“Pora coccia” – un’analisi del testo.

Numero zero - Simone Coccia Colaiuda

Mi scuso subito per la scarsa sobrietà del titolo che cozza, lo giuro, con l’obiettivo, che spero condividiate, più “alto” dell’articolo stesso, ma la sua sfrontatezza ha a che fare con il bisogno profondo che avverto di scriverlo, con  l’urgenza di cittadino e di appassionato di arte, e con la responsabilità, dunque, di cui mi sento, anche sfacciatamente, investito. Non posso però tollerare, non solo, non già, che il brutto, l’infima qualità prolifichi (al declino forse e purtroppo non c’è rimedio), non solo, non già, che l’immorale scarsa professionalità imperi (ché pure infiamma di questi tempi, alla quale però, nello specifico, sono certo che possa opporsi un sano, minimo spirito critico che tutti abbiamo, nascosto da qualche parte), no, quello che non posso in alcun modo tollerare è il becero, sistematico, sciacallesco, indecoroso ricorso alla pantomima della vita, alla pantomima del dolore, alla pantomima della tragedia, che tra i tanti mali causa, non da ultimo, la mistificazione della memoria, l’offesa ignobile di coloro che hanno davvero vissuto la tragedia e continuano viverla sulla loro pelle nelle peggiori conseguenze, al sordido svilimento delle nostre difficili e preziose esistenze, all’inzozzamento dei nostri animi e, primariamente, di quelle dei più giovani, indifesi, vulnerabili.

Veniamo al dunque. In questi giorni abbiamo assistito all’uscita di un singolo, una canzone “rap” (che Iddio mi perdoni!) di un “noto” showman nostrano. Si tratta dell’aquilano Simone Coccia Colaiuta (sì, il fidanzato ex spogliarellista della senatrice Stefania Pezzopane, lui, sì, lui…) con la sua “Numero zero”. Non nutro dubbi che il lettore capirà l’intento serio del mio articolo e non lo traviserà, né lo strumentalizzerà in alcun modo. Non si vuole qui lucrare sul presunto successo altrui e, assolutamente, non se ne vogliono enfatizzarne i già svilenti risultati ottenuti. Non posterò, dunque, il video della suddetta canzone (forse è un labile modo di lavarmi la coscienza…), ne riporterò di seguito solo il testo e tenterò, per quelle che sono le mie capacità e i miei limiti, di analizzarne oggettivamente il contenuto.

“Numero zero”

[Devo dire immediatamente che mai titolo fu più sbagliato per una canzone d’esordio “rap” (che Iddio mi fulmini quando ne dovesse sentire il bisogno!) italiana, nata mi pare nell’intento (spero ve ne sia un altro!) di arraffare un po’ di facile consenso cavalcando un genere musicale abbastanza di moda, soprattutto tra gli adolescenti. I motivi sono di ordine culturale (1) e morale (2). 1. Con “Io sono il numero zero / facce diffidenti quando passa lo straniero”, infatti, inizia una delle prime e più importanti canzoni create nella scena italiana, “Lo straniero”, appunto, dei Sangue Misto. E io sfido chiunque (eccederò nell’iperbole), se non altro per decenza, a iniziare il proprio primo libro con “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, a iniziare il proprio primo film con esplosioni di napalm e la canzone “The End” dei Doors in sottofondo, o a iniziare la propria prima tragedia con “Nella bella Verona, dove noi collochiam la nostra scena, due famiglie di pari nobiltà”! Inoltre (perdonate la prolissità ma non son certo qui a dilettarmi!), “Numero Zero – alla radici del Rap Italiano” è il titolo di un bellissimo documentario di Enrico Bisi che ripercorre le origini del genere, e dunque ne consacra la memoria, ne indora il mito. Sorvolando, infine, sull’omonimia con l’ultimo romanzo di Umberto Eco… Mi limito a dire che non si può arronzare senza conoscere. (2) (Analizzo il contenuto non l’autore, sia chiaro una volta per tutte!) Non tutti hanno l’esigenza di sentirsi i “numeri uno”, non tutti hanno la paura di sentirsi degli “zeri”, e va da sé che nella vita non si può essere tutti dei miti viventi (“ricorda che nella vita non sarai nessuno”), ma addirittura permettersi la licenza, del tutto gratuita, di immolarsi a “profeta” di strada e dire che “nella vita DEVI essere il numero zero” mi pare esagerato, come se l’unico modo di contrastare questo “lurido” sistema sociale e affrontare serenamente il giudizio altrui fosse ignorando quel sistema stesso (e la complessità degli altri), eluderlo, fotterlo anche, dimostrare d’essere più forti, autosufficienti. Ma allora, mi domando, a cosa serve questa “canzone”? Questa “canzone” non dimostra immediatamente di essere frutto di quello stesso sistema? Non vi si rintraccia subito un che di contraddittorio? Di ipocrita, forse? Quale fine ha se non la semplice accettazione da parte dell’altro? Non è immorale? (Forse esagero…)]

Da quando ero adolescente la mia vita è stata dura

me ne sbatto il cazzo senza avere mai paura

[Rima baciata AA-BB: con l’andare della canzone si fa stucchevole, monotona: ricorda gli scimmiottamenti adolescenziali del Rap negli ’90, quando non avevamo ancora ben chiaro cosa fosse il Rap e bastava mettersi il cappello con la visiera al contrario o appunto fare una rima per sentirsi 2Pac! “Da quando…dura”: la vita di tutti, durante l’adolescenza, è stata dura, sottolinearlo come fosse oro colato pare incredibilmente retorico.]

del giudizio della gente sempre pronta a criticare

qualunque cosa fai sia nel bene sia nel male.

[“me ne sbatto…nel male”: se uno se ne sbattesse il cazzo davvero non ci farebbe una canzone e non lo rimarcherebbe ogni volta che ha modo di farlo, che so in televisione, sui giornali o sui social network, manco fosse uno dei dodici apostoli, manco fosse Mahatma Gandhi, manco fosse Galileo Galilei contro la Santa Inquisizione! Per quanto becera sia diventata la nostra “società dell’opinione”, spesso dietro ai giudizi, positivi o negativi, vi è del vero, vi sono cose chiamate etica ed estetica, non solo misera maldicenza.]

La mia vita è andata avanti senza farmi ostacolare

dalla gente invidiosa che non si è saputa realizzare

[“gente invidiosa”: siamo sempre lì; “La mia vita…realizzare”: ecco, cosa significa realizzarsi? Non solo realizzarsi nel mondo dello spettacolo, voglio sperare? E comunque anche qui, c’è una mitizzazione della realizzazione del sé, ma spesso le persone si realizzano con un lavoro semplice, con un figlio, con un amore, insomma, non siamo una chiavica di falliti perché non siamo “famosi”! Forse ho travisato.]

giudicando la mia storia con Stefania Pezzopane

stessa gente il giorno dopo mi chiedeva da mangiare.

[“giudicando…Pezzopane”: (sarò breve perché mi sono promesso di non parlare dell’argomento ma qui, testualmente, non posso esimermi) se non vuoi farti giudicare non spiattelli ai quattro venti te stesso, la tua relazione, normale o speciale che sia, non ti esponi volontariamente al giudizio, se non hai altri fini, ti godi il tuo sentimento e basta. È l’eccesso così fine a se stesso che più di tutto turba, infastidisce “la gente”, che crea il corto circuito, la contraddizione, e voi stessi, mi permetto di dire, in tal modo la alimentate. “stessa…mangiare”: non esageriamo, per cortesia, ah Eminem de’ Colle Pretara! Essù… (Perdono…) Banale luogo comune insito nel peggior rap che ha confuso le vere origini del movimento – l’emancipazione dei neri, della gente del ghetto, la lotta al razzismo – con lo sciocco narcisismo contemporaneo.]

Dopo la D’Urso e il tapiro di Striscia la Notizia

tutti quanti mi vedevano con tanto di malizia

[“Dopo…Notizia”: ognuno è libero di avere i punti di riferimento culturali che crede. “tutti…malizia”: “con tanto”, che significa? Mi sfugge il senso. E poi, chi semina vento raccoglie tempesta, se la gente non vedesse malizia in alcuni comportamenti, non sarebbe maliziosa nel giudicarli…]

una vita senza limiti, grazie a Dio senza botti

non poteva mancare anche il grande Gerry Scotti.

[“botti…Scotti”: è solo per far rima, un nonsense. Qualche limite bisognerebbe porselo, invece, un botto ogni tanto non verrebbe sempre per nuocere…]

Sono un ragazzo determinato, intelligente, furbo e scaltro

a questa gente qui gli dico “Avanti un altro”

[“Sono…scaltro”: autoincensamento fine a se stesso, siamo sempre alla parodia del Rap. “alttrrro”: esiste una roba che si chiama dizione, a volte serve.]

gente che vedi sui social network a commentare da leoni

e poi quando ti incontrano sono poveri coglioni.

[“gente…coglioni”: è vero che il mezzo social network sta planetariamente offrendo il peggio dell’indole umana, ma rimarcarlo in maniera gratuita manco non si fosse quotidianamente invischiati in infime diatribe (vedi Tagliacozzo, Striscia la Notizia, la relazione amorosa e via dicendo…) è surreale. “Poveri coglioni”: quei poveri coglioni sono gli stessi a cui il “cantante” chiede attenzione, mi pare…]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

[“Solo…anno”: banalità della banalità della banalità]

c’è sempre chi si crede il numero uno

ricorda che nella vita non sarai nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

[“c’è…zero”: già detto nella disamina del titolo, il problema pare dunque risiedere nel giudizio, nel peso dell’opinione altrui. Verrei soffermarmi però su quel “per intero”, ovviamente necessario solo alla rima con “zero”. Ma quanto è brutto quel “per intero”? Mi sono lasciato andare, me ne scuso. Alla volte però si può anche tacere “per intero” con risultati finanche migliori.]

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[Ecco, forse qui, più di tutto volevo arrivare. Sono stati assolti i 309 morti? No, perché questo significa, in italiano. In questi quasi 6 anni, spesso mi sono chiesto quale sia il limite tra testimonianza e tornaconto personale, tra aiuto solidale e sciacallaggio. Questo “coro” non mi aiuta minimamente a far luce. Mi sbilancerò con un’opinione che mi tocca molto da vicino, avendo scritto testi sul terremoto e scrivendoli ancora oggi: questa mi pare pantomima della tragedia, piagnisteo straziante e offensivo, sciacallaggio morale. Sul serio, che c’entra l’individuale condizione dell’autore con la condivisa ferita sociale che non solo noi aquilani, ma tutte le “vittime di Stato” portano nel cuore? Il rispetto pare scomparire, dileguarsi. Io mi domando perché, perché strumentalizzare anche il dolore condiviso per il fine personale? (Qui spero proprio di aver preso una cantonata.) Come la stragrande maggioranza degli aquilani non sono sorpreso da questo becero utilizzo, come loro, in realtà, me lo aspettavo che li si sarebbe andati a finire, questo però non riesce a placare la mia indignazione, e forse anche la loro.]

Gente che non ha nulla di più importante a cui pensare

mentre i bambini nel mondo adesso muoiono di fame

[“Gente…fame”: qualunquismo; oppure no, forse i proventi della canzone andranno interamente destinati alla F.A.O….]

ci mancava anche il terrorismo internazionale

la situazione così non si può più tollerare

[“ci mancava…tollerare”: mi spiace che il terrorismo internazionale generi nel Coccia Colaiuda un’inquietudine intollerabile, il livello dell’affermazione però è talmente povero che credo si lasci giudicare da sé, davvero, non tengo le forze pure per questo! (Sono stato eccessivo?)]

Una guerra contro il mondo che non sa cosa fare

donne e bambini costretti a pagare

[“Una guerra…fare”: sintatticamente zero, il senso si coglie solo con discreto sforzo; eppure mi pare che fior fior di politici, scienziati, studiosi stiano cercando, bene o male, di affrontare il problema, ma questo è un altro argomento.]

con la propria vita un sogno che non si è potuto

realizzare queste cose qui sono da condannare

[“donne…condannare”: parodia della moralità integerrima, ci mancherebbe che “queste cose” fossero da lodare invece! Banale, semanticamente inutile. In una parola, nocivo!]

Come i responsabili del post terremoto

che nella mia città si sente ancora il vuoto

di una giustizia mai arrivata sono stati assolti

intanto la mia città piange 309 morti

[“Come…morti”: a parte il fatto che il “post terremoto”, dopo il terremoto, “responsabili” o meno, ci sarebbe stato comunque e, scritto così, sembra quasi che senza i “responsabili” saremmo potuti tornare a casa la notte stessa; a parte il fatto che c’è ancora un processo in corso e che quindi si spera ci possa essere ancora tempo per la giustizia; vale il discorso di prima: è fuori luogo, fuori contesto, del tutto gratuito come tema all’interno di una “canzone” che invece chiede altro, è come una richiesta di riconoscimento del proprio valore solo in base alla propria condizione umana/sociale, è volgare (condizione per altro condivisa con 70.000 aquilani e con milioni di persone, per altre cause, in giro per il mondo…)]

Mentre gli sceicchi se la godono alla grande

tra yacht e grattacieli se ne sbattono le palle

[“Mentre…palle”: tralasciando il turpiloquio fine a se stesso, che cazzo c’entrano gli sceicchi con L’Aquila? No, perché proprio non ci arrivo! Avevano forse promesso di restaurare qualche monumento? Oscuro.]

intanto qui in Italia paese ala rovina

c’hanno rotto il cazzo la Belen e la velina

[“intanto…velina”: proprio LA Belen e LA velina “c’hanno rotto il cazzo”? Solo loro? L’Italia non è alla rovina anche per la smodata proliferazione di bellimbusti tatuati e muscolosi che nulla danno davvero a questo fottuto Paese se non di creare falsi e facili miti per le generazioni più giovani? Loro, loro non hanno rotto i coglioni? Cos’è il successo che loro inseguono? Benessere sociale condiviso? Un servizio pubblico? Un esempio positivo? Io farei, davvero, un po’ di autocritica, non sempre, ogni tanto.]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

c’è sempre chi si crede

il numero uno

ricorda che nella vita non sari nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[“Solo…assolti”: come sopra, anche se avrei una immotivata e gaudiosa voglia di ripetere il tutto da capo, ancora e ancora, fino alla nausea mia e vostra. Ma mi taccio, ho già sprecato fin troppo tempo.]

Spero con questo testo di non aver leso la sensibilità né dell’autore, né dei tanti fans che lo seguono e lo sostengono. La mia voleva essere solo un’analisi schietta del testo proposto. Forse ho ecceduto d’animo qua e là, lo riconosco, ma se l’ho fatto è perché credo nella cultura, nell’arte, nel bello, nelle parole, nella comunicazione, e nella responsabilità a esse connessa e nel lavoro faticoso che serve per arrivare a farne buon uso, o almeno un uso tecnicamente corretto. Se avessi un figlio, in altri termini certo più semplici, gli direi le stesse medesime cose se per caso in sua presenza m’incontrassi con questa “canzone”. Ora, davvero, la smetto e spero, vivamente, di non dover mai più tornare sull’argomento.

(Postilla: non cito il senatore Antonio Razzi solo perché mi rimane un briciolo di decenza e ho il bisogno di tenermela stretta.)

Ultima cosa, lasciamoci bene, almeno:

“Lo Stato non sussiste”

Trattengo il respiro: un secondo solo. (Eccolo) Ora mi lascio andare, prolasso.

Tutti assolti (eccezion fatta del il sig. De Bernardinis), perché “il fatto non sussiste”. Ecco l’esito del Processo alla Commissione Grandi Rischi. Era prevedibile, del resto, ci poteva stare, nessuna novità, siamo in Italia del resto. È così che si dice in questi casi, giusto? Sì, si dice così, ma qui subito mi si ribatterà che è l’esisto della Sentenza della Corte d’Appello, un verdetto sancito per legge, e per legge quindi gli imputati non sono responsabili. E ancora che è giusto così, è la Giustizia, la macchina della Giustizia che ha operato senza condizionamenti, nel pieno delle sue facoltà. La stessa Giustizia alla quale noi stessi ci siamo rivolti anni addietro per ottenere giustizia, appunto. Ebbene, giustizia è fatta! – Bene. Non posso ribattere, avete ragione. (A meno di un ricorso in Cassazione, che spero possibile) Ma se, ora, faccio un altro respiro: un secondo secondo. (Eccolo) Prolasso ancora.

Siamo un Paese di merda, lo dico, lo grido con forza! E non perché quei “4 cosiddetti scienziati” non sono stati condannati, sia chiaro. Buon per loro…anzi, cazzi loro! (Starà a loro, infatti, fare i conti con la propria coscienza, anche se credo che si tratti ormai di coscienze totalmente contaminate, intaccate, seccate, meccanismi perfettamente integrati in un sistema disumanizzato, marcio, logoro, vergognoso.) Lo dico invece con rabbia e con rammarico perché anche oggi abbiamo avuto la dimostrazione di come stanno le cose in Italia, nel sistema Italia. Uno Stato gretto, autoritario, ignorante, becero, che punta a tenere il proprio popolo in uno stato gretto, sottomesso, ignorante e becero. Uno Stato incapace di autogestirsi, autocriticarsi, autocontrollarsi e quindi autocondannarsi. Fascismo, regime? Peggio, siamo al Governo dell’ignoranza, all’anomia, al sistema incapace di sostenere se stesso, un sistema perfettamente umanizzato che salvaguarda la propria esistenza con logiche prettamente individuali, dunque bieche, spregiudicate, opportunistiche, sleali, all’occorrenza, pertanto, spregevoli nelle conseguenze finali. E gli effetti li possiamo vedere – per chi vuole vederli – all’Aquila come in Val di Susa, come pure sarà per Carrara, o in qualsiasi altro posto lo Stato abbia deciso di fare affari, durante le manifestazioni degli operai come in quelle degli studenti, dei malati di SLA o di chi lotta per il proprio territorio, li vediamo per strada, negli ospedali, a scuola come pure in carcere, ahimè, e in televisione, in Parlamento, nei messaggi politici di destra, di sinistra o grilloparlanti… L’obiettivo è sempre e solo uno: difendere il proprio potere. È questo il vero cancro italiano, la concezione individualistica del potere e la sua difesa tramite strategie violente volte a mantenere nell’ignoranza (e quindi si sottomissione) la popolazione. Oggi, credo, ne abbiamo avuto l’ennesimo bieco esempio di una lunga, troppo lunga serie.

Riprendo fiato, a grandi boccate. (Eccoli) Tra 309 boccate di ossigeno sarò finalmente calmo, e poi un po’ più solo, e poi un po’ più triste, proprio come mi sento da cinque anni a questa parte. Ma sia sa, siamo in Italia, il Paese dove nulla cambia, il Paese dove dovrebbero iniziare a cambiare le cose.

Sono calmo, ora. Respiro normalmente. Ma per quanto ancora ci riuscirò?

Grandi Rischi: video della sentenza [fonte News Town]

Chiappanuvoli

La buca

da Il Capoluogo

(da Il Capoluogo)

Che io mi ci avvicinai pure ma ebbi paura di guardarci dentro come se dentro avessi potuto trovarci uno scheletro, o più di uno scheletro, il meccanismo, gli ingranaggi che muovono o che non muovono – dipende dai punti di vista – tutta la città.
La buca si aprì la scorsa domenica, all’improvviso, e inghiottì la prima cosa che gli capitò a tiro. Fu un’auto, per fortuna, non un bambino o una donna gravida. Fu un’auto e s’incastrò e là rimase. La rimossero dopo alcune ore e la buca stette aperta per un giorno interno. Fu in quel giorno che andai a vederla, mi avvicinai ma ebbi paura: quale verità orribile poteva mostrare?
Accorsero degli operai, il loro compito era di tappare la buca e così fecero. Anche loro non guardarono dentro la buca, non era loro compito, ci riversarono dentro un camion di sabbia, un camion intero, e andarono via. Il sindaco pure venne e disse che era tutto a posto e da allora nessuno ha pensato più alla buca, era come se non fosse mai esistita. Siamo tornati tutti a occuparci dei problemi di superficie, del lavoro in superficie, di come spendere il nostro tempo in superficie perché come spendere il nostro denaro, in grazia di Dio, è un problema che ci è stato risparmiato, di quando sarà ricostruita la nostra casa di superficie, di quando terneremo a vivere il nostro centro storico di superficie. Di nuovo sopra, oltre la buca.
Il fatto è che è successo, che ieri, la buca si è riaperta ancora, all’improvviso ancora, sorprendendo di nuovo tutti. Io ho provato a dire «Guardate che la buca c’era anche prima, anzi, è la stessa di prima!», ma gli altri ormai avevano dimenticato e mi hanno dato del pazzo. Ora, io pazzo lo sono, non posso negarlo, sono pazzo perché ho paura di guardare nei buchi, ma non così tanto pazzo da confondere i buchi. Quando sono tornato a vedere la nuova buca, la paura di guardarci dentro era sempre la stessa. Credetemi!
E allora sono accorsi di nuovo gli operai e di nuovo hanno tappato la buca con un altro camion di terra. Anche il sindaco è tornato e ha detto che è tutto a posto e, anzi, ha detto pure che quello era un buco pilota, che presto, dentro una buca ancora più grande, parcheggeremo tutti le nostre macchine.
Ora, è vero che io sono pazzo, ma al vederla, quella nuova buca, a me mi è venuto anche da pensare una cosa, che però non ho detto a nessuno, neppure al sindaco, per paura che mi dessero ancora del pazzo. Ma questa cosa mi ha messo ancora più paura che guardarci dentro, alla buca, mi ha fatto più paura della buca stessa! E se in questi anni avessimo tappato i buchi di superficie come abbiamo tappato ieri quel buco in profondità? E se i buchi della città dovessero all’improvviso tornare ad aprirsi come quella buca in profondità? Questo pensiero, signori, mi fa impazzire ancora di più di quanto non sono già pazzo, e ancora più paura, per giunta!
E allora io oggi ho fatto una cosa, e l’ho fatta perché sarò pure pazzo ma non voglio tenere pure una paura che mi fa diventare ancora più pazzo. E allora sono andato ancora vicino a quella buca, e questa volta mi sono fatto coraggio e mi sono messo a scavare, e ho tolto tutta la terra del camion e alla fine sono pure riuscito a guardarci dentro, a quella buca, e ho visto, ho visto, signori, quello che ci sta dentro, a quella buca. Dentro, signori, non c’è niente. Nessuno scheletro, nessun meccanismo, nessun ingranaggio che muove o che non muove tutta la città.
Signori, la paura mi è subito passata! Signori, ho capito che l’orribile non tanto orribile verità che ci sta sotto è che non c’è nessun meccanismo, in realtà! E se non c’è nessun meccanismo, allora, signori, significa che dipende tutto da noi, buchi in profondità e buchi di superficie! Signori! La paura mi è passata! Oh, se mi è passata! Dentro, non c’è niente.
E sarò pure pazzo, forse più di quel che penso, ma io non voglio più starmene zitto per paura che mi date del pazzo! Datemi pure del pazzo allora, se volete, però io, signori, io devo dirvela, questa cosa, una cosa che mi fa ridere e ridere, ora, che mi fa ridere tanto che non riesco a smettere.
«Venite, signori. Venite a vederla, la buca. È la nostra buca! Venite a vederla dentro, non abbiate paura. La buca è solo una buca. Il resto dipende da noi. Non abbiate paura…»

da Il Messaggero

(da Il Messaggero)

Chiappanuvoli

[notizie ulteriori sono reperibili, per esempio, qui, qui e qui]

L’Aquila, figlia d’Italia. L’Aquila, figlia della Mafia

Aquila

E passano quasi cinque anni e ogni giorno ne senti una nuova, ogni volta che leggi il giornale, ogni volta che parli con qualche amico ne spunta un’altra. C’è stato il periodo di Berlusconi, quello di Bertolaso, che conosciamo bene, l’emergenza gestita “in emergenza”, con valanghe di soldi che scorrevano da per tutto, tutto affidato senza gara d’appalto. C’è stato il momento della costruzione del Progetto C.a.s.e., ditte accorse da tutta Italia, altri milioni che arrivavano e venivano spartiti, appalti e sub-appalti, imprese mafiose che ci hanno sguazzato, alcune grazie al supporto “logistico” di aziende aquilane. Poi c’è stato il momento della ricostruzione, il meccanismo farraginoso, l’ingorgo burocratico, le scappatoie per i furbetti. È mancato il controllo, quello vero, e così si è andati avanti a coscienza, qui ha voluto fregare lo ha fatto, chi ha deciso di non infrangere le regole, spesso è rimasto impantanato. Ma la ricostruzione è partita, molti di noi sono tornati a casa. La casa. Infissi nuovi, pavimenti nuovi, bagni con l’idromassaggio, volumetrie aumentate, catapecchie diventate case, cantine improvvisamente abitabili. Potrei citare almeno dieci casi di persone che ci hanno marciato, conosco una famiglia che non aveva danni e che ha ricevuto un contributo di 250.000 euro. Ho persino chiamato la Guardia di Finanza, mi è stato detto che dovevo fare una denuncia nominale, ma che poi sarebbe stata la mia parola contro la firma di un tecnico, e non sarebbe andata a finire bene in tribunale. Ho pensato persino di mettere fuoco a quella casa, avevo studiato tutto nei dettagli, poi non l’ho fatto. Se io ne conosco dieci, voi aquilani quanti altri ne conoscete? Poi c’è stato il momento degli scandali, la Maddalena, quelli che ridevano e che ci hanno indignato, e i primi fuochi di paglia in città, quello che ha fatto costruire abusivamente la casa alla mamma, i capannoni industriali spuntati come funghi, la gestione opaca dei puntellamenti, i M.a.p. e le C.a.s.e. costruite non male, ma da schifo. Insomma non rose e fiore, ma poi, col mare di merda, impari a vivere, ti senti un po’ sporco anche tu, anche se non hai fatto nulla di male, e tiri avanti. E poi è arrivato il periodo dei processi, quelli contro i manifestanti, contro di noi, finiti in un nulla di fatto, quello decisivo contro la commissione grandi rischi che ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale. Una piccola soddisfazione. Arriviamo dunque, alla giornata di ieri, arresti, denunce, è stato colpito il cuore del cuore artificiale che ci doveva tenere in vita, assessori, vice sindaco e tutti che parlano che dicono e che si sentono, giustamente, indignati. Le prime pagine dei giornali, una figura di merda colossale. Ora, facciamola breve, che voglio dire, senza usare giri di parole?

L’Aquila è, in questo momento e da cinque anni, la figlia prediletta dell’Italia. Potranno anche dire, dal Governo, che non ci meritiamo i finanziamenti che ci hanno dato finora e che non vorranno darcene altri, ma se non fossimo stati corrotti anche noi, se non fossimo stati corrotti come loro, quei finanziamenti non sarebbero mai arrivati. C’è un sistema mafioso perché la cultura nel nostro Paese è mafiosa, non mi stancherò mai di ripeterlo. Questo dovrebbe giustificare il comportamento dei bastardi corrotti? No, certamente, la mia è solo una considerazione. E la considerazione che faccio dopo è che il loro tempo è passato, ora tocca agli onesti, è il tempo degli onesti. Il resto della nostra città va ricostruito senza ombre, nella giustizia. Almeno per salvare l’onore, la faccia. C’è bisogno di un cambio di vertice, che non è un mero cambio di orizzonte politico, toccherebbe alla destra e la destra non è meglio della sinistra, è tutta la stessa fogna. Credo, invece, che ora la cosa pubblica andrebbe gestita dalle persone oneste che amano la politica e che con la Politica ci entrano ben poco. Non i Grillini e compagnia bella, ma la gente per bene, che abbiamo imparato a conoscere in questi cinque anni, guardiamoci attorno, per fortuna, ci sono anche loro all’Aquila. Il problema che sorgerebbe però non sarebbe di poco conto, come potrebbero loro relazionarsi al sistema Italia mafioso? Non potrebbero, credo. Ma vale la pena rischiare. Forse un po’ di ipocrisia da parte di Roma, un po’ della loro solita omertà potrebbe alleggerire lo scarto.

Per quel che mi riguarda, non parteciperò ad alcuna protesta. Non voglio, io non so più protestare, non lo so più fare nei limiti della legalità, non ci riesco più ed è meglio che me ne sto a casa. Sto scrivendo, sto scrivendo per L’Aquila e questo mi basta. Io, per conto mio, ho già fallito, ho già fallito quando non ho messo fuoco a quella casa maledetta da 250.000 euro.

Chiappanuvoli

L’infanzia è un terremoto – Carola Susani

L'infanzia è un terremoto - Carola Susani

Non credo che avrei scritto nulla su questo libro se non fossi dell’Aquila, se non avessi passato quello che ho passato e non se non vi avessi trovato tra le pieghe delle sue pagine un messaggio così fondamentale per chi, come gli aquilani, si trova a lottare per il proprio territorio, per la propria salute, per la propria identità. Forse non l’avrei neanche letto, per fare conoscenza con l’autrice ne avrei scelto un altro, di narrativa. Del resto questo è un libro duro, mascherato da libro dei ricordi, che dentro la questione del terremoto ci entra a gamba tesa senza l’intento di prendere la palla ma solo quello di spezzarti la caviglia. Non c’è via di fuga. Dolcezza e martello, falce e ricordi, penso. Come ti muovi ti muovi, ti spezzi, ti tagli, ti ferisci, e scattano allo sprint miliardi di neuroni diretti verso zone dolorose e remotissime del cervello che, pure se i ricordi non sono i tuoi ma sono di Carola Susani, fanno di te lo spettatore in prima fila, quello che si macchia di sputi e sente la puzza delle ascelle degli attori, e si annodano e si snodano anche le sinapsi per chilometri e chilometri di pensieri e si dipanano tutto intorno creando una forma strana, una forma familiare, sembra una scarpa, sembra uno stivale, invece è proprio l’Italia, e così tu da spettatore diventi protagonista del teatro intero – inconsapevole, incapace, inesperto, sempre, però, sempre vittima d’un sistema che cola picco trascinandoti con sé.
Sto parlando de L’infanzia è un terremoto (Contromano, Edizioni Laterza, 2008) e non avrei mai voluto scriverne nulla perché è difficile farlo per me, da terremotato “fresco”, ed è difficile farlo in assoluto, credo, perché si tratta di un vero e proprio cazzotto nello stomaco, potente, come, che so, I comizi d’amore di Pasolini, quello che ci vedi dentro, ciò che puoi leggerci è nient’altro che la nostra Italia, è casa nostra, siamo noi. Un senso profondo di speranza, sulle prime, e di umiliante frustrazione, poi, almeno per me. Così vedo il nostro Paese e così l’ho rivisto lì dentro, in una malinconica storia di 40 anni fa. L’infanzia è un terremoto, infatti, tenta di ricostruire gli avvenimenti che seguirono al sisma che nel 1968 sconvolse la Valle del Belice e, nei limiti, di darne una disamina quanto più oggettiva, molto più semplicemente tenta di far luce su quali furono non già gli errori, ma le conseguenze delle scelte politiche, cadute a pioggia dall’alto o rivendicate con forza e coraggio dal basso, delle strategie movimentiste, mai sperimentate prima di allora in Italia, e dei condizionamenti economici, sia locali che nazionali, nonché di stampo prettamente mafioso.
Dicevo di un messaggio nascosto, dunque, di altro non ho intenzione di scrivere, il libricino è così bello e ben congegnato che non serve assolutamente dilungarsi in elogi stantii, basta leggere poche pagine e lo capirete da soli. Questo messaggio, che mi pare emerga, in tutta la sua schietta consapevolezza, direttamente dalle parole di Lorenzo Barbera, protagonista dell’azione politica nonviolenta assieme, tra gli altri, a Danilo Dolci e fondatore del Centro Studi Valle del Belice (diventato poi CRESM nel 1973), lo vorrei idealmente rivolgere a tutti i miei concittadini e a tutte le persone in lotta, in questo momento, in Italia. Eccolo, semplice: sappiate essere, sì, politici, ma non politicizzati. Nell’estratto che segue è riportata parte della conversazione finale tra la Susani e il Barbera, la scrittrice sta domandando al sociologo com’è finita l’esperienza di politica dal basso nella Valle del Belice, un’esperienza che ancora oggi è considerata modello positivo di partecipazione popolare.

Qualche giorno fa parlavo con un’amica, una storica, che diceva di come il ’68 politicizzi tutti i rapporti e metta fine alle esperienze di sviluppo di comunità. Dal ’68 al ’72, nella storia del Centro studi Valle del Belice, si vede in atto qualcosa di simile. Il Centro studi di Lorenzo, dopo la scissione, organizza azioni di disobbedienza civile che hanno un contenuto politico maggiore di prima. Ed è sempre più difficile costruire azioni rivendicative e di resistenza civile e contemporaneamente essere snodo comunicativo tra tutte le forze. La collaborazione critica con gli amministratori, anche per vie della qualità politica e morale del politici locali, in molti casi si cambia in conflitto aperto, il Cento studi non riesce più a stare al centro delle relazioni, scivola via, si confonde con le aggregazioni da cui nascono i gruppi della sinistra extraparlamentare e alla fine è lì che confluisce.
(L. Barbera) «Finché c’era questo gruppo coeso mi ero un po’ diciamo così viziato. Dall’epoca in cui lavoravo quasi solo – solo con un popolo che si organizzava – all’epoca in cui avevo questo bel gruppo di persone colte, veloci, che leggevano, che scrivevano, per cui l’informazione tra noi si moltiplicava… mi trovai praticamente solo. […] Io, di fatto, mi trovai quasi solo, per cui, sbagliando, perché così ho valutato successivamente, concorsi a mettere insieme forze a livello nazionale. Avevo scelto quelli che mi parevano più interessanti. Notavo che erano stereotipi, che chisti venivano dai libri. Io per loro ero prezioso perché venivo dai fatti. Però in loro, francamente, non ho più trovato quello che avevo trovato con gli altri. Anche “Pianificazione” registra questo vuoto, perché c’è un vuoto di ingranaggio con la realtà» […] «Questa cosa è durata due, tra anni, avevamo dato vita, unendo queste forze, con quelli della Statale di Milano, al Movimento dei lavoratori per il socialismo, se non che, questa cosa scelse di unirsi al Manifesto. Io ero favorevole perché volevo ci fosse un processo di aggregazione di tutte le queste forze di sinistra. Magri e la Castellina decisero di andare nel Partito comunista. Io, siccome il Partito comunista di aveva sfasciati, non avevo nessuna simpatia. Mi sono reso conto di avere sbagliato completamente quando andarono nel Pci. Lasciai tutto e ricominciai da capo».

Chiappanuvoli

Stella d’Italia, un viaggio oltre le parole

foto di Alberto Melak Ethiopia

foto di Alberto Melak Ethiopia

Bisogna mettere in chiaro una cosa, non bastano solo le parole a descrivere un libro che trascende il significato delle stesse parole che contiene, che esonda dalle pagine, che contagia e fa breccia nell’animo del lettore. Ci provo tuttavia, cosciente che riuscirò solo in parte a centrare l’obiettivo.

Stella d’Italia. A piedi per ricucire il Paese (Oscar Mondadori, Milano 2013) è molto più che una semplice rilegatura di fogli stampati, è un’esperienza vitale, il racconto di un’impresa epica “irradiante”, come direbbe il suo curatore Antonio Moresco. Dopo averlo letto, un senso lacerante di rimpianto, per non aver preso parte al cammino vero e proprio, se non nella fase organizzativa dell’arrivo all’Aquila, ha avvolto il mio animo. Oltre a essere il prezioso diario di viaggio di un gruppo spontaneo di sognatori/camminatori, un viaggio dal sapore antico di (ri)scoperta, Stella d’Italia è una testimonianza concreta che, nel nostro malandato Paese, c’è ancora spazio per le imprese utopiche e coraggiose, che c’è un dannato bisogno di progetti dal basso che riescano a far breccia nelle coscienze degli Italiani, che diano speranza a un popolo eterogeneo e ormai frustrato, alla continua ricerca di se stesso.
Speranza appunto, ma anche determinazione, vitalità, sacrificio, forza, fatica, diligenza, rivoluzione, proposta, progetto, calore, ricerca, sostegno, fratellanza, amicizia, sperimentazione, solidarietà, risorgimento, organizzazione, amore, letteratura, sono solo alcune delle parole che rimbalzano tra le pagine e che potrei utilizzare per parlare di questo libro, per tentare di svelarne i molteplici segreti, per far luce sui suoi infiniti significati. Parole, come detto, il cui senso par essere totalmente trasceso, direi rivoluzionato, reinventato, da un lato, e dall’altro, riscoperto, ricongiunto finalmente alla sua radice antica.
A tre parole, però, ho deciso di affidare il significato che ha assunto per me Stella d’Italia, alle prime tre che mi sono venute in mente subito dopo aver chiuso il libro, consapevole a mia volta di dover necessariamente trascenderne il senso, di doverlo reinventare/riscoprire.

Italia. L’etimologia del nostro nome è ancora aspramente dibattuta, intriso com’è di storia, mitologia e letteratura. Se le origini semantiche sono incerte, tutti sappiamo invece che la nostra storia è fatta d’innumerevoli guerre, d’invasioni barbariche e dominazioni straniere, di divisioni politiche e culturali insomma. Nonostante i segni di queste cicatrici siano ancora evidenti, non troppo tempo fa ci siamo uniti sotto un’unica bandiera e chiamati Fratelli d’Italia. Siamo diventati quindi una cosa sola, seppur frammentata, rattoppata, e questa “cosa” è l’identità che ci portiamo dentro. La Stella ricuce, prima di tutto, il nostro tessuto identitario, ci fa riscoprire più vicini, più simili. I camminatori e le camminatrici sono partiti dai quattro angoli del Paese per raggiungere tutti insieme L’Aquila, il suo cuore ferito, attraversando ogni nostra peculiarità territoriale, che è confluita poi nei testi dei 41 autori. Ci sono le macro categorie di Nord e Sud, ci sono le differenze tra Est e Ovest, ci sono le impercettibili sfumature delle piccole realtà di Provincia, le diversità insormontabili “tra vicini di casa” e le affinità insospettabili tra borghi agli antipodi per geografia e tradizione. È l’Italia più vera, quella meno rappresentata in TV come in politica, quella più vicina alla realtà sociale ed economica del Paese. È l’Italia più vulnerabile agli effetti delle decisioni che piovono dall’alto, al contempo, è l’Italia che più sa mettersi in gioco, che più tenta di reagire al momento di crisi prolungato all’infinito, spesso riuscendoci alla grande. A questa Italia, in fondo, parla la Stella, a tutti quei cittadini che non si riconoscono più sotto l’etichetta di “ultimi della classe”, e che si sentono, invece, parte di quell’ambizioso progetto chiamato Europa, membri orgogliosi di un Paese grande tra i suoi pari. Un’Italia onesta, civile, solidale, felice insomma, felice di essere semplicemente se stessa, un coacervo creativo di affini divergenze.

Follia. Trovo fantastico che il termine venga da fòllis, pallone pieno di vento per giocare, e quindi da fòllere, muoversi di qua e di là. Stella d’Italia è stata un lento moto ondoso che ha attraversato la penisola, un fermento di donne e uomini che con i loro corpi hanno mosso l’idea folle, appunto, di “ricucire a piedi il Paese”, di rimettere insieme i pezzi di questo grande barcone che pare alla deriva, di restaurare una terra che, prima di tutto, ci è casa. Una ricostruzione simbolica e al contempo materiale, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla mia terra. Folli, come altro definirli, sono stati tutti quelli che hanno partecipato, oltre mille, folli coloro che hanno collaborato, folle chi ha condiviso/compreso il senso del cammino, folli, più folli di tutti, quelli che l’hanno inventato, Il Primo Amore e Cammina Cammina, totalmente folli, per aver camminato per oltre 4000 chilometri in 54 giorni attraverso il Paese intero verso il suo buco al centro. Una follia intesa in senso etimologico, come stimolo al movimento, a non darsi per sconfitti, a “sbattersi” ancora di qua e di là per trovare una soluzione alternativa al lento e inesorabile decadimento politico, culturale, morale, cui andiamo incontro. Folli della stessa sfrontata follia di Don Chisciotte, i camminatori sono stati dei moderni cavalieri, nobili d’animo, capaci di riconoscere nei “mulini a vento” i veri nemici di oggi, la burocrazia apatizzante, l’economia pericolosamente distaccata dalla realtà, la cultura sempre più povera e spettacolarizzata, e sempre meno impegnata socialmente. Folli perché siamo diventati tutti un po’ pazzi, un po’ malati, dei disadattati, in fondo, a una realtà cui sembriamo non appartenere più ma insieme ci possiede. Folli perché forse è davvero arrivato il momento della follia, di questa follia, di muoverci di qua e di là, di dar vita a un nuovo cammino, a un nuovo umanesimo, folle sì, ma certo più reale, più felice, più libero. È il momento di rimettere l’essere umano al centro.

Umanità. Una parola immensa permeata di significati fondamentali. Al solo pensiero, sotto la pelle si muovono un’emozione atavica, vitale e una paura paralizzante, umana, dovute all’arduo confronto con ciò che siamo, che abbiamo deciso di essere. Umanità intesa sia come genere umano, come insieme di Homo Sapiens, uomini e donne che vivono da millenni questo pianeta malridotto, sia come concezione etica basata su un ideale positivo, fiducioso nelle nostre capacità, nei nostri valori e sentimenti, un ideale valido per tutti gli esseri umani, senza distinzione alcuna. L’origine del termine è romana, humanitas, viene dal Circolo degli Sciopioni che tradussero il termine greco di “filantropia”, ossia benevolenza. Tre i principi guida: la filantropia appunto, il dovere di porsi al servizio degli altri; l’autonomia della persona; la dignità dell’attività culturale, oltre che politica. Cos’altro è stato Stella d’Italia se non questo, una dimostrazione sincera d’amore verso il nostro Paese, un abbraccio appassionato rivolto ai fratelli, italiani e stranieri, con i quali condividiamo la sorte; la dimostrazione che siamo ancora un Paese meraviglioso, ricco, ancora felice, che siamo un popolo indipendente per cultura e civiltà, e non meramente asservito alle logiche finanziarie globalizzanti, e che un modo altro per uscire dalla crisi esiste, è nella nostra carne, nella nostra storia, che non è tutto già stabilito, che possiamo ancora decidere il nostro futuro, e costruirlo insieme solidalmente; Stella d’Italia è la dimostrazione che la nostra cultura popolare e locale merita di essere salvaguardata, valorizzata e condivisa, e che per farlo dobbiamo esser noi stessi i primi responsabili, i suoi primo amministratori, i suoi amanti sinceri, per il nostro bene, del Paese e dei nostri fratelli, solo da qui inizia davvero un nuovo cammino.

Locandina Jpeg

08/10/2013