“Pora coccia” – un’analisi del testo.

Numero zero - Simone Coccia Colaiuda

Mi scuso subito per la scarsa sobrietà del titolo che cozza, lo giuro, con l’obiettivo, che spero condividiate, più “alto” dell’articolo stesso, ma la sua sfrontatezza ha a che fare con il bisogno profondo che avverto di scriverlo, con  l’urgenza di cittadino e di appassionato di arte, e con la responsabilità, dunque, di cui mi sento, anche sfacciatamente, investito. Non posso però tollerare, non solo, non già, che il brutto, l’infima qualità prolifichi (al declino forse e purtroppo non c’è rimedio), non solo, non già, che l’immorale scarsa professionalità imperi (ché pure infiamma di questi tempi, alla quale però, nello specifico, sono certo che possa opporsi un sano, minimo spirito critico che tutti abbiamo, nascosto da qualche parte), no, quello che non posso in alcun modo tollerare è il becero, sistematico, sciacallesco, indecoroso ricorso alla pantomima della vita, alla pantomima del dolore, alla pantomima della tragedia, che tra i tanti mali causa, non da ultimo, la mistificazione della memoria, l’offesa ignobile di coloro che hanno davvero vissuto la tragedia e continuano viverla sulla loro pelle nelle peggiori conseguenze, al sordido svilimento delle nostre difficili e preziose esistenze, all’inzozzamento dei nostri animi e, primariamente, di quelle dei più giovani, indifesi, vulnerabili.

Veniamo al dunque. In questi giorni abbiamo assistito all’uscita di un singolo, una canzone “rap” (che Iddio mi perdoni!) di un “noto” showman nostrano. Si tratta dell’aquilano Simone Coccia Colaiuta (sì, il fidanzato ex spogliarellista della senatrice Stefania Pezzopane, lui, sì, lui…) con la sua “Numero zero”. Non nutro dubbi che il lettore capirà l’intento serio del mio articolo e non lo traviserà, né lo strumentalizzerà in alcun modo. Non si vuole qui lucrare sul presunto successo altrui e, assolutamente, non se ne vogliono enfatizzarne i già svilenti risultati ottenuti. Non posterò, dunque, il video della suddetta canzone (forse è un labile modo di lavarmi la coscienza…), ne riporterò di seguito solo il testo e tenterò, per quelle che sono le mie capacità e i miei limiti, di analizzarne oggettivamente il contenuto.

“Numero zero”

[Devo dire immediatamente che mai titolo fu più sbagliato per una canzone d’esordio “rap” (che Iddio mi fulmini quando ne dovesse sentire il bisogno!) italiana, nata mi pare nell’intento (spero ve ne sia un altro!) di arraffare un po’ di facile consenso cavalcando un genere musicale abbastanza di moda, soprattutto tra gli adolescenti. I motivi sono di ordine culturale (1) e morale (2). 1. Con “Io sono il numero zero / facce diffidenti quando passa lo straniero”, infatti, inizia una delle prime e più importanti canzoni create nella scena italiana, “Lo straniero”, appunto, dei Sangue Misto. E io sfido chiunque (eccederò nell’iperbole), se non altro per decenza, a iniziare il proprio primo libro con “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, a iniziare il proprio primo film con esplosioni di napalm e la canzone “The End” dei Doors in sottofondo, o a iniziare la propria prima tragedia con “Nella bella Verona, dove noi collochiam la nostra scena, due famiglie di pari nobiltà”! Inoltre (perdonate la prolissità ma non son certo qui a dilettarmi!), “Numero Zero – alla radici del Rap Italiano” è il titolo di un bellissimo documentario di Enrico Bisi che ripercorre le origini del genere, e dunque ne consacra la memoria, ne indora il mito. Sorvolando, infine, sull’omonimia con l’ultimo romanzo di Umberto Eco… Mi limito a dire che non si può arronzare senza conoscere. (2) (Analizzo il contenuto non l’autore, sia chiaro una volta per tutte!) Non tutti hanno l’esigenza di sentirsi i “numeri uno”, non tutti hanno la paura di sentirsi degli “zeri”, e va da sé che nella vita non si può essere tutti dei miti viventi (“ricorda che nella vita non sarai nessuno”), ma addirittura permettersi la licenza, del tutto gratuita, di immolarsi a “profeta” di strada e dire che “nella vita DEVI essere il numero zero” mi pare esagerato, come se l’unico modo di contrastare questo “lurido” sistema sociale e affrontare serenamente il giudizio altrui fosse ignorando quel sistema stesso (e la complessità degli altri), eluderlo, fotterlo anche, dimostrare d’essere più forti, autosufficienti. Ma allora, mi domando, a cosa serve questa “canzone”? Questa “canzone” non dimostra immediatamente di essere frutto di quello stesso sistema? Non vi si rintraccia subito un che di contraddittorio? Di ipocrita, forse? Quale fine ha se non la semplice accettazione da parte dell’altro? Non è immorale? (Forse esagero…)]

Da quando ero adolescente la mia vita è stata dura

me ne sbatto il cazzo senza avere mai paura

[Rima baciata AA-BB: con l’andare della canzone si fa stucchevole, monotona: ricorda gli scimmiottamenti adolescenziali del Rap negli ’90, quando non avevamo ancora ben chiaro cosa fosse il Rap e bastava mettersi il cappello con la visiera al contrario o appunto fare una rima per sentirsi 2Pac! “Da quando…dura”: la vita di tutti, durante l’adolescenza, è stata dura, sottolinearlo come fosse oro colato pare incredibilmente retorico.]

del giudizio della gente sempre pronta a criticare

qualunque cosa fai sia nel bene sia nel male.

[“me ne sbatto…nel male”: se uno se ne sbattesse il cazzo davvero non ci farebbe una canzone e non lo rimarcherebbe ogni volta che ha modo di farlo, che so in televisione, sui giornali o sui social network, manco fosse uno dei dodici apostoli, manco fosse Mahatma Gandhi, manco fosse Galileo Galilei contro la Santa Inquisizione! Per quanto becera sia diventata la nostra “società dell’opinione”, spesso dietro ai giudizi, positivi o negativi, vi è del vero, vi sono cose chiamate etica ed estetica, non solo misera maldicenza.]

La mia vita è andata avanti senza farmi ostacolare

dalla gente invidiosa che non si è saputa realizzare

[“gente invidiosa”: siamo sempre lì; “La mia vita…realizzare”: ecco, cosa significa realizzarsi? Non solo realizzarsi nel mondo dello spettacolo, voglio sperare? E comunque anche qui, c’è una mitizzazione della realizzazione del sé, ma spesso le persone si realizzano con un lavoro semplice, con un figlio, con un amore, insomma, non siamo una chiavica di falliti perché non siamo “famosi”! Forse ho travisato.]

giudicando la mia storia con Stefania Pezzopane

stessa gente il giorno dopo mi chiedeva da mangiare.

[“giudicando…Pezzopane”: (sarò breve perché mi sono promesso di non parlare dell’argomento ma qui, testualmente, non posso esimermi) se non vuoi farti giudicare non spiattelli ai quattro venti te stesso, la tua relazione, normale o speciale che sia, non ti esponi volontariamente al giudizio, se non hai altri fini, ti godi il tuo sentimento e basta. È l’eccesso così fine a se stesso che più di tutto turba, infastidisce “la gente”, che crea il corto circuito, la contraddizione, e voi stessi, mi permetto di dire, in tal modo la alimentate. “stessa…mangiare”: non esageriamo, per cortesia, ah Eminem de’ Colle Pretara! Essù… (Perdono…) Banale luogo comune insito nel peggior rap che ha confuso le vere origini del movimento – l’emancipazione dei neri, della gente del ghetto, la lotta al razzismo – con lo sciocco narcisismo contemporaneo.]

Dopo la D’Urso e il tapiro di Striscia la Notizia

tutti quanti mi vedevano con tanto di malizia

[“Dopo…Notizia”: ognuno è libero di avere i punti di riferimento culturali che crede. “tutti…malizia”: “con tanto”, che significa? Mi sfugge il senso. E poi, chi semina vento raccoglie tempesta, se la gente non vedesse malizia in alcuni comportamenti, non sarebbe maliziosa nel giudicarli…]

una vita senza limiti, grazie a Dio senza botti

non poteva mancare anche il grande Gerry Scotti.

[“botti…Scotti”: è solo per far rima, un nonsense. Qualche limite bisognerebbe porselo, invece, un botto ogni tanto non verrebbe sempre per nuocere…]

Sono un ragazzo determinato, intelligente, furbo e scaltro

a questa gente qui gli dico “Avanti un altro”

[“Sono…scaltro”: autoincensamento fine a se stesso, siamo sempre alla parodia del Rap. “alttrrro”: esiste una roba che si chiama dizione, a volte serve.]

gente che vedi sui social network a commentare da leoni

e poi quando ti incontrano sono poveri coglioni.

[“gente…coglioni”: è vero che il mezzo social network sta planetariamente offrendo il peggio dell’indole umana, ma rimarcarlo in maniera gratuita manco non si fosse quotidianamente invischiati in infime diatribe (vedi Tagliacozzo, Striscia la Notizia, la relazione amorosa e via dicendo…) è surreale. “Poveri coglioni”: quei poveri coglioni sono gli stessi a cui il “cantante” chiede attenzione, mi pare…]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

[“Solo…anno”: banalità della banalità della banalità]

c’è sempre chi si crede il numero uno

ricorda che nella vita non sarai nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

[“c’è…zero”: già detto nella disamina del titolo, il problema pare dunque risiedere nel giudizio, nel peso dell’opinione altrui. Verrei soffermarmi però su quel “per intero”, ovviamente necessario solo alla rima con “zero”. Ma quanto è brutto quel “per intero”? Mi sono lasciato andare, me ne scuso. Alla volte però si può anche tacere “per intero” con risultati finanche migliori.]

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[Ecco, forse qui, più di tutto volevo arrivare. Sono stati assolti i 309 morti? No, perché questo significa, in italiano. In questi quasi 6 anni, spesso mi sono chiesto quale sia il limite tra testimonianza e tornaconto personale, tra aiuto solidale e sciacallaggio. Questo “coro” non mi aiuta minimamente a far luce. Mi sbilancerò con un’opinione che mi tocca molto da vicino, avendo scritto testi sul terremoto e scrivendoli ancora oggi: questa mi pare pantomima della tragedia, piagnisteo straziante e offensivo, sciacallaggio morale. Sul serio, che c’entra l’individuale condizione dell’autore con la condivisa ferita sociale che non solo noi aquilani, ma tutte le “vittime di Stato” portano nel cuore? Il rispetto pare scomparire, dileguarsi. Io mi domando perché, perché strumentalizzare anche il dolore condiviso per il fine personale? (Qui spero proprio di aver preso una cantonata.) Come la stragrande maggioranza degli aquilani non sono sorpreso da questo becero utilizzo, come loro, in realtà, me lo aspettavo che li si sarebbe andati a finire, questo però non riesce a placare la mia indignazione, e forse anche la loro.]

Gente che non ha nulla di più importante a cui pensare

mentre i bambini nel mondo adesso muoiono di fame

[“Gente…fame”: qualunquismo; oppure no, forse i proventi della canzone andranno interamente destinati alla F.A.O….]

ci mancava anche il terrorismo internazionale

la situazione così non si può più tollerare

[“ci mancava…tollerare”: mi spiace che il terrorismo internazionale generi nel Coccia Colaiuda un’inquietudine intollerabile, il livello dell’affermazione però è talmente povero che credo si lasci giudicare da sé, davvero, non tengo le forze pure per questo! (Sono stato eccessivo?)]

Una guerra contro il mondo che non sa cosa fare

donne e bambini costretti a pagare

[“Una guerra…fare”: sintatticamente zero, il senso si coglie solo con discreto sforzo; eppure mi pare che fior fior di politici, scienziati, studiosi stiano cercando, bene o male, di affrontare il problema, ma questo è un altro argomento.]

con la propria vita un sogno che non si è potuto

realizzare queste cose qui sono da condannare

[“donne…condannare”: parodia della moralità integerrima, ci mancherebbe che “queste cose” fossero da lodare invece! Banale, semanticamente inutile. In una parola, nocivo!]

Come i responsabili del post terremoto

che nella mia città si sente ancora il vuoto

di una giustizia mai arrivata sono stati assolti

intanto la mia città piange 309 morti

[“Come…morti”: a parte il fatto che il “post terremoto”, dopo il terremoto, “responsabili” o meno, ci sarebbe stato comunque e, scritto così, sembra quasi che senza i “responsabili” saremmo potuti tornare a casa la notte stessa; a parte il fatto che c’è ancora un processo in corso e che quindi si spera ci possa essere ancora tempo per la giustizia; vale il discorso di prima: è fuori luogo, fuori contesto, del tutto gratuito come tema all’interno di una “canzone” che invece chiede altro, è come una richiesta di riconoscimento del proprio valore solo in base alla propria condizione umana/sociale, è volgare (condizione per altro condivisa con 70.000 aquilani e con milioni di persone, per altre cause, in giro per il mondo…)]

Mentre gli sceicchi se la godono alla grande

tra yacht e grattacieli se ne sbattono le palle

[“Mentre…palle”: tralasciando il turpiloquio fine a se stesso, che cazzo c’entrano gli sceicchi con L’Aquila? No, perché proprio non ci arrivo! Avevano forse promesso di restaurare qualche monumento? Oscuro.]

intanto qui in Italia paese ala rovina

c’hanno rotto il cazzo la Belen e la velina

[“intanto…velina”: proprio LA Belen e LA velina “c’hanno rotto il cazzo”? Solo loro? L’Italia non è alla rovina anche per la smodata proliferazione di bellimbusti tatuati e muscolosi che nulla danno davvero a questo fottuto Paese se non di creare falsi e facili miti per le generazioni più giovani? Loro, loro non hanno rotto i coglioni? Cos’è il successo che loro inseguono? Benessere sociale condiviso? Un servizio pubblico? Un esempio positivo? Io farei, davvero, un po’ di autocritica, non sempre, ogni tanto.]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

c’è sempre chi si crede

il numero uno

ricorda che nella vita non sari nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[“Solo…assolti”: come sopra, anche se avrei una immotivata e gaudiosa voglia di ripetere il tutto da capo, ancora e ancora, fino alla nausea mia e vostra. Ma mi taccio, ho già sprecato fin troppo tempo.]

Spero con questo testo di non aver leso la sensibilità né dell’autore, né dei tanti fans che lo seguono e lo sostengono. La mia voleva essere solo un’analisi schietta del testo proposto. Forse ho ecceduto d’animo qua e là, lo riconosco, ma se l’ho fatto è perché credo nella cultura, nell’arte, nel bello, nelle parole, nella comunicazione, e nella responsabilità a esse connessa e nel lavoro faticoso che serve per arrivare a farne buon uso, o almeno un uso tecnicamente corretto. Se avessi un figlio, in altri termini certo più semplici, gli direi le stesse medesime cose se per caso in sua presenza m’incontrassi con questa “canzone”. Ora, davvero, la smetto e spero, vivamente, di non dover mai più tornare sull’argomento.

(Postilla: non cito il senatore Antonio Razzi solo perché mi rimane un briciolo di decenza e ho il bisogno di tenermela stretta.)

Ultima cosa, lasciamoci bene, almeno: