La buca

da Il Capoluogo

(da Il Capoluogo)

Che io mi ci avvicinai pure ma ebbi paura di guardarci dentro come se dentro avessi potuto trovarci uno scheletro, o più di uno scheletro, il meccanismo, gli ingranaggi che muovono o che non muovono – dipende dai punti di vista – tutta la città.
La buca si aprì la scorsa domenica, all’improvviso, e inghiottì la prima cosa che gli capitò a tiro. Fu un’auto, per fortuna, non un bambino o una donna gravida. Fu un’auto e s’incastrò e là rimase. La rimossero dopo alcune ore e la buca stette aperta per un giorno interno. Fu in quel giorno che andai a vederla, mi avvicinai ma ebbi paura: quale verità orribile poteva mostrare?
Accorsero degli operai, il loro compito era di tappare la buca e così fecero. Anche loro non guardarono dentro la buca, non era loro compito, ci riversarono dentro un camion di sabbia, un camion intero, e andarono via. Il sindaco pure venne e disse che era tutto a posto e da allora nessuno ha pensato più alla buca, era come se non fosse mai esistita. Siamo tornati tutti a occuparci dei problemi di superficie, del lavoro in superficie, di come spendere il nostro tempo in superficie perché come spendere il nostro denaro, in grazia di Dio, è un problema che ci è stato risparmiato, di quando sarà ricostruita la nostra casa di superficie, di quando terneremo a vivere il nostro centro storico di superficie. Di nuovo sopra, oltre la buca.
Il fatto è che è successo, che ieri, la buca si è riaperta ancora, all’improvviso ancora, sorprendendo di nuovo tutti. Io ho provato a dire «Guardate che la buca c’era anche prima, anzi, è la stessa di prima!», ma gli altri ormai avevano dimenticato e mi hanno dato del pazzo. Ora, io pazzo lo sono, non posso negarlo, sono pazzo perché ho paura di guardare nei buchi, ma non così tanto pazzo da confondere i buchi. Quando sono tornato a vedere la nuova buca, la paura di guardarci dentro era sempre la stessa. Credetemi!
E allora sono accorsi di nuovo gli operai e di nuovo hanno tappato la buca con un altro camion di terra. Anche il sindaco è tornato e ha detto che è tutto a posto e, anzi, ha detto pure che quello era un buco pilota, che presto, dentro una buca ancora più grande, parcheggeremo tutti le nostre macchine.
Ora, è vero che io sono pazzo, ma al vederla, quella nuova buca, a me mi è venuto anche da pensare una cosa, che però non ho detto a nessuno, neppure al sindaco, per paura che mi dessero ancora del pazzo. Ma questa cosa mi ha messo ancora più paura che guardarci dentro, alla buca, mi ha fatto più paura della buca stessa! E se in questi anni avessimo tappato i buchi di superficie come abbiamo tappato ieri quel buco in profondità? E se i buchi della città dovessero all’improvviso tornare ad aprirsi come quella buca in profondità? Questo pensiero, signori, mi fa impazzire ancora di più di quanto non sono già pazzo, e ancora più paura, per giunta!
E allora io oggi ho fatto una cosa, e l’ho fatta perché sarò pure pazzo ma non voglio tenere pure una paura che mi fa diventare ancora più pazzo. E allora sono andato ancora vicino a quella buca, e questa volta mi sono fatto coraggio e mi sono messo a scavare, e ho tolto tutta la terra del camion e alla fine sono pure riuscito a guardarci dentro, a quella buca, e ho visto, ho visto, signori, quello che ci sta dentro, a quella buca. Dentro, signori, non c’è niente. Nessuno scheletro, nessun meccanismo, nessun ingranaggio che muove o che non muove tutta la città.
Signori, la paura mi è subito passata! Signori, ho capito che l’orribile non tanto orribile verità che ci sta sotto è che non c’è nessun meccanismo, in realtà! E se non c’è nessun meccanismo, allora, signori, significa che dipende tutto da noi, buchi in profondità e buchi di superficie! Signori! La paura mi è passata! Oh, se mi è passata! Dentro, non c’è niente.
E sarò pure pazzo, forse più di quel che penso, ma io non voglio più starmene zitto per paura che mi date del pazzo! Datemi pure del pazzo allora, se volete, però io, signori, io devo dirvela, questa cosa, una cosa che mi fa ridere e ridere, ora, che mi fa ridere tanto che non riesco a smettere.
«Venite, signori. Venite a vederla, la buca. È la nostra buca! Venite a vederla dentro, non abbiate paura. La buca è solo una buca. Il resto dipende da noi. Non abbiate paura…»

da Il Messaggero

(da Il Messaggero)

Chiappanuvoli

[notizie ulteriori sono reperibili, per esempio, qui, qui e qui]

dilaniante bambino 31 cieli alle spalle [Hound of Winter – Mogwai]

Dilaniante snervante tra le cosce l’inguine ti schiaccia tutto il cazzo e brucia lo stomaco rallenta i battiti del cuore raffermo come bile il fegato un pianto sgola l’atrio lascia sassi che non so nient’altro che cornicioni sotto i quali pomiciavi dentro nel petto della casa che più casa non è le gambe cedono fracassa tutto te lo aspetti ma è sempre peggio del previsto con le unghie ti scarni cerchi il mostro che non è nella carne le orecchie si tappano esterrefatti gli occhi secche lacrime a rivoli lasciano solchi i piedi sono macchia di sangue lasci impronte nel sangue la lingua spezzata non grida più hai altra giovinezza da raccogliere e le braccia sono vuote il naso è pronto alla puzza di merda quando sente ancora la puzza del piscio che eri bambino e le nuvole che acchiappi dici stanno tutte nel cielo dietro i fili del telefono che si intrecciano non sei null’altro che una foto finissimi capelli marroni chiari nell’azzurro più lontano la salopettina gialla la camicetta a quadretti un sorriso ignaro non esprimerai mai meglio la vita ignoranza ingenuità semplicità sicurezza in niente di sicuro tutto lo sbaglio che sei è celato dietro quelle nuvole non le toccherai mai più come allora quando un gioia infinita d’altezza ti dava la forza vera per ridere fino a quando non perdi un cane un nonno non ti arriva uno schiaffone in faccia per aver strappato una calza rotto un vaso per esserti pisciato addosso e tutto diventa consolazione momenti di altro altro che ti dicono si chiama amore il primo amore trembla tutto fino al cuore poi il secondo poi il primo bacio poi la prima mano e la prima mano nei pantaloni sei già grande l’amore si fa grande diventa una ragazzina e il suo cane poi altre forme tutte stupende tutte stupende e ricordo ricorda che non cancella i sottostrati passati scopare per cancellare scopare per erigere mondi nuovi scopare perché non sai perché scopare perché non vuoi morire e devi cristo devi scopare creare ricreare in bambino il cielo il cagnone esistere e continuare a farlo la paura al fondo di tutto paura mortale di morire paura naturale di resistere nessuno ti ha detto ma l’hai capito che dentro ad un bambino c’è la tua unica salvezza ecco scopare scopare per non scomparire sennò ti inventi altro magari scrivere una qualsivoglia parvenza d’arte l’arte è immortale dagli scarabocchi dentro le caverne a Salvador Dalì e lo dici lo dici come se fosse qualificante in qualche modo ma non lo è lo dici sono scrittore cioè stai dicendo cerco un altro modo per non scomparire per non morire perché ci sono certi giorni come oggi? sì come oggi che senti hai chiaro tutto è poco tempo che è passato poco altro ne hai davanti non saprai mai quanto ma prima o poi sarai cenere anche se prima un corpo che si consuma di vermi ecco che è scrivere non morire illusorio ingannevole inconsapevole non sarai vivo mai per tutti non sarai morto mai per tutti per nessuno sì invece io ho paura ho paura e sono stanco questo gioco ha regole solo apparentemente condivise la realtà non la vuole nessuno non serve serve invece fermerebbe tutto scatenerebbe guerre lascerebbe i migliori solo pochi bambini a raccogliere i padri che volano giù dai cornicioni a scriverlo ci provi diventano numeri e parole 31 309 330 6.3 1000 1096 10 02 05 1981 e parole come poesia pensieri lacrime di poveri christi postseismsix chiappanuvoli vagli a spiegare orma blu poeti sparsi per il mondo “dove sta andando? Io–lo–so il tempo nasconde le cose le bugie nascondono le cose io perso cose io rompo cose io sono stanco” delirio credi porta capisci uscire perché dentro non c’è mai stato lo spazio che ti hanno detto dentro non c’è spazio non sei stanco non hai solo mai avuto possibilità di respirare l’ossigeno l’unica cosa che veramente possiedi inutile improvviso finito come le favole degli dei degli dei di carne di quelli che resuscitano ci metti poco a capire che non è vero niente ma che tanto vale crederci non ci perdo nulla solo la libertà ti portano via e tu sorridi e pensi che pregando ti si tolga il peccato originale da dosso non è mangiando una mela non è il serpente è che tu sei e sei sempre stato e sempre sarai nient’altro che una mela prima lo accetti e prima si aprono le porte dell’inferno per te non c’è paradiso inutile pure che si speri condannato alle fiamme sempre a piccolissime gocce di refrigerio che altro non sono che lacrime altrui il tuo bene il loro male non credevi eppure è così facile hai perso hai perso ogni speranza hai perso tutto ciò che eri e oggi di anno in anno chiuso dentro qualche momento piccolo piccolo te ne ricordi non è tristezza è misera consapevolezza inconscia qualcosa di dilaniante dalle gambe all’inguine lo stomaco il petto la gola la faccia dentro il cervello è solo un tumore no solo un raffreddore oggi lo senti come lo sento io scrittore uomo trentunenne bastardo giullare mostro cretino intelligente poeta pirla fregnone sensibile bambino bambino dentro al cielo solo dentro a quel cielo tanti cieli quanti siamo noi che non siamo altro non abbiamo altro cielo altra possibilità nessuna certezza se non fatta d’aria oggi come ieri come sempre tu, macché, IO HO PAURA HO PAURA DI SCOMPARIRE HO PAURA DI NON ESSERE MAI ESISTITO HO PAURA DI ESSERE NIENTE HO PAURA CHE TUTTO QUESTO NON SERVA A NULLA ho bisogno di un sogno per finire la giornata.

Chiappanuvoli

1096 giorni dopo, io dentro di te – [L’Aquila, 6 aprile 09-12]

1096 giorni dopo, io dentro di te.

1096 giorni. Sono solo giorni. Un tempo che non conta un cazzo. Non è il tempo che importa ora. Il tempo è solo uno spauracchio, uno specchietto per le allodole. Distrae, porta via altro tempo. Il tempo non si ferma, come non si ferma una città, del resto. Non si ferma un popolo. Non si ferma una Nazione. Non si fermano le bugie e non si fermano le verità. Tre anni che pesano come trenta. Non è vero? Si è fatto tutto denso. “Perché non mi hai ucciso? Perché non hai scelto me?” – te lo sei chiesto mai? Casualità, calcestruzzo, cabala, cemento. “Andare avanti, tornate a volare” – è tutto ciò che sapete dire. Il tempo si è rotto. E non vedo nessuno che sia capace di ammetterlo. Se ti muovo la sedia, se sbatto forte la porta, se spengo la luce all’improvviso. Sono cose che non riguardano il tempo. Non cambiano niente tre anni o mille. Solo la morte toglierà il tuo marchio. Per sempre, sempre con te. È lì dentro che voglio arrivare. No, non sono il tempo, non temere. Non scappare. Le tue sono solo moine. Lasciati andare. Lascialo sfogare, lasciami parlare. Tanto sono più forte di te, non mi puoi fermare. Troppo più forte. È questo che ti ha fatto paura? È questo che ancora temi, che ti blocca, che t’inceppa, come la più stupida delle macchine? Non abbassare lo sguardo, so a cosa stai pensando. Sono già dentro di te. Sono tutto ciò che sei. Oltre il tempo. No, non sono neanche una paura, la paura è già passata. Non sono un ricordo, il ricordo si affievolisce, e si confonde. Non sono una notte, quella notte è ormai passata, per quanto ti ostini a ricordarla. Non sono un rumore, il più terribile dei rumori. Lo ricordi, è vero? Quel rumore era solo il mio grido. Non sono una casa o una città, le case e le città non sono niente senza di me. Non sono la distruzione, la distruzione è solo una delle mie tante forme. E non sono neanche la tua distruzione, non sei distrutto. Vedi? Sei tutto intero. Anche se ci puoi passare un’unghia dentro a quella solcatura che ti attraversa quasi a metà, un piatto di porcellana scheggiato. Non sono una spiegazione e tantomeno una verità, la mia verità è l’unica cosa che non può essere spiegata. Non sono Dio. Dio è cosa mia! Dio, Dio al massimo se ne sta lì a guardare, come te. No, non sono neanche il terremoto, lui è uno dei tanti strumenti nelle mie mani. Lui è senza colpa, come una pistola o una spada sul collo di tuo figlio. Prova a fermarmi. Uccidimi! Uccidimi se ci riesci! Me che non sono nemmeno la morte. Anche se, devo dire, è la cosa che più mi somiglia. La morte è la mia forza magnifica, è la mia lingua, il mio messaggio per voi. Eppure io non sono fatto di parole. Non sono pensiero e non è con il pensiero che potrai anche solo inseguirmi. Sono dentro di te. Mi senti? Tutto ciò che puoi. Sentire. Sentire. Sentire.

1096 giorni. Sono un nulla. Il tempo non c’entra. Non c’entra la città, non è la tua L’Aquila. O le critiche, le lotte, le umiliazioni. Il bene che hai quasi già dimenticato. Il male che non dimenticherai mai. Non c’entra la giustizia. La giu-sti-zia. Senti? Riesci a sentire come mi muovo dentro di te? Le budella si attorcigliano all’aorta. Non c’entrano neanche i 309 morti e tutti quelli, innominabili, che sono venuti dopo. Per carità, anche io ho un costo, ma credetemi quando vi dico che con loro io non ci azzecco nulla. Quei morti, che lo vogliate o meno, sono causa vostra, sono cosa vostra. Il mancato allarme, la prevenzione, le case costruite male o dove non dovevano essere. Vedi? Non era mia intenzione prendermeli. Me li hai donati tu. Li hai sacrificati a me. Ma io non sono un Dio da saziare come il tuo stomaco. Io sono oltre. Io sono tutto. Sentimi. Mi senti? Puoi sentirmi?!

1096 giorni fa. Quel rumore infernale, più forte della casa che ti cadeva addosso. Il buio, la notte, le 3.32. Ricordi? Tu non ridevi. I figli nell’altra stanza, forse già nel lettone grande, tra le tue braccia. O il figlio che ti scalciava nella pancia! Eri sbattuto dentro una centrifuga, e come altro descriverlo? Era il tuo mondo che ti vorticava intorno. L’impotenza assoluta. L’annientamento totale. I calcinacci, i mattoni, le tegole, la stanza, tutto il piano o tutto il tuo palazzo, crollavano su di te. Su-di-te. Ti cedono le gambe anche ora. Vuoi smettere di leggere. Fallo! Ma lo senti dentro, lo senti dentro anche ora. Più lontano, più profondo, ma c’è. Sentimi. Sono io che mi muovo dentro di te. 30 lunghi secondi, così ti hanno detto. 30 secondi in cui io ero con te. Contiamoli insieme: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17 – 18 – 19 – 20 – 21 –  22 – 23 – 24 – 25 – 26 – 27 – 28 – 29 – 30. Io ero lì, ero dentro di te. Come ora. Calmati. Non è con le lacrime che mi scaccerai. Non sono qualcosa di cattivo, il male è una cosa solo umana. Non aver paura. Io sono la cosa migliore che possa capitarti di sentire. Di ricordare. Di riconoscere. Di accettare. E in quei 30 secondi di 1096 giorni fa, io lo so, tu mi hai sentito. Non riconosciuto magari, non ricordato, non accettato, per carità. Ma mi hai sentito, come mi stai sentendo adesso. Tra una lacrima e l’altra. Dentro, nel profondo. Nell’antro più remoto del tuo animo.

Io sono la vita. È me che hai sentito quella notte. E te lo ricordo oggi, dopo 1096 giorni. Non aver paura. Non aver più paura. E non volermene se te lo dico così, brutalmente forse, ma farmi sentire è stato il dono più bello che tu potessi ricevere. Non aver paura. Non aver più paura. Non sei solo. Non sei stato solo mai. Io per te ci sono sempre stata e per sempre ci sarò. Coraggio. Abbi coraggio. Hai ancora altra vita davanti. Non so quanta e non c’è dato saperlo, ma io, giuro, ci sarò sempre. Sarò sempre dentro di te. Non importa sotto quale forma, ma tu, tu ci sarai. Coraggio, Aquilano.

Chiappanuvoli