Un pezzo di Emilia è mio. Un pezzo di me è emiliano – #2 Protezione Civile

Uno degli obiettivi che mi sono prefissato per il mio secondo viaggio in Emilia era visitare almeno una tendopoli della Protezione Civile. Sono riuscito a visitarne due, quello di Cavezzo gestito dal Dpc Abruzzo e quello di San Felice sul Panaro della Dpc Trentino.
Questi i dati, aggiornati al 7 giugno 2012, pubblicati sul sito della Protezione Civile. Sono stati allestiti 35 campi in Emilia Romagna e 10 in Lombardia.  Accolgono 11.095 persone. In più ci sono 2.450 persone site in “strutture al coperto” e 2.427 alloggiate in alberghi. Il totale della popolazione assistita sale così a 15.972. Grandi numeri, ma non grandissimi, se pensiamo che all’Aquila, tre anni fa, allestirono più di 160 campi e la pop. assistita superò abbondantemente le 60.000 unità (N.B. dati orientativi di difficile reperimento sul web) in un cratere sismico abitato da più di 100.000 persone. Numeri non grandissimi, se consideriamo il cratere sismico emiliano e lombardo con un raggio di 50 km. Solo nei comuni e paesi che io ho visitato (vado a memoria) i dati sui residenti (fonte Wikipedia) sono: Sant’Agostino 7.106, Camposanto 3.218, Cavezzo 7.345, Finale Emilia 16.076, Concordia 9.059, Medolla 6.331, Mirandola 24.602, Nonantola 14.489, Novi di Modena 11.476, Rovereto sul Secchia 3.974, San Felice sul Panaro 11.135, San Possidonio 3.828, Rolo 4.090, Reggiolo 9.362. Per un totale di 132.091 abitanti. E questo SOLO per i posti che ho visitato. Per farvi un’idea di quanti comuni siano stati colpiti basta andare questa pagina di Wikipedia. La differenza, più che orientativa, è quindi di 116.119 unità. Dove sono queste persone? Dove sono sfollati?

La maggior parte delle persone è in tenda, camper o roulotte accampata davanti alla sua abitazione. Molti si sono fatti coraggio e sono tornati a casa (che sia troppo presto?). Alcuni se ne sono andati da parenti e amici in zone più sicure. Almeno 116.119 persone.

foto mia

#2 Protezione Civile.


Siamo arrivati al campo di Cavezzo verso mezzogiorno e mezzo. Ho riconosciuto un amico aquilano e mi sono fatto indicare i Capi campo con cui avrei voluto parlare. Sono stati molto disponibili, dato che mi sono presentato come semplice aquilano “in visita” e Jan come Dottorando con una tesi sul terremoto dell’Aquila. Mi hanno detto di aver allestito una tendopoli per 300 persone (Cavezzo 7.345 ab.). Così ha voluto il sindaco Stefano Draghetti. Ci sono anche due mense, aperte a chiunque (anche noi ci abbiamo mangiato): una interna, che verrà chiusa ai non residenti dopo la recinzione del campo in allestimento, e una esterna, che resterà sempre aperta a tutti. Non ci sono tanti stranieri e non hanno avuto problemi seri di gestione degli stessi. Per il momento la situazione è tranquilla.

Ho deciso di mettere in difficoltà il Capo campo esprimendogli “velatamente” le mie perplessità sulle tendopoli, ricordandogli appunto il caso dell’Aquila e i problemi relativi a quella che è stata definita “eccessiva militarizzazione del territorio”. Gli ho fatto l’esempio della tendopoli di Piazza D’Armi. Il Capo campo si è scosso e mi ha detto che lui lavorava proprio a Piazza D’Armi. Allora ho puntato il bersaglio grosso e gli ho detto che “forse” all’Aquila l’intervento della Protezione Civile è stato un po’ troppo pesante, alludendo proprio alla gestione dei campi. L’uomo è tornato subito fermo e deciso. Mi ha giustamente fatto notare che nel nostro caso erano venute a mancare tutte le strutture delle autorità competenti, Comuni, Prefettura, Questura, e che quindi si è causato un vuoto decisionale che doveva essere colmato in qualche modo. Poi (e bisogna riconoscergli la sincerità) ha subito aggiunto che sì, “forse” si è esagerato, che qui in Emilia si è scelto un profilo, per così dire, più “basso”. Il Dpc si è messo a disposizione dei Sindaci, i delegati legittimi delle questioni di sicurezza civile. Ogni decisione ultima tocca al Sindaco, anche decidere il numero dei bagni chimici per tendopoli. Sono loro ancora che tengono tutta la rendicontazione economica.

L’Aquila, in fondo, è servita a qualcosa, ho pensato. Se non altro a fermare quel macchinoso meccanismo succhia soldi nelle mani pochi individui. L’Aquila è servita a capire che i Sindaci non possono essere esautorati dal loro potere. L’Aquila è servita a capire che le tendopoli (mi si perdonerà l’eufemismo) non possono essere gestite come “lager”, anche se è ancora presto per dire come evolverà la situazione in Emilia. La Protezione Civile si è posta al servizio della popolazione. Speriamo bene.

C’è ancora un dato che va sottolineato, di cui ho discusso anche con il Capo campo. Perché la tendopoli ha solo 300 posti letto quando gli abitanti di Cavezzo sono più di 9.000? Certo le risorse economiche messe in campo (fortunatamente dal punto di vista degli sprechi) sono più limitate rispetto a tre anni fa. La responsabilità, come detto, ricade sui Sindaci e sul Commissario Straordinario Errani, non sul Bertolaso di turno. Mancano 8.700 persone all’appello. Il Capo campo mi ha detto che è stato proprio il Sindaco a volere una tendopoli di soli 300 posti. Ha aggiunto che, secondo lui, la volontà è quella di rimandare il prima possibile le persone a casa, nelle abitazioni che verranno dichiarate agibili. Sempre paragonando con L’Aquila, con le dovute attenzioni per carità, dal 6 aprile al 10 luglio 2009 (data di chiusura del G8) fu in vigore una ordinanza comunale che vietata a chiunque di mettere piede dentro la propria abitazione, se non accompagnati da personale autorizzato.

Da un terremoto, quello aquilano, “mediaticamente esasperato”, ad un terremoto, emiliano/lombardo, “minimizzato”. La macchina della merda sta funzionando. E qui mi fermo. Tutto ciò che potrei aggiungere sono nient’altro che paure, dubbi, insinuazioni insomma.

Vorrei chiudere però con una nota positiva. Come detto, ho visitato due campi. Il secondo è quello della regione Trentino. A San Felice, dove sono stato il 9 giugno, il clima era decisamente disteso. La Guardia Forestale all’ingresso è stata gentilissima. Abbiamo parlato con volontari del DPC e della Croce Rossa. Gli ospiti sono 380. Di questi all’incirca 270 sono stranieri. 11 nazionalità diverse. Ci sono state delle difficoltà, per stessa ammissione dei volontari, riguardanti più che altro la prima collocazione in tenda. Non tutti gli ospiti gradivano la convivenza con cittadini di altre etnie, anche tra stranieri e stranieri. Tutto risolto con calma e discrezione, mi hanno detto. Nel campo, inoltre, si è già fatto vivo il Cinformi di Trento, centro informativo per l’immigrazione, con cui ho collaborato anche all’Aquila assieme al Coordinamento di Associazioni Ricostruire Insieme. Abbiamo parlato con i membri della cucina che hanno ricordato con affetto i lunghi mesi trascorsi in Abruzzo. Abbiamo bevuto il caffè con loro. Io e Jan siamo andati via molto più fiduciosi del giorno prima, quasi tranquillizzati ecco. Il Trentino è un modello da seguire per tutta l’Italia, senza nulla togliere ai tanti tantissimi volontari accorsi dalle altre regioni, sia chiaro. Ma non è solo attraverso l’impagabile impegno dei singoli volontari che riesce una missione d’aiuto durante uno stato d’emergenza, il più è deciso, condizionato, dalla “testa”, da chi comanda, da chi fa le leggi e da chi ne vigila l’applicazione.

13/06/2012

Chiappanuvoli

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Un pezzo di Emilia è mio. Un pezzo di me è emiliano – #1 Portare qualcosa

Scardinerei la struttura del “racconto partecipato” per riportare in “pillole” gli eventi di questo secondo viaggio in Emilia. Come accennato altrove, abbiamo portato, io e Jan, dei materiali da campeggio comprati grazie ad una colletta improvvisata la sera prima di partire. I ragazzi aquilani ci hanno donato €244,33 in appena due ore. Io inizierei da qui. Pezzo pezzo.

#1 Portare qualcosa.

Giovedì 7 giugno. In compagnia di Fabrizio Spennati, sono andato a comprare a BricoIo (con lo sconto dell’8% e €10 donate dallo stesso Aleandri):
– 5 teli occhiellati 5×6 m.
– 10 reti ombreggianti 2×10 m.
– 2 matasse di corda da 20 m.

In più, la Farmacia di Pettino, per tramite mia madre, mi ha dato due buste di prodotti farmaceutici. Fabrizio Spennati, oltre che con il preziosissimo Tom Tom, mi si è presentato con una busta di maglie e completi dell’Aquila Rugby 1936, nonché l’immancabile “prugna”, il pallone ufficiale. La macchina tracimava di roba.
A onor del vero (e qui dirò solo il vero), non ho fatto a tempo a comprare il biglietto che, sempre altrove, avevo detto di voler comprare. Mi spiace, sono davvero mortificato, ma forse non tutto è perso. Possiamo ancora spedir loro un biglietto, e questa volta potreste firmarlo voi donatari. Potrebbe essere un altro bel gesto per far capire che ci siamo. Sì, ho deciso, si fa così.

Sempre a onor del vero (ma non si fraintenda per la mia franchezza), i nostri materiali non sono stati accolti tra urla di gioia festanti. C’è da capire però che il magazzino allestito dal ManiTese di Finale Emilia è in continuo mutamento. Solo quel giovedì, oltre al nostro, sono arrivati almeno altri tre carichi di roba e gestire il tutto non è semplice. Soprattutto con l’attenzione e l’intelligenza con cui lo stanno facendo i volontari incaricati. Olimpia, Bettina, Gaia, solo per citarne qualcuna, si stanno spendendo molto per evitare gli spechi, per operare aiuti mirati e per ripartire il tutto in parti più eque possibili. Ma va bene così. So, sappiamo che i nostri ombreggianti e teli saranno utili. È solo questione di tempo.

La cosa importante (e qui so che farò felici non pochi aquilani, primo tra tutti proprio Fabrizio Spennati) è che la “prugna” giri. C’è voluto qualche giorno per la verità. Giorni di angoscia per Fabrizio che mi tampinava con sms del tipo: “Fai girare la prugna!” e “Ripeto, fai girare la prugna!”. Giorni di angoscia alla fine culminati col mio sms di risposta: “La prugna ha girato…”.
E la prugna ha girato per davvero. Nicola ha gonfiato il pallone ed è stata una meraviglia vedere gli occhi dei bambini stupirsi per gli strani rimbalzi. O ancora la richiesta: «Come si tira?».
E siamo più vicini. Siamo più vicini nella lotta nella stessa lotta. Siamo più vicini anche grazie al gioco che meglio rappresenta la lotta, e la correttezza che ci vuole nella lotta, il rugby.

[Forse, grazie a Paolo Spinelli di Finale Emilia, abbiamo trovato anche un squadra scolastica di rugby da poter aiutare, ma non è il caso di aggiungere altro. Incrocio le dita.]

Foto di Jan Bock

12/0/2012

Chiappanuvoli

Arrivati e soddisfatti

Non posso che essere breve. Breve ma felice. Abbiamo beccato una grigliata, ovviamente di porco. Eravamo una trentina di persone. Chiacchiere risate comunità. Davvero comunità. Quello che serve. Bello, una bella atmosfera. La serata è corsa via. Di nuovo, c’era una gradita presenza, i ragazzi del Collettivo Lavoratori Atipici. Sono ragazzi che recuperano materiali, li lavorano, li rendono riutilizzabili e poi li vendono. Che dire? Le cose non sono da gettare quando ci dicono che sono da gettare. Qui credo possano fare tanto, forse potrebbe essere proprio l’ambiente ideale. Penso a CaseMatte. Gli ho mostrato le foto. Gli ho detto che qualsiasi cosa vogliano fare da oggi in poi è possibile. Insomma ambiente perfetto.

Abbiamo scaricato la cose che abbiamo comprato appena siamo arrivati. Graditissime. E più di quanto possano pensare ora, saranno utilissime (grazie ancora a tutti quelli che hanno contribuito). Non c’è stato troppo tempo per i saluti. Subito una fetta di pancetta di bocca. Jan, poverino, ha questo problema (scherzo…) di essere vegetariano. C’erano comunque verdure. Poi chiacchiere, le solite per argomento (terremoto e sue conseguenze), ma speciale nello spessore. Sono questi i momenti più belli. Momenti di estrema libertà, dunque di estrema condivisione.

Il tutto poi è stato “bagnato” dalla genziana di Danilo. La donazione più gradita (cit.). Bene il gemellaggio è iniziato. La strada è tracciata. Comunità, torneremo ad essere comunità. Iniziamo dall’Emiliabruzzo. Notte a tutti. Intanto qui si continua a parlare di topi.

PS: non rileggo neanche.

Chiappanuvoli

Secondo viaggio in Emilia: gli aquilani ci sono, non siete soli.

Non saprei come descrivere l’emozione che ho dentro in questi ultimi momenti prima di andare a dormire. È come una velata dolce sospensione. Domani si riparte, torno in Emilia. Mi accompagna un folle antropologo tedesco che sta facendo il dottorato di ricerca all’Università di Cambridge sull’Aquila, sul recupero della comunità dopo una catastrofe. Si chiama Jan.

Oggi pomeriggio, tra la convulsione dell’organizzazione, ho avuto un’idea. Non volevo andare su per la seconda volta a mani vuote, anche se so che basta la vicinanza, anche se ho capito che in fondo si riesce a fare tanto semplicemente parlando. L’idea era: uscire, improvvisare un reading di mie poesie sul terremoto dell’Aquila, raccogliere offerte e comprare, domani in mattinata, dei teli da campeggio per coprire le tende. L’idea in concreto si è tramutata in: sono uscito, ho portato le poesie con me ma non le ho lette, ho fermato chiunque per strada (per lo più ragazzi in serata, studenti o lavoratori precari), gli ho spiegato i miei piani, ho chiesto loro un contributo economico, anche se minimo, ho raccolto €244,33. Stupefacente. Non ci sono altre parole. E tutto ciò che posso dire a queste persone è grazie.

Domani andrò in ferramenta comprerò quanti più teli è possibile (ovviamente chiederò un lauto sconto). Caricherò tutto in macchina e mi metterò in viaggio. Consegnerò i materiali alla ONG Manitese di Finale Emilia, il mio punto di riferimento in zona. Penseranno poi loro a distribuirli a chi ne bisogno.

Forse la minaccia di sentir recitare le mie poesie, forse la mia rinomata capacità persuasiva, forse il loro cuore più grande delle stesse casse toraciche, forse la vicinanza emotiva per il trauma subito, forse semplicemente il fatto che noi aquilani ci siamo già passati, sappiamo. Sappiamo che non è un telo che ti cambia la vita. Sappiamo, però, che un piccolo gesto vale, per un persona che davvero soffre, tanto quanto carpirgli a mani nude il suo dolore. Sappiamo che una tenda protetta dal sole ti garantisce qualche momento in più di sonno. Sappiamo quanto sono duri i primi giorni, e quanto è necessario riposare per essere lucidi la mattina seguente. Sappiamo che una catastrofe non si risolve quando si spengono le telecamere. Sappiamo che dobbiamo essere uniti e che solo così se ne può uscire.

Ho scritto su un taccuino i nomi di tutti quelli che mi hanno dato una cifra più cospicua. Non riporterò i loro nomi. I loro soldi valgono quanto quelli di chi ha messo solo qualche centesimo. Per ora i loro nomi li terrò per me. Rileggendoli, mi rendo conto che questa cosa di averli appuntati non ha senso. Come faccio a dire a un emiliano questi soldi sono di Tizio o Caio? Eppure forse qualcosa di sensato posso pur farla. Domani comprerò un bigliettino e ci scriverò sopra tutti i loro nomi, anche di quelli che non ho segnato. Lo tappezzerò di nomi. Certo, in concreto, non serve proprio a un cazzo, lo so. Ma esprime vicinanza. Come dire, i corpi dietro a tutti questi nomi esistono, esistono per davvero, ci sono, e ci sono per voi emiliani. Tutto qui. Solo per dire: «Non siete soli». E questo, credo, è tutto ciò che dovrebbe servire in un mondo sano.

07/06/2012

Chiappanuvoli

Terremoto, un aquilano in Emilia

L’unico modo per rendersi davvero conto di quanto accade in Italia è andando a vedere con i propri occhi. L’ho imparato sulla mia pelle e anche questa occasione la lezione si è dimostrata fondamentale. La prima cosa che posso dire sul terremoto che ha colpito la Bassa Pianura Padana è che ha trovato, come al solito, una Nazione impreparata, delle istituzioni fragili e farraginose, una popolazione inerme, unica vittima di tale ignoranza. Basta vedere un qualsiasi telegiornale per accorgersi dell’incapacità metodologica e della scarsissima formazione dei giornalisti, domande sempre banali, volte non “alla comprensione di” o “all’informazione su” un fenomeno, bensì alla disperata ricerca dello scoop, in preda alla sindrome da tasso d’ascolto. Basta osservare la macabra dinamica delle morti per capire che è stata sottovalutata, per l’ennesima una volta, la gravità dell’emergenza, la pericolosità di un evento naturale con cui invece dovremmo essere abituati a convivere. Le vittime del 29 maggio sono a tutti gli effetti “vittime di Stato”. Quante altre L’Aquila o Bassa Padana dovranno esserci perché si radichi la cultura della prevenzione?

Sono partito venerdì 1 giugno subito dopo pranzo. Cinquecento chilometri di strada e una ragazza ad aspettarmi all’uscita dell’autostrada Bologna Casalecchio. Si chiama Monique, è di Modena, non della parte di provincia colpita. Nel 2009 è stata all’Aquila per sei mesi come volontaria, un’esperienza talmente tanto importante che l’ha spinta a fare anche un documentario (Ottocentroquarantanove – Vita e segreti di una città dimenticata) di recente uscita. Abbiamo chiacchierato davanti ad uno sprinz cenando con l’aperitivo. Poi subito in marcia direzione Mirandola. Dopo la scossa dello scorso 29 maggio, la Protezione Civile e le autorità nazionali hanno deciso per un intervento massivo e capillare sul territorio colpito. Stanno nascendo le prime tendopoli e iniziavano a spuntare i C.o.c. (Centro operativo commissariale, omologhi dei C.o.m. aquilani…).

Arriviamo in via Confalonieri verso le 21.30. È già buio. Sotto gli alberi di un parchetto comunale, una ventina di tende da campeggio. Ci vivono alcuni residenti della zona che, come più volte sottolineano, non vogliono andare nella tendopoli della PCI, non si fidano, non vogliono essere militarizzati (in questo la lezione dell’Aquila ha avuto il suo peso). Ad aiutarli, tre ragazzi, appena ventenni, appartenenti al Collettivo Autonomo Studentesco di Modena, conosciuto come Guernica. Un signore di mezza età suona la chitarra sotto la tenue luce di un lampione. Hanno generi alimentari e di prima necessità, ma non ancora la corrente elettrica. Mi dicono che gli è stato anche intimato di andare nella tendopoli, o saranno incriminati per occupazione di suolo pubblico. Il controllo governativo del territorio è già iniziato, presto vedremo le forme del comando, penso. Prima di me, due amici aquilani, Sara Vegni ed Emanuele Sirolli, sono stati qui in visita, e nonostante ciò mi sommergono di domande. La più ricorrente: «quando potremo tornare a casa?» Credono che tutto quello che gli sta capitando sia passeggero. Gli dico che devono abituarsi all’idea che l’emergenza possa durare a lungo, che non c’è fretta di tornare nelle case, che il rischio è ancora alto e non ne vale la pena, che la sicurezza è fondamentale.
Consegnamo ai tre volontari due tende donate da amici aquilani, Nicoletta Bardi e Federico Bucci, e ci rimettiamo in cammino. Voglio raggiungere gli altri due aquilani a Finale Emilia e farmi raccontare quello che hanno fatto nei giorni precedenti, sapere la loro impressione preziosa di terremotati e condividere i contatti presi.

Li incontriamo alla sede di Manitese (in via Per Camposanto 7A). È quasi mezzanotte e la maggior parte della persone è andata a dormire. Faccio la conoscenza di Enrico, un rappresentate dei G.a.s. della zona. Un bicchiere di lambrusco e i loro racconti. Monique dopo poco ci saluta, la aspettano ancora 80 km di strada per tornare a casa. Noi continuiamo a chiacchierare fino a notte fonda.
La mattina seguente inizio finalmente la mia attività di informazione. Manitese è una ONG nazionale che opera nell’ambito dello sviluppo e cooperazione nei paesi del Sud del Mondo. Qui a Finale Emilia hanno un mercatino dell’usato, fanno attività di laboratorio artigianale e lavorano con i bambini. Conosco Bettina, Luca, Nicola, Gianluca, solo per citarne alcuni. In realtà in questi giorni qui si sono riunite almeno una trentina di persone. Tanti abitanti del luogo usano questo posto come punto di riferimento, come hanno fatto anche diverse associazioni regionali e nazionali (ad esempio il T.P.O. di Bologna e il nostro 3e32), che si sono affidate a loro per lo stoccaggio dei generi di prima necessità. Non solo sono (e saranno a lungo) referenti validi per questo genere di iniziative, sono già testimoni obiettivi, hanno il polso della situazione e, scommetto, diventeranno anche un soggetto politico decisivo per le sorti di tutto il cratere sismico.

Dopo pranzo mi unisco a Nicola, ad altri ragazzi del Manitese e ad alcuni volontari bolognesi per andare a distribuire generi alimentari e monitorare gli insediamenti di fortuna che ancora non sono riusciti a visitare. È l’occasione per me di rendermi conto del reale stato delle cose. Solo ora alla luce del giorno inizio a vedere i veri danni causati dalle forti scosse. La prima cosa che balza agli occhi sono i vecchi casolari, oggi usati come magazzini o abitati da cittadini stranieri. Molti sono crollati, a quasi tutti è venuto giù il tetto. Siamo passati anche per il nucleo industriale di Mirandola, davanti ai capannoni crollati il 29 maggio, dove ci sono state gran parte delle vittime. Un cumulo di macerie contornato dal nastro bianco e rosso. Qualche auto di curiosi. Nulla di più. Mancano ancora i ricordi dei cari, i fiori, le foto, l’avviso di sequestro da parte della magistratura. È ancora presto. Ci vorranno anni per la verità, anni per accertare le eventuali responsabilità. Film già visti. Il peggio che il nostro Paese sa offrire.

Dapprima ci rechiamo a Forcello, una piccola frazione di San Possidonio. Ci sono molti danni, anche in case di nuove costruzione. Rispetto all’Aquila i danni si vedono nei tetti, non al primo o al secondo piano. Dipende dal tipo di costruzione, dal terreno sottostante, dal tipo di terremoto. Le persone della piccola tendopoli autogestita appaiono stanche, spossate. Hanno fronti corrucciate, la pelle scintillante di sudore. Dicono di non volersi muovere, anche loro non vogliono andare nella tendopoli della PCI. Vogliono stare vicino alle loro case. Mi metto a parlare con un anziano signore. Sembra essere sul punto di scoppiare a piangere; so bene che è la paura che ti rende così, vulnerabile. In questo accampamento hanno ogni genere di prima necessità. «Portatele a chi ha veramente bisogno, noi siamo a posto.» Gli lasciamo poche cose per l’igiene personale e andiamo via. Ad occuparsi della distribuzione degli alimenti in queste zone è il Comune di San Possidonio stesso. Ha allestito un magazzino in una scuola, credo. Tutto il piazzale è piano di bancali carichi di bottiglie d’acqua. I locali interni quasi tracimano di roba da mangiare. Ancora una volta la solidarietà degli italiani si è superata. Così come all’Aquila, in pochi giorni si è scongiurato l’allarme per la sussistenza alimentare. Come all’Aquila, credo sia già arrivato anche troppo. Non vorrei si ripetessero le scene pietose che ho già visto. Non è questione di Nord o Sud, in una tale condizione di smarrimento tutte quelle cose ci cambiano, diventiamo avidi, invidiosi.

Scarichiamo entrambi i furgoni, al resto penserà il Comune. C’è altro lavoro da fare, bisogna andare in altre zone a vedere qual è la situazione, capire quali sono i bisogni reali. Con Gianluca ed Enrico visitiamo Concordia, Novi di Modena, S. Antonio in Mercadello, Rovereto sulla Secchia, Cavezzo e una piccola frazione gravemente danneggiata di nome Disvetro. Non ricordi tutti i posti, tutte le frazioni, non ricordo i loro nomi, ricordo le immagini, i volti, le parole, il caldo, la luce del sole, la Pianura Padana, il labirinto delle sue stradine comunali e provinciali.
Più andiamo in giro e più mi rendo conto che tante tantissime persone sono accampate davanti alle loro abitazioni. Dove c’è un giardino c’è una tenda, un camper, una roulotte. I miei compagni mi dicono che nelle tendopoli ci sono per lo più gli abitanti dei centri storici, molti dei quali sono extracomunitari, quelli insomma che non hanno un giardino o una rete sociale adeguata.
Nei vari campi che abbiamo visitato, tutti autogestiti (sempre perché è diffusa la sfiducia nei confronti della Protezione Civile), più o meno troviamo queste condizioni. C’è cibo e generi di prima necessità. Mancano invece tende, materassini, i materiali da campeggio insomma. Tutti pensano che l’emergenza durerà poco, non sono preparati anche mentalmente al “campeggio” prolungato. Nessuna tenda è isolata dal terreno o ha la copertura adeguata per il sole, ad esempio. Sono sufficientemente organizzati per la prima emergenza però. C’è già il referente del campo, è già chiaro con chi dobbiamo parlare per avere un quadro preciso. Chiacchierando la prima cosa che emerge è che non hanno idea di cosa aspettarsi. Sono comprensibilmente spaesati, confusi. Tanti, troppi sono già i “dice che” (le leggende metropolitane, in pratica) diffusi, dalle cause del terremoto, al grado impreciso dell’intensità delle scosse maggiori, dalle decisioni politiche ai tempi della ricostruzione. Ascolto, intervengo quando chiedono il mio parere di terremotato aquilano. Cerco di non andarci pesante, di infondergli speranza, ma di essere al contempo lucido e realista: «Vi tirerete fuori dalla merda da soli, facendo comunità, stando uniti. Non è negativo ogni intervento governativo, ma dovete stare attenti, controllare, monitorare, soppesare le promesse che vi verranno fatte. Anche se è difficile, non abbassate mai la guardia.» Alcuni hanno persino la forza (o forse lo fanno per rendersi conto di ciò che li aspetta) di domandarmi come va all’Aquila.  Qui divento impietoso, ma la mia speranza è che dai nostri sbagli come cittadini e dalla negativa esperienza di interventismo televisivo-governativo possa venir fuori una lezione preziosa per loro. Anche se non c’è più Bertolaso, a capo della PCI c’è Franco Gabrielli, “un personaggio della stessa parrocchia”, anche se non c’è quel fantoccio di Berlusconi, la cultura politica affarista in Italia non è affatto cambiata.

Rientriamo al Manitese che è ora di cena. Molte strade sono interrotte e riuscite a districarsi è complicato anche per Enrico e Gialuca. Attorno al tavolo ci sono almeno due dozzine di persone. Parliamo. Del più e del meno. Della nostre vite. Del terremoto. Del futuro. Dell’Aquila. Della tragedia umana che ha seguito l’evento naturale. Il vino ed il caldo della giornata fanno il resto. Alle undici siamo rimasti in pochi. Decidiamo di andare a dormire, per quel che si può. L’agitazione è tanta anche per me, per me “vaccinato”, così mi metto a fare una lista assieme a Emanuele, un kit per il perfetto terremotato. Niente di più che qualche consiglio organizzativo per evitare di perdere tempo prezioso.

La mattina seguente (3 giugno), mi sento telefonicamente con alcuni amici. Da Roma sta arrivando Fulvio (un amico che già si fece in quattro per L’Aquila) con un carico di tende e Quadruccio (aquilano terremotato che vive a Bologna). Arrivano quasi in contemporanea. Li presento alle persone del Manitese. Si parla subito di come strutturare gli aiuti, di quello che concretamente si può fare. Bisogna progettare una collaborazione sul lungo periodo. È importante non sentirsi soli. Sia per loro che per noi, sia chiaro. Emotivamente c’è un grande bisogno in questo Paese di sentirsi uniti, di sentirsi popolo, peccato doverselo ricordare solo nelle catastrofi o quando gioca la Nazionale.
Dopo un buon caffè e aver assaggiato una birra artigianale fatta da persone disabili (se non sbaglio) facciamo il giro della grande struttura accompagnati da Bettina che ci illustra tutti i loro progetti. In me si radica l’idea che è da un posto come questo che si può ripartire. Loro possono essere un punto di riferimento per tutta la Bassa, lavorando nell’informazione alternativa, studiando le numerose ordinanze governative che in breve li sommergerà, puntando sulla ricostruzioni sociale, l’unica assolutamente fondamentale. Riprendendo il famoso slogan friulano, direi “prima le persone, poi le fabbriche, le case e le chiese”.
Verso le cinque del pomeriggio iniziamo a organizzarci per ripartire. Domani dobbiamo essere tutti a lavoro e ci aspettano almeno cinque ore di viaggio. Il distacco non è doloroso, ci vedremo presto. Torneremo. Sappiamo di avere ancora tanto da fare. Abbiamo da consigliarli. Abbiamo al contempo un mucchio di cose da imparare noi da loro. “Ci salviamo da soli”, questo ho imparato con il terremoto dell’Aquila. Ci salviamo da soli ma solamente se riusciamo a stare uniti, ritornando ad essere una comunità. Così si combatte la paura, si combatte l’ignoranza dilagante, l’incapacità del sistema, così si combatte il malaffare sempre sempre in agguato. Questo è l’unico modo per ricostruire quello che la natura, per mezzo dell’imperizia umana, ci ha portato via. In questo fine settimana abbiamo gettato le basi. Ci aspetta tanto lavoro. «Forza!»

04/06/2012

Chiappanuvoli

[Non sono riuscito a fare foto, mi spiace]