Tirare fuori dal peggio qualcosa…

Tirare fuori dal peggio qualcosa…

Dopo un film come “E morì con un felafel in mano”, valeva la pena di fare una piccola considerazione su questi ultimi tre mesi. Non mi sono sentito troppo lontano da quei personaggi sgangherati e allucinanti. Mi sono soffermato un secondo a pensare e forse varrebbe la pena scriverne un libricino. L’utilità è lontana da essere definita e decifrata, a chi servirebbe mai un libro così? Chi lo leggerebbe? E soprattutto chi lo pubblicherebbe mai? Anche io, come il protagonista del film, sono troppo calato nel mio personaggio. Anche io credo di essere uno scrittore. Anche io tirerò il mio mac nell’Aterno? Fatto sta che pensare un momento solo ai possibili capitoli, alla scansione temporale, ai personaggi, ai vari punti forti del libro, in definitiva, ripensare a tutti questi tre mesi, mi fa sembrare di aver vissuto in un film, di aver vissuto una storia strampalata, come quella di Lowenstein.

Ma cos’è un libro, un libro come lo intendo io, se non un messaggio che si vuole dare al lettore per tramite di una storia complessa? Cosa vorrei, dunque, dire io ad un ipotetico lettore del libro dei miei tre mesi in Guatemala? Anche più a fondo, cosa ho imparato da questa esperienza? Forse non lo saprò fino a quando non rimetterò piede nella mia vita reale. Sull’aereo qualcosa comincerò ad annusare. Ma tutto mi sarà chiaro definitivamente quando mi troverò di fronte la prima difficoltà lontanamente paragonabile ad una di quelle passate qui. Messe in fila, però, ad una ad una, quasi spaventano. Proverò a riassumere e poi a dire che ne penso.

Malattie: diarrea, più di una volta e di varie intensità; pizzico di insetto con relativa reazione allergica e mano gonfia come un pallone; emorroidi, mai avute in vita mia; febbre, poca, ma sempre febbre; dolore fastidioso ad un ginocchio e difficoltà, alcuni giorni, a camminare.

Lavoro: dalla Cooperazione Italiana, dove avevo fatto richiesta, sono stato messo in Ambasciata, all’ufficio economico per giunta, il mio compito il rapporto economico sul Guatemala che, prima di farlo, mi ha preso una settimana solo per capire cos’è l’economia e tutti i tassi annessi e connessi. Dopo di questo avrei voluto essere spostato alla Cooperazione ed invece mi sono ritrovato a studiare per scrivere una tesina, che poi non ho più scritto. Dopo la prima settimana di diritti umani, abortito il progetto perché non interessante per l’Ambasciatore, sono passato a studiare al rapporto tra gli indigeni ed il narcotraffico e, fatte un po’ di domande in giro, mi hanno risposto che ero pazzo a trattare un argomento del genere, pericoloso per me ed inutile, perché queste cose non si studiano in un mese e mezzo, ma in una vita e mezzo. Dunque mi sono dato disponibile per il famigerato ed umiliate database sui guatemaltechi che sono andati a studiare in Italia dal 1970 al 2002, a condizione di poter andare finalmente un paio di giorni la settimana in Cooperazione. Quando ho parlato con il responsabile dell’Istituto Italiano di Cultura con cui dovevo pianificare il lavoro, mi è stato chiaramente detto che il database è inutile e che probabilmente non servirà proprio a nulla, ed ha aggiunto: “Mi spiace che ti abbiano messo a fare questa cosa.”. Il tanto agognato lavoro in Cooperazione si è rivelato interessante, ma puramente compilativo, non ho letto un progetto, non ne ho scritto uno, non ho parlato con nessuno, non mi sono reso conto di cosa fa davvero questa istituzione.

Rapporti umani: eviterei proprio di parlarne. In tre mesi non si fanno miracoli per le amicizie, ma basti dire che non ho potuto legare con le persone al lavoro per differenza di età e stile di vita, ed inoltre durante alcune giornate lavorative non ho visto proprio l’ombra di nessuno. Abitare da solo non ha facilitato la mia permanenza, soprattutto all’inizio. Per giunta, a causa delle malattie e della mia propensione, forse sbagliata, a parlare dei problemi lavorativi, so di essere diventato subito argomento di discussione per una risata nella pausa del lavoro delle persone conosciute.

La ciliegina sulla torta: mi si accusa di aver rotto una proprietà governativa, una finestra per l’esattezza, che era rotta da quando sono arrivato. I modi con cui sono stato invitato a pagare il danno sono stati decisamente diplomatici, mi è stato detto che faccio schifo, che se non pago devo preparare le valigie e andarmene, che di certo l’ho rotta dondolandomici da ubriaco.

Diplomazia: tutto questo è contornato dalla diplomazia stessa, una sorta di velo ipocrita che si stende sulla faccia di queste persone, persone intese come maschere, e la cosa bella è che questa pantomima dell’essere umano viene considerata come un valore aggiunto! Più sei diplomatico, più sei fregno. Più sei falso, più sei bravo, più sei bravo a trattare, a negoziare, più ottieni dalla vita. Cose queste che non reggono alla forza di un terremoto. Cose queste che, se ti si sono scosse le chiappe per mesi, non hanno più senso, o forse non ne hanno più per me.

Il quadro è più o meno completo, dovrebbero essere aggiunte un po’ di apprensioni per la difficoltà di vivere in un paese pericoloso e difficile come il Guatemala, ma che avevo messo in conto, e altri tipi di pensieri che vengono da lontano, da oltreoceano. Ma non c’entrano adesso nel discorso. Queste sono cose che vengono dall’Aquila, la mia casa, e dal Marocco, dove è andato a finire il mio cuore.

Ecco più o meno ci siamo. Molti di voi, lo so, avranno pensato: ” Ma vattene a Lourdes la prossima volta!”, o “ma statte a casta!” (ma stai a casa!). Io credo, col senno di poi, che è un bene che io sia venuto qui. E, se potessi scegliere cosciente delle difficoltà, farei la stessa scelta. Mi ripeto, lo scoprirò solo più in là il perché, ma ci deve essere una chiave di volta, ci deve essere il messaggio. Ora, col sorriso sulle labbra, posso solo ipotizzare, scherzarci, almeno fin quando non mi presenteranno il conto di questa diavolo di porta!..

Ebbene il tutto è semplicemente qui: tirare fuori dalle peggiori situazioni sempre e comunque qualcosa, di buono o di cattivo non importa, ma qualcosa. E questo qualcosa, forse, dovrei raccontarlo meglio. Questo qualcosa, forse, a qualche d’uno potrà essere utile. Questo qualcosa, forse, potrebbe tirare su il morale a tutti quelli, e siete tanti, che “mangiano merda” tutti i giorni e che, quando hanno finito, gli viene ordinato gentilmente di andare a pulire il porcile perché oggi, proprio oggi, i maiali hanno cagato più del solito. E so che potete capirmi.

Chiappanuvoli

10/4/2010

Necessaria & Sufficiente

Sono in stato di quasi completa confusione. Ho troppe cose da dire, da fare, da vedere, da pensare addirittura. Sento che questa esperienza mi sta consumando la vita, finalmente. L’aria mi invade i polmoni, gli occhi spesso mi dolgono e sono sempre stanchi. Osservo che persino la mia pelle pare cambiata, più dura, ispessita. Alle dieci di sera già sprofonderei nel letto. Ma mi sento vivo, forte, sereno. Come che avessi la certezza che, in questi tre mesi, so quel che sto facendo. Parole ardite, forse troppo. Però anche appollaiarsi in un angolo di questa immensa casa vuota e crogiolarsi di questo pensiero, mi basta; una condizione necessaria e sufficiente inalienabile.

Che cosa sto facendo dunque? Cosa mi produce questo stato d’animo idilliaco? Me lo chiedo anche io. [Intanto mando un po’ di musica e ci penso. Cavolo, ITunes e la Apple non me la raccontano giusta…è partita New Years End dei God is an Astronaut. C’è il sound che respiro quotidianamente, oltre l’immensa realtà del titolo] Questo meta-ragionamento prevede uno sforzo non da poco. C’è bisogno di pensare a come ho passato gli ultimi mesi a L’Aquila. I discorsi fatti con Fede, non da ultimo quelli dei giorni scorsi. Una corda per calarsi piano dentro di me stesso. Una torcia per vedere. Una birra Gallo (Tradicion y Orgullo de Guatemala, famosa desde 1896) che apro subito. AAAAHHHHHHHH!!!!……. C’è bisogno di concentrazione, che, spero, dopo tutta questa introduzione sia finalmente al punto giusto.

Compiute tutte queste azioni, posso ben dire che non sto facendo poi molto, non è decisivo ogni passo in aventi che compio. Lo può essere in senso relativo, ma non in assoluto. Il mio essere qui non cambierà lo scorrere delle stagioni certo, ma neanche il corso del mondo, e, credo, neanche il corso della mia vita. In questo preciso istante sono immerso, sono radicato, sto in una semplice stagione della mia breve, esigua esistenza. Roba da restare paralizzati! Se durante un’esperienza così, guardandomi dentro, osservo la vacuità dell’essere, del mio essere, ci si potrebbe anche preoccupare. Ma non è del tutto così come pare. Torna la follia, torna l’egoismo, torna il sentimento da dare man forte al pensiero. Ebbene, metaforicamente parlando, io, Chiappanuvoli, sono impegnato in un’immane impresa, come tutti gli esseri umani del resto, spostare un granello di sabbia nel deserto, o anche sorseggiare una goccia di acqua salata dell’oceano Atlantico o Pacifico (qui in Guatemala posso scegliere).

Fuor di metafora significa che sto vivendo, e vivendo in assoluto il tempo, la sorte dell’essere qui ed ora. Prima e dopo, domani e ieri, non esistono più, perdono il significato, e con esso tutte i meccanismi logorroici che applichiamo quotidianamente alle nostre esistenze. Il presente diventa un’essenza preziosa, la più preziosa di tutte. Di cosa sto parlando? Forse c’è bisogno di esempi, non so quanto riesco ad essere comunicativo da dentro me stesso. Il sesso, anzi, meglio ancora, l’orgasmo. Il primo sguardo che si getta sul proprio figlio. La morte davanti agli occhi, in prima persona, la propria o quella altrui. Un’opera d’arte che ci colpisce. La fame più nera, quella che ti fa fare follie. I secondi interminabili di un terremoto, oppure. Un dolore o una gioia improvvisa che, al contempo, posso essere per il nostro animo laceranti. Parlo di quei momenti, momenti assoluti, che non contemplano il tempo, la logica, le regole, i significati, le parole stesse. Parlo degli assoluti di cui, in realtà, è fatta ogni vita vita umana. Momenti, pochi, esigui in numero, che però inseguiamo inconsciamente dal primo momento che iniziamo a prender forma dentro la pancia di una donna. Momenti, barlumi di momenti, impressioni, flash, gocce o granelli.

La domanda ora la pongo io. Siamo tutti capaci di comprendere, di afferrare, ci cogliere, di sentire questi momenti? E, una volta agguantati, riusciamo ad tenerli stretti il tempo di un pensiero compiuto, con capo e coda? Certo non è possibile tenerli con sé per un periodo di tre mesi, ma, forse, l’importante è solo riconoscere la loro importanza, la loro essenza vitale, o dovremmo arrenderci alla realtà fattiva di essere solo numeri, o corpi, o persone, o figli di Dio con un ruolo ed una missione del tutto incomprensibili. Sorrido, alla fine. Tendendo i tendini fino al dolore estremo, so che esisto, che del mio chiappare le nuvole resta una piccola infinitesima particella di vapore, che è tutto ciò che siamo.

[Ecco ancora una volta ITunes a darmi una mano per spiegarmi meglio, per esprimere meglio. Lives dei Modest Mouse]

If you could be anything you want
I bet you’d be disappointed, am I right?
No one really knows the ones they love
If you knew everything they thought
I bet that you’d wish that they’d just shut up
Well, you were the dull sound of sharp math
When you were alive
No ones gonna play the harp when you die
And if I had a nickel for every damn dime
I’d have half the time, do you mind?
Everyone’s afraid of their own lives
If you could be anything you want
I bet you’d be disappointed, am I right?
Am I right? And it’s our lives
It’s hard to remember, it’s hard to remember
We’re alive for the first time
It’s hard to remember were alive for the last time
It’s hard to remember, it’s hard to remember
To live before you die
It’s hard to remember, it’s hard to remember
That our lives are such a short time
It’s hard to remember, it’s hard to remember
When it takes such a long time
It’s hard to remember, it’s hard to remember:
My mom’s God is a woman and my mom she is a witch
I like this
My hell comes from inside, comes from inside myself
Why fight this
Everyone’s afraid of their own lives
If you could be anything you want
I bet you’d be disappointed, am I right?

“Ognuno ha paura della propria vita/Se tu potessi essere qualsiasi cosa tu voglia/Scommetto che saresti sconvolto, ho ragione?”

Accettatelo e non restate sconvolti, in fondo, stiamo solo parlando di ciò siamo.

Chiappanuvoli