dilaniante bambino 31 cieli alle spalle [Hound of Winter – Mogwai]

Dilaniante snervante tra le cosce l’inguine ti schiaccia tutto il cazzo e brucia lo stomaco rallenta i battiti del cuore raffermo come bile il fegato un pianto sgola l’atrio lascia sassi che non so nient’altro che cornicioni sotto i quali pomiciavi dentro nel petto della casa che più casa non è le gambe cedono fracassa tutto te lo aspetti ma è sempre peggio del previsto con le unghie ti scarni cerchi il mostro che non è nella carne le orecchie si tappano esterrefatti gli occhi secche lacrime a rivoli lasciano solchi i piedi sono macchia di sangue lasci impronte nel sangue la lingua spezzata non grida più hai altra giovinezza da raccogliere e le braccia sono vuote il naso è pronto alla puzza di merda quando sente ancora la puzza del piscio che eri bambino e le nuvole che acchiappi dici stanno tutte nel cielo dietro i fili del telefono che si intrecciano non sei null’altro che una foto finissimi capelli marroni chiari nell’azzurro più lontano la salopettina gialla la camicetta a quadretti un sorriso ignaro non esprimerai mai meglio la vita ignoranza ingenuità semplicità sicurezza in niente di sicuro tutto lo sbaglio che sei è celato dietro quelle nuvole non le toccherai mai più come allora quando un gioia infinita d’altezza ti dava la forza vera per ridere fino a quando non perdi un cane un nonno non ti arriva uno schiaffone in faccia per aver strappato una calza rotto un vaso per esserti pisciato addosso e tutto diventa consolazione momenti di altro altro che ti dicono si chiama amore il primo amore trembla tutto fino al cuore poi il secondo poi il primo bacio poi la prima mano e la prima mano nei pantaloni sei già grande l’amore si fa grande diventa una ragazzina e il suo cane poi altre forme tutte stupende tutte stupende e ricordo ricorda che non cancella i sottostrati passati scopare per cancellare scopare per erigere mondi nuovi scopare perché non sai perché scopare perché non vuoi morire e devi cristo devi scopare creare ricreare in bambino il cielo il cagnone esistere e continuare a farlo la paura al fondo di tutto paura mortale di morire paura naturale di resistere nessuno ti ha detto ma l’hai capito che dentro ad un bambino c’è la tua unica salvezza ecco scopare scopare per non scomparire sennò ti inventi altro magari scrivere una qualsivoglia parvenza d’arte l’arte è immortale dagli scarabocchi dentro le caverne a Salvador Dalì e lo dici lo dici come se fosse qualificante in qualche modo ma non lo è lo dici sono scrittore cioè stai dicendo cerco un altro modo per non scomparire per non morire perché ci sono certi giorni come oggi? sì come oggi che senti hai chiaro tutto è poco tempo che è passato poco altro ne hai davanti non saprai mai quanto ma prima o poi sarai cenere anche se prima un corpo che si consuma di vermi ecco che è scrivere non morire illusorio ingannevole inconsapevole non sarai vivo mai per tutti non sarai morto mai per tutti per nessuno sì invece io ho paura ho paura e sono stanco questo gioco ha regole solo apparentemente condivise la realtà non la vuole nessuno non serve serve invece fermerebbe tutto scatenerebbe guerre lascerebbe i migliori solo pochi bambini a raccogliere i padri che volano giù dai cornicioni a scriverlo ci provi diventano numeri e parole 31 309 330 6.3 1000 1096 10 02 05 1981 e parole come poesia pensieri lacrime di poveri christi postseismsix chiappanuvoli vagli a spiegare orma blu poeti sparsi per il mondo “dove sta andando? Io–lo–so il tempo nasconde le cose le bugie nascondono le cose io perso cose io rompo cose io sono stanco” delirio credi porta capisci uscire perché dentro non c’è mai stato lo spazio che ti hanno detto dentro non c’è spazio non sei stanco non hai solo mai avuto possibilità di respirare l’ossigeno l’unica cosa che veramente possiedi inutile improvviso finito come le favole degli dei degli dei di carne di quelli che resuscitano ci metti poco a capire che non è vero niente ma che tanto vale crederci non ci perdo nulla solo la libertà ti portano via e tu sorridi e pensi che pregando ti si tolga il peccato originale da dosso non è mangiando una mela non è il serpente è che tu sei e sei sempre stato e sempre sarai nient’altro che una mela prima lo accetti e prima si aprono le porte dell’inferno per te non c’è paradiso inutile pure che si speri condannato alle fiamme sempre a piccolissime gocce di refrigerio che altro non sono che lacrime altrui il tuo bene il loro male non credevi eppure è così facile hai perso hai perso ogni speranza hai perso tutto ciò che eri e oggi di anno in anno chiuso dentro qualche momento piccolo piccolo te ne ricordi non è tristezza è misera consapevolezza inconscia qualcosa di dilaniante dalle gambe all’inguine lo stomaco il petto la gola la faccia dentro il cervello è solo un tumore no solo un raffreddore oggi lo senti come lo sento io scrittore uomo trentunenne bastardo giullare mostro cretino intelligente poeta pirla fregnone sensibile bambino bambino dentro al cielo solo dentro a quel cielo tanti cieli quanti siamo noi che non siamo altro non abbiamo altro cielo altra possibilità nessuna certezza se non fatta d’aria oggi come ieri come sempre tu, macché, IO HO PAURA HO PAURA DI SCOMPARIRE HO PAURA DI NON ESSERE MAI ESISTITO HO PAURA DI ESSERE NIENTE HO PAURA CHE TUTTO QUESTO NON SERVA A NULLA ho bisogno di un sogno per finire la giornata.

Chiappanuvoli

Occhisecchi (musik: Mogwai)

Occhisecchi



 

Le mani e i piedi

sono a distanza siderale

dalla testa conica,

il busto non esiste più.

Nella gola un vuoto

cosmico resta schiacciato

tra i denti devitalizzati.

Occhisecchi.

 

Una paresi amorfa

corrompe i giorni,

l’ingolfa tra le coperte,

come a protezione

dello scafandro depressurizzato

che mi sento.

Occhisecchi di buio.

Recondito.

 

Quando mi dicesti,

quando feci.

Quando non.

Eppure.

Pareti d’illusioni

da rimbiancare

mi offrono il fianco.

Dipingendo

bagno le mie costole.

Sangue e acqua

d’occhisecchi.

 

Ci sono nel fondo

con-vincimenti

che prendono piede.

Strappano via le gambe.

Rotolano nelle ginocchia.

S’arrampicano tra i peli neri.

Ma non vengono a galla.

Almeno, come vorrei.

Restano placidi che tutto… –

vorrei dire andrà bene –

…resta fermo.

Un’immobilità stagnante

nel giorno del trasloco più importante.

Occhisecchi e dita con-fisse.

 

Quando si pensa che

“faccio così che di certo…”

“meglio che mi sto fermo che faccio peggio…”

“ma sbaglio sempre?”

“faccio e sbaglio,

non faccio ed è peggio”,

ho imparato che è il momento in cui le carni

stanno appese a sottilissimi fili.

Fili che si potrebbero suonare

per quanto tesi.

Fili che si spezzano in-un-non-nulla.

La cadenza non è più solo un ritmo

o uno sfracellamento romanzato,

la cadenza diventa verità.

Che dico? Regola.

Occhisecchi puntati sulle lance.

 

Queste vorrebbero essere le prime parole

espresse senza depressurizzazione corporea.

Non ci sto riuscendo evidentemente.

Il tiro alla merda: l’ho interrotto?

Il gesso bianco: ho smesso di disegnare contorni intorno al mio corpo?

La pipa mentale: S. Holmes la smette di dire “elementare Watson”?

Dal soffitto cala qualcosa: quando finirò di giocare con i fili circocentrici?

Quel filo appeso che chiamo “speranza”

strozza fuori gli occhisecchi.

 

Quando diventerò cosciente

della differenza tra

capire e comprendere?

Tra «prendere» «afferrare»

e

«prendere insieme»?

Etimologia dell’esistenza.

Lo studio del vero-profondo significato della parola

che esiste tutt’intorno e dentro.

Etimologia dell’assistenza.

Dell’insistenza.

Dell’accoglienza.

Ho anche perso il filo del discorso.

Perché tirare quel filo è come vederlo

riemergere da sotto uno strato di terra.

Si muovono i piedi, le mani,

la testa s’incrina, il busto si contrae.

Non era terra. Carne.

Non li voglio più gli occhisecchi.

 

Avrei solo la cosa più importante da dire.

Qui, in tasca, nel polpaccio, tra i pensieri.

Mento. Orridamente mento.

Quella cosa

è dentro un coso rosso che non voglio neanche nominare.

Sto solo circumnavigando l’emozione della priv-azione.

Che per re-azione prevederebbe l’azione (privata).

Non più convincimenti

ma vincimenti congiunti.

«Comprendere».

Anche gli occhi chiusi possono

diventare occhisecchi.

 

Non è più una lacrima che devo cercare per capire.

Non sono più gli occhi chiusi che servono per sognare.

Non è più lo sforzo delle palpebre che aiuta l’interpretazione.

«Comprendere».

Mi piacerebbe scrivere:

“sono gli abbracci di occhi aperti

e congiunti che portano insieme

verso l’azione e la con-divisione

(divisi insieme)”;

ma di parole siamo stanchi, no?

Di parole:

di «comparazioni» di «similitudini».

 

Aprire gli occhi-

-secchi!

E «versare insieme».

 

A noi.

 

Mogwai - Half Time

Chiappanuvoli

10/01/2011