del padre ed è svilente, penoso, perché sono cose che stanno avvenendo davvero quotidianamente. (Proprio oggi Emilio Fede in una intervista continuava a ripetere degli effetti negativi che si ripercuoteranno sul figlio della Macrì quando capirà di avere una madre zoccola, senza peraltro pensare agli effetti devastanti che si avranno sulla popolazione quando passerà come “normale” il costume di fare orge, di usare le donne come oggetti e simboli di potere, di pagare migliaia di euro per una scopata di lusso!)

Non ci trovo nulla di comico nei brugli elettorali, nel “riflettere” che significa andarsi a fare una bella scopata con una prostituta, nel denigrare il proprio avversario politico, nel fargli esplodere l’auto come monito, nel manovrare i mezzi di informazione, nel comprare i voti il giorno stesso delle elezioni, nel presentare programmi politici vuoti e farneticanti, non trovo nulla di comico nelle promesse che ci vengono fatte ormai da vent’anni, perché mi tornano subito alla mente quei 2.000.000 di posti di lavoro che non si sono mai visti e, da lì, il decadimento totale.

Non ci trovo proprio più nulla da ridere nel vedere l’Italia che va a rotoli e gli italiani che rimangono lì con le mani in mano, nell’illusione che basti lamentarsi o idolatrare per svolgere il proprio ruolo politico. Non ci trovo più nulla da ridere in questo immobilismo o nello sfruttamento della nostra ignoranza da parte di soggetti altamente ignoranti in materia di res pubblica, ma preparatissimi, al contrario, nel campo degli affari, professionisti dei cazzi loro. Non mi viene da ridere, mi vergogno anzi, terribilmente. Spero sia questo il vero messaggio che voleva trasmettere Antonio Albanese, altrimenti anche qui ci troviamo di fronte all’ennesima presa per il culo, per altro fattaci da parte di chi pensiamo sia lì a difenderci con il sorriso sulle labbra.

Chiappanuvoli