L’infanzia è un terremoto – Carola Susani

L'infanzia è un terremoto - Carola Susani

Non credo che avrei scritto nulla su questo libro se non fossi dell’Aquila, se non avessi passato quello che ho passato e non se non vi avessi trovato tra le pieghe delle sue pagine un messaggio così fondamentale per chi, come gli aquilani, si trova a lottare per il proprio territorio, per la propria salute, per la propria identità. Forse non l’avrei neanche letto, per fare conoscenza con l’autrice ne avrei scelto un altro, di narrativa. Del resto questo è un libro duro, mascherato da libro dei ricordi, che dentro la questione del terremoto ci entra a gamba tesa senza l’intento di prendere la palla ma solo quello di spezzarti la caviglia. Non c’è via di fuga. Dolcezza e martello, falce e ricordi, penso. Come ti muovi ti muovi, ti spezzi, ti tagli, ti ferisci, e scattano allo sprint miliardi di neuroni diretti verso zone dolorose e remotissime del cervello che, pure se i ricordi non sono i tuoi ma sono di Carola Susani, fanno di te lo spettatore in prima fila, quello che si macchia di sputi e sente la puzza delle ascelle degli attori, e si annodano e si snodano anche le sinapsi per chilometri e chilometri di pensieri e si dipanano tutto intorno creando una forma strana, una forma familiare, sembra una scarpa, sembra uno stivale, invece è proprio l’Italia, e così tu da spettatore diventi protagonista del teatro intero – inconsapevole, incapace, inesperto, sempre, però, sempre vittima d’un sistema che cola picco trascinandoti con sé.
Sto parlando de L’infanzia è un terremoto (Contromano, Edizioni Laterza, 2008) e non avrei mai voluto scriverne nulla perché è difficile farlo per me, da terremotato “fresco”, ed è difficile farlo in assoluto, credo, perché si tratta di un vero e proprio cazzotto nello stomaco, potente, come, che so, I comizi d’amore di Pasolini, quello che ci vedi dentro, ciò che puoi leggerci è nient’altro che la nostra Italia, è casa nostra, siamo noi. Un senso profondo di speranza, sulle prime, e di umiliante frustrazione, poi, almeno per me. Così vedo il nostro Paese e così l’ho rivisto lì dentro, in una malinconica storia di 40 anni fa. L’infanzia è un terremoto, infatti, tenta di ricostruire gli avvenimenti che seguirono al sisma che nel 1968 sconvolse la Valle del Belice e, nei limiti, di darne una disamina quanto più oggettiva, molto più semplicemente tenta di far luce su quali furono non già gli errori, ma le conseguenze delle scelte politiche, cadute a pioggia dall’alto o rivendicate con forza e coraggio dal basso, delle strategie movimentiste, mai sperimentate prima di allora in Italia, e dei condizionamenti economici, sia locali che nazionali, nonché di stampo prettamente mafioso.
Dicevo di un messaggio nascosto, dunque, di altro non ho intenzione di scrivere, il libricino è così bello e ben congegnato che non serve assolutamente dilungarsi in elogi stantii, basta leggere poche pagine e lo capirete da soli. Questo messaggio, che mi pare emerga, in tutta la sua schietta consapevolezza, direttamente dalle parole di Lorenzo Barbera, protagonista dell’azione politica nonviolenta assieme, tra gli altri, a Danilo Dolci e fondatore del Centro Studi Valle del Belice (diventato poi CRESM nel 1973), lo vorrei idealmente rivolgere a tutti i miei concittadini e a tutte le persone in lotta, in questo momento, in Italia. Eccolo, semplice: sappiate essere, sì, politici, ma non politicizzati. Nell’estratto che segue è riportata parte della conversazione finale tra la Susani e il Barbera, la scrittrice sta domandando al sociologo com’è finita l’esperienza di politica dal basso nella Valle del Belice, un’esperienza che ancora oggi è considerata modello positivo di partecipazione popolare.

Qualche giorno fa parlavo con un’amica, una storica, che diceva di come il ’68 politicizzi tutti i rapporti e metta fine alle esperienze di sviluppo di comunità. Dal ’68 al ’72, nella storia del Centro studi Valle del Belice, si vede in atto qualcosa di simile. Il Centro studi di Lorenzo, dopo la scissione, organizza azioni di disobbedienza civile che hanno un contenuto politico maggiore di prima. Ed è sempre più difficile costruire azioni rivendicative e di resistenza civile e contemporaneamente essere snodo comunicativo tra tutte le forze. La collaborazione critica con gli amministratori, anche per vie della qualità politica e morale del politici locali, in molti casi si cambia in conflitto aperto, il Cento studi non riesce più a stare al centro delle relazioni, scivola via, si confonde con le aggregazioni da cui nascono i gruppi della sinistra extraparlamentare e alla fine è lì che confluisce.
(L. Barbera) «Finché c’era questo gruppo coeso mi ero un po’ diciamo così viziato. Dall’epoca in cui lavoravo quasi solo – solo con un popolo che si organizzava – all’epoca in cui avevo questo bel gruppo di persone colte, veloci, che leggevano, che scrivevano, per cui l’informazione tra noi si moltiplicava… mi trovai praticamente solo. […] Io, di fatto, mi trovai quasi solo, per cui, sbagliando, perché così ho valutato successivamente, concorsi a mettere insieme forze a livello nazionale. Avevo scelto quelli che mi parevano più interessanti. Notavo che erano stereotipi, che chisti venivano dai libri. Io per loro ero prezioso perché venivo dai fatti. Però in loro, francamente, non ho più trovato quello che avevo trovato con gli altri. Anche “Pianificazione” registra questo vuoto, perché c’è un vuoto di ingranaggio con la realtà» […] «Questa cosa è durata due, tra anni, avevamo dato vita, unendo queste forze, con quelli della Statale di Milano, al Movimento dei lavoratori per il socialismo, se non che, questa cosa scelse di unirsi al Manifesto. Io ero favorevole perché volevo ci fosse un processo di aggregazione di tutte le queste forze di sinistra. Magri e la Castellina decisero di andare nel Partito comunista. Io, siccome il Partito comunista di aveva sfasciati, non avevo nessuna simpatia. Mi sono reso conto di avere sbagliato completamente quando andarono nel Pci. Lasciai tutto e ricominciai da capo».

Chiappanuvoli

Stella d’Italia, un viaggio oltre le parole

foto di Alberto Melak Ethiopia

foto di Alberto Melak Ethiopia

Bisogna mettere in chiaro una cosa, non bastano solo le parole a descrivere un libro che trascende il significato delle stesse parole che contiene, che esonda dalle pagine, che contagia e fa breccia nell’animo del lettore. Ci provo tuttavia, cosciente che riuscirò solo in parte a centrare l’obiettivo.

Stella d’Italia. A piedi per ricucire il Paese (Oscar Mondadori, Milano 2013) è molto più che una semplice rilegatura di fogli stampati, è un’esperienza vitale, il racconto di un’impresa epica “irradiante”, come direbbe il suo curatore Antonio Moresco. Dopo averlo letto, un senso lacerante di rimpianto, per non aver preso parte al cammino vero e proprio, se non nella fase organizzativa dell’arrivo all’Aquila, ha avvolto il mio animo. Oltre a essere il prezioso diario di viaggio di un gruppo spontaneo di sognatori/camminatori, un viaggio dal sapore antico di (ri)scoperta, Stella d’Italia è una testimonianza concreta che, nel nostro malandato Paese, c’è ancora spazio per le imprese utopiche e coraggiose, che c’è un dannato bisogno di progetti dal basso che riescano a far breccia nelle coscienze degli Italiani, che diano speranza a un popolo eterogeneo e ormai frustrato, alla continua ricerca di se stesso.
Speranza appunto, ma anche determinazione, vitalità, sacrificio, forza, fatica, diligenza, rivoluzione, proposta, progetto, calore, ricerca, sostegno, fratellanza, amicizia, sperimentazione, solidarietà, risorgimento, organizzazione, amore, letteratura, sono solo alcune delle parole che rimbalzano tra le pagine e che potrei utilizzare per parlare di questo libro, per tentare di svelarne i molteplici segreti, per far luce sui suoi infiniti significati. Parole, come detto, il cui senso par essere totalmente trasceso, direi rivoluzionato, reinventato, da un lato, e dall’altro, riscoperto, ricongiunto finalmente alla sua radice antica.
A tre parole, però, ho deciso di affidare il significato che ha assunto per me Stella d’Italia, alle prime tre che mi sono venute in mente subito dopo aver chiuso il libro, consapevole a mia volta di dover necessariamente trascenderne il senso, di doverlo reinventare/riscoprire.

Italia. L’etimologia del nostro nome è ancora aspramente dibattuta, intriso com’è di storia, mitologia e letteratura. Se le origini semantiche sono incerte, tutti sappiamo invece che la nostra storia è fatta d’innumerevoli guerre, d’invasioni barbariche e dominazioni straniere, di divisioni politiche e culturali insomma. Nonostante i segni di queste cicatrici siano ancora evidenti, non troppo tempo fa ci siamo uniti sotto un’unica bandiera e chiamati Fratelli d’Italia. Siamo diventati quindi una cosa sola, seppur frammentata, rattoppata, e questa “cosa” è l’identità che ci portiamo dentro. La Stella ricuce, prima di tutto, il nostro tessuto identitario, ci fa riscoprire più vicini, più simili. I camminatori e le camminatrici sono partiti dai quattro angoli del Paese per raggiungere tutti insieme L’Aquila, il suo cuore ferito, attraversando ogni nostra peculiarità territoriale, che è confluita poi nei testi dei 41 autori. Ci sono le macro categorie di Nord e Sud, ci sono le differenze tra Est e Ovest, ci sono le impercettibili sfumature delle piccole realtà di Provincia, le diversità insormontabili “tra vicini di casa” e le affinità insospettabili tra borghi agli antipodi per geografia e tradizione. È l’Italia più vera, quella meno rappresentata in TV come in politica, quella più vicina alla realtà sociale ed economica del Paese. È l’Italia più vulnerabile agli effetti delle decisioni che piovono dall’alto, al contempo, è l’Italia che più sa mettersi in gioco, che più tenta di reagire al momento di crisi prolungato all’infinito, spesso riuscendoci alla grande. A questa Italia, in fondo, parla la Stella, a tutti quei cittadini che non si riconoscono più sotto l’etichetta di “ultimi della classe”, e che si sentono, invece, parte di quell’ambizioso progetto chiamato Europa, membri orgogliosi di un Paese grande tra i suoi pari. Un’Italia onesta, civile, solidale, felice insomma, felice di essere semplicemente se stessa, un coacervo creativo di affini divergenze.

Follia. Trovo fantastico che il termine venga da fòllis, pallone pieno di vento per giocare, e quindi da fòllere, muoversi di qua e di là. Stella d’Italia è stata un lento moto ondoso che ha attraversato la penisola, un fermento di donne e uomini che con i loro corpi hanno mosso l’idea folle, appunto, di “ricucire a piedi il Paese”, di rimettere insieme i pezzi di questo grande barcone che pare alla deriva, di restaurare una terra che, prima di tutto, ci è casa. Una ricostruzione simbolica e al contempo materiale, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla mia terra. Folli, come altro definirli, sono stati tutti quelli che hanno partecipato, oltre mille, folli coloro che hanno collaborato, folle chi ha condiviso/compreso il senso del cammino, folli, più folli di tutti, quelli che l’hanno inventato, Il Primo Amore e Cammina Cammina, totalmente folli, per aver camminato per oltre 4000 chilometri in 54 giorni attraverso il Paese intero verso il suo buco al centro. Una follia intesa in senso etimologico, come stimolo al movimento, a non darsi per sconfitti, a “sbattersi” ancora di qua e di là per trovare una soluzione alternativa al lento e inesorabile decadimento politico, culturale, morale, cui andiamo incontro. Folli della stessa sfrontata follia di Don Chisciotte, i camminatori sono stati dei moderni cavalieri, nobili d’animo, capaci di riconoscere nei “mulini a vento” i veri nemici di oggi, la burocrazia apatizzante, l’economia pericolosamente distaccata dalla realtà, la cultura sempre più povera e spettacolarizzata, e sempre meno impegnata socialmente. Folli perché siamo diventati tutti un po’ pazzi, un po’ malati, dei disadattati, in fondo, a una realtà cui sembriamo non appartenere più ma insieme ci possiede. Folli perché forse è davvero arrivato il momento della follia, di questa follia, di muoverci di qua e di là, di dar vita a un nuovo cammino, a un nuovo umanesimo, folle sì, ma certo più reale, più felice, più libero. È il momento di rimettere l’essere umano al centro.

Umanità. Una parola immensa permeata di significati fondamentali. Al solo pensiero, sotto la pelle si muovono un’emozione atavica, vitale e una paura paralizzante, umana, dovute all’arduo confronto con ciò che siamo, che abbiamo deciso di essere. Umanità intesa sia come genere umano, come insieme di Homo Sapiens, uomini e donne che vivono da millenni questo pianeta malridotto, sia come concezione etica basata su un ideale positivo, fiducioso nelle nostre capacità, nei nostri valori e sentimenti, un ideale valido per tutti gli esseri umani, senza distinzione alcuna. L’origine del termine è romana, humanitas, viene dal Circolo degli Sciopioni che tradussero il termine greco di “filantropia”, ossia benevolenza. Tre i principi guida: la filantropia appunto, il dovere di porsi al servizio degli altri; l’autonomia della persona; la dignità dell’attività culturale, oltre che politica. Cos’altro è stato Stella d’Italia se non questo, una dimostrazione sincera d’amore verso il nostro Paese, un abbraccio appassionato rivolto ai fratelli, italiani e stranieri, con i quali condividiamo la sorte; la dimostrazione che siamo ancora un Paese meraviglioso, ricco, ancora felice, che siamo un popolo indipendente per cultura e civiltà, e non meramente asservito alle logiche finanziarie globalizzanti, e che un modo altro per uscire dalla crisi esiste, è nella nostra carne, nella nostra storia, che non è tutto già stabilito, che possiamo ancora decidere il nostro futuro, e costruirlo insieme solidalmente; Stella d’Italia è la dimostrazione che la nostra cultura popolare e locale merita di essere salvaguardata, valorizzata e condivisa, e che per farlo dobbiamo esser noi stessi i primi responsabili, i suoi primo amministratori, i suoi amanti sinceri, per il nostro bene, del Paese e dei nostri fratelli, solo da qui inizia davvero un nuovo cammino.

Locandina Jpeg

08/10/2013

4 foto in croce – golgota

4 foto in croce di Lorenzo Nardis dalla prima presentazione di golgota.
Desidero ringraziare Enrico Macioci, che ha moderato l’incontro, per la disponibilità, per l’attenzione  e  le parole di stima rivolte al mio lavoro. Ringrazio la libreria Polarville, nelle persone di Giuliano e Luna. Gianna e Passeri per il catering. E ancora tutti voi per essere intervenuti. Non potevo aspettarmi di meglio.

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golgota 3.33

“Cristo Velato” di Giuseppe Sanmartino

Ecco.
In verità vi dico, io ho finito.
Ho finito il mio libro.
Ho cenato con voi un’ultima volta.
Ho pregato sotto gli ulivi mentre voi dormivate.
Sono stato preso.
Mi avete giudicato.
E giudicato colpevole.
A me avete preferito l’assassino.
E ve ne siete lavati le mani.
Ho portato la mia croce.
Qualcuno mi ha aiutato.
Ho le mani bucate.
Non respiro più.
La mia fronte ha una corona.
Mi avete crocifisso e mi avete pianto.
Una tomba nuova mi avete donato.
Squarciato il petto, avete bevuto la mia acqua.
Mi avete avvolto perché non fuggissi.
Ma io, in 81 giorni (dal 18 maggio) sono resuscitato.
In 81 giorni ho distrutto il tempio e ne ho eretto uno nuovo.
In verità vi dico,
io non sono gesù cristo,
tu sei il mio dio,
insieme siamo spirito santo.
Respiro unico.
In verità vi dico,
già siete sul golgota,
non dovete che aprire i vostri occhi.

7/08/2012

Chiappanuvoli 3.33

Aggiornamenti su Lacrime in tempo reale

Mentre attendo di sapere come è andata a finire questa pagina italiana su referendum, ne approfitto per tirare un po’ le somme e aggiornarvi sulle ultime notizie riguardo a Lacrime di poveri Christi.

Domani andrò a presentare il libro a Bologna, alla Festa del Partito Democratico di Savena, ore 21.00. Dopo L’Aquila, Boscoreale e Napoli, ci spostiamo un po’ al nord. Sono certo che anche qui il libro sarà accolto nel migliore dei modi come è stato nelle precedenti occasioni.

Il libro si può trovare, per il momento, all’Aquila presso la libreria Colacchi; a Napoli presso le librerie Perditempo di Piazza Dante e via San Pietro a Maiella, alla libreria Jamm, alla libreria Evaluna di piazza Bellini e alla libreria Ubik. Inoltre, l’associazione “La Cometa” di Boscoreale e il PompeiLab hanno a disposizione alcune copie per chi fosse interessato.

Le copie della prima stampa sono quasi finite, stiamo lavorando per la prossima stampa. Dopo 20 giorni mi sembra un buon risultato. E devo ringraziare tutte le persone che hanno creduto in me e nel progetto, senza la vostra fiducia staremmo ancora a sbattere la testa sugli spigoli dei cartoni di imballaggio del libro.

Non resta che vedere come andrà il futuro prossimo.

Grazie ancora.

Chiappanuvoli