Lacrime di caimano

(Devo cavalcare questa rabbia finché è calda. Presto si mescolerà alle altre e si indebolirà, si sederà, andrà a rimpolpare la bile che mi porto dentro alla stomaco, sarà come ingoiare cianuro: è amaro in bocca, poi fa il suo dovere e non senti più niente.)

Prefetto Giovanna Iurato davanti la Casa dello Studente

Mi sono svegliato questa mattina, ho aperto Repubblica.it e ho trovato una bella sorpresa,  l’ex Prefetto dell’Aquila, Giovanna Iurato, che racconta di aver finto commozione davanti alla casa dello studente. Ecco i tabulati delle intercettazioni:

IURATO: Allora senti…sono andata…sono arrivata, subito mio padre, che è quello che mi da i consigli, quelli più mirati…
GRATTERI: Si lo so.
IURATO: …perchè è un uomo di mondo, saggio, dice: “…appena metti piede in città subito con una corona vai a rendere omaggio ai ragazzi della casa dello studente…”.
GRATTERI: Brava
IURATO: Eh allora sono arrivata là, nonostante la mia…cosa che volevo…insomma essere compita (fonetico)…mi pigliai, mi caricai questa corona e la portai fino a…
GRATTERI: Ti mettesti a piangere…sicuramente!
IURATO:Mi misi a piangere.
GRATTERI: Ovviamente, non avevo dubbi (ride).
IURATO: Ed allora subito…subito…lì i giornali: “le lacrime del Prefetto”.
GRATTERI: Non avevo dubbi (eh, eh ride).
IURATO: Ehhhhhhh (scoppia a ridere) i giornali : “le lacrime del Prefetto”.
GRATTERI: Non avevo dubbi (eh, eh ride).
IURATO: Poi si sono avvicinati i giornalisti: “perchè è venuta qua?”. Perchè voglio cominciare da qui, dove la città si è fermata perchè voglio essere utile a questo territorio. Punto.
GRATTERI: Eh.
IURATO: L’indomani conferenza stampa con tutti i giornalisti.

Ora, se il Prefetto, come carica istituzione, “assicura l’esercizio coordinato dell’attività amministrativa degli uffici periferici dello Stato e garantisce la leale collaborazione di tali uffici con gli enti locali”, se è espressione del rapporto tra il Governo centrale e le amministrazioni locali, di chi dovrebbe essere la responsabilità di tali affermazioni? Non sono, non possono essere semplicemente frasi attribuibili al singolo, alla Iurato. Esse sono invece espressioni il cui peso dovrebbe (deve) ricadere su tutta l’istituzione che rappresenta, dal Governo (in carica c’era il Governo Berlusconi) che ha scelto il soggetto per rivestire la suddetta carica, alle amministrazioni locali che col soggetto si sono relazionate in questi anni senza mai mettere in dubbio la caratura morale del Prefetto stesso. “Sono esternazioni personali”, si dirà. Ebbene, quando un giornalista scrive una castroneria, sia il singolo sia la testata ne subiscono le conseguenze. Ancora più profani, quando c’è un illecito sportivo, non solo il diretto colpevole, ma tutta la società sportiva è costretta a pagare un’ammenda o subisce una penalizzazione. Ora facciamo un passo indietro. Fu l’allora Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a nominare nel 2010 Giovanna Iurato, nonostante il suo nome fosse apparso nella celeberrima “Lista Anemone”. E così si espresse, non più di qualche settimana fa, il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, dopo che fu diffusa la notizia dell’interdizione dai Pubblici Uffici per la Iurato a seguito dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Napoli per i presunti illeciti del Centro elettronico nazionale della Polizia di Stato di Napoli: “Son convinto che chiarirà, l’ho conosciuta sul lavoro come una persona fin troppo attenta nei lavori che svolge”, e ancora “Lavorandoci insieme – prosegue – ho sempre visto in lei un’attenzione certosina sulle regole, penso che potrà chiarire la sua posizione”.

Val la pena ricordare che il predecessore della Iurato, è quel Franco Gabrielli, nominato Prefetto un paio di giorni dopo il terremoto e andato poi a sostituite Guido Bertolaso a capo della Protezione Civile nel 2010. Quello che avrebbe dovuto controllare sull’operato della DPC. Quello che avrebbe dovuto vigilare su possibili infiltrazioni mafiose e “affaristiche”, non solo nella fase della ricostruzione, ma anche in quella della costruzione dei fantastici “Progetti C.a.s.e.”. Quello che recentemente si è così espresso: “gli Emiliani sono meglio degli Aquilani”.

Da Aquilano, mi sento stuprato per l’ennesima volta. Io sono un giro di affari. Sono una carriera istituzionale. Io sono una tangente. Io sono un coglione. Io sono una vittima sacrificale. Io sono omertà. Io sono una risata la notte del terremoto (“Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”). Io sono connivente. Io sono uno sciacallo. Io sono un’amministrazione locale cieca e complice. Io sono un Governo che rimpolpa il consenso elettorale. Io sono una città abbandonata a se stessa. Io sono scomparso dalle vostre compagne elettorali. Io sono la più grande vergogna della storia della Repubblica Italiana. Io sono una lacrima di caimano.

Io sono Aquilano. Io merito le vostre scuse. Io ho il diritto di non accettarle.

19/01/2013

Chiappanuvoli

La Scienza Idraulica e la Commissione Grandi Rischi

Quadro analitico semplificato. Un tempo gli scienziati li grattavano via squagliati dalla pavimentazione delle piazze cittadine. Un tempo era difficile fare scienziato, si rischiava la vita in nome della verità oggettiva. I giochi di potere si mescolavano al sangue. Da qualche secolo il fumo nelle piazze si è diradato. La Scienza è stata liberata dalle catene del Dogma, il suo valore non è più stato messo in discussione. Oggi, che la Scienza non è più in discussione, il dibattito si è spostato sull’uso che l’uomo fa della Scienza, quanto e come va utilizzata.

L’Aquila, 22 ottobre 2012. Il giudice Billi nel processo alla “Commissione Grandi Rischi” ha condannato, in primo grado, a sei anni tutti gli imputati: Barberi Franco, Boschi Enzo, Calvi Michele, De Bernardinis Bernardo, Dolce Mauro, Servaggi Giulio; i capi d’accusa: concorso di reato in omicidio colposo (art. 113 c.p.), omicidio colposo (art. 589 c.p.) e lesioni personali colpose (art. 590 c.p.).

Quest’oggi, 23 ottobre. Sulle pagine di tutti i quotidiani italiani, vediamo spuntare e riaccendersi in tutta la sua virulenza, a cause di parole tanto incendiarie quanto inopportune, il vecchio fuoco del dibattito sulla legittimità della Scienza. “Condannati perché non hanno previsto il terremoto!”, i grandi titoloni in prima pagina. In fondo c’era da aspettarselo. Vale la pena ribadire, però, che il processo alla Commissione Grandi Rischi non è un processo alla Scienza, non c’è nessuno scienziato da ardere, quella fase storica l’abbiamo passare centinaia di anni fa. La sentenza di ieri, in realtà, è l’atto conclusivo di un processo alle persone che fanno uso “della” Scienza, alla responsabilità che hanno le persone che lavorano “nel” mondo scientifico. Non tutti, giornalisti in primis, pare abbiano capito la sostanziale differenza.

Esempio banalmente iperbolico. Facciate conto di avere degli strani rumori provenienti dalle tubature di casa vostra. Sono già diversi giorni e con l’andare del tempo i rumori sono aumentati. Che fate? Di solito, si chiama un esperto, si chiama un idraulico. Il tecnico viene a casa vostra, controlla la caldaia, l’impianto idraulico, le tubature, per quanto possibile, e i rubinetti e i sifoni. Vi chiede quanto è vecchio l’impianto e se avete mai avuto problemi del genere. Se viene a capo di un guasto nel sistema, lo aggiusta, voi pagate e il problema è risolto. Così avviene di solito.
Facciamo un altro esempio. Avete sempre quel rumore all’impianto. Quando arriva l’idraulico, questi si mette a sedere al tavolo in cucina. Non tira fuori gli attrezzi, non vi chiede quanto è vecchio l’impianto, non ha intenzione di parlare con il capo condomino. Vi chiede solo se avete mai avuto problemi in passato, voi gli dite di no, voi nessun problema, ma vi pare di ricordare che ai vecchi proprietari una volta si fosse allagata tutta la casa. L’idraulico si accende una sigaretta e vi dice che prima di tutto dovete stare tranquilli, che è normale che le tubature possano fare rumore, che il rumore non significa che possa verificarsi un danno più grave. Vi dice che non è prevedibile un danno più grave. Ammette che i rumori sì, possono essere preoccupanti ma, data la zona in cui si trova la vostra casa, è normale. Le case nella vostra zona sono soggette a problemi del genere, bisogna saperci convivere. Si alza e fa per andarsene, ma sull’uscio, mettendovi in mano la sola fattura e nessun un pezzo di carta che attesta la resistenza dell’impianto, vi dice: “non vi preoccupate, per qualsiasi cosa sappiate che io accorrerò in cinque minuti”. Dopo una settimana, all’improvviso nel cuore della notte, scoppia un tubo, la perdita da subito è imponente. Voi vi svegliate, correte a mettere in salvo i vostri figli, poi passate ad alzare da terra tutti gli oggetti di valore, poi quelli senza valore ma ai quali tenete. Chiamate di corsa l’idraulico in questione, che vi dice che sta arrivando a salvarvi. Voi istintivamente lo mandate al diavolo ma ormai il danno è fatto, che almeno venga a ripararlo. A quel punto, fate mente locale, l’acqua fredda fino alle ginocchia e l’adrenalina non vi hanno permesso subito di realizzare, è la vostra bambina che ve lo fa notare scoppiando in lacrime tra mille singhiozzi, è lì che galleggia a pancia in su dentro la sua gabbietta, il criceto è morto annegato. Cosa provereste? Cosa vi passerebbe per la mente? Vorreste giustizia? Se non altro per le lacrime della vostra bambina.

Ecco, quello che voglio dire è che per uno spiacevole incidente come questo non è che smettereste di credere alla scienza idraulica. Non mettereste in discussione la meccanica dei liquidi dalla Mesopotamia ai giorni nostri. Di certo sareste furibondi con “quell’idraulico”. Forse vorreste persino trascinarlo in tribunale, ma non bruciare vivi tutti gli idraulici onesti del pianeta. “Uno così non può fare questo mestiere”, potreste pensare, “uno così va fermato!”.

Ora. Al posto dell’appartamento mettete una città, al posto dell’idraulico una commissione di persone, al posto del criceto mettete 309 esseri umani deceduti e circa 1500 esseri umani feriti, al posto dell’acqua le lacrime di 70.000 persone, al posto della Scienza mettete i sei imputati, forse così capirete perché la condanna è giusta.

23/10/2012

Chiappanuvoli

10 motivi per cui Franco Gabrielli ha ragione

Alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal Capo della Protezione Civile e ex Prefetto della città dell’Aquila, ossia che gli Emiliani hanno reagito meglio al terremoto rispetto agli Aquilani, mi sento di affermare, con orgoglio per il nostro e sdegno per i tanti sciocchi Aquilani, che Franco Gabrielli ha ragione per almeno 10 motivi:

1. Abbiamo permesso ad un nano cialtrone di venire a fare i suoi porci comodi sul nostro territorio (certo in condivisione con 70 milioni di Italiani…).

2. Abbiamo permesso alla Protezione Civile, alle Chiesa Cattolica, alle varie Regioni, Comuni, Enti, Associazioni, Province di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (con le dovute eccezioni sia chiaro…).

3. Abbiamo permesso alle “cricche” dell’amico Bertolaso di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (non era certo il futuro Capo della Protezione Civile che poteva vigilare sull’operato della Protezione Civile…).

4. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, chiamati giornalisti, di venire a speculare sulla catastrofe che ci ha colpito (cosa avvenuta anche in Emilia ma li erano preparati, forse grazie alla nostra esperienza, ad accoglierli).

5. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, questa volta autentici sciacalli, di svuotare tutte le nostre case più e più volte, aggiungendo il trauma dello stupro dell’intimità al trauma del terremoto (chi doveva controllare?).

6. Abbiamo permesso a una massa di incompetenti locali di arrogarsi il diritto di scegliere per noi, per il nostro futuro, con il risultato di ritrovarci senza futuro e senza alcuna idea di ricostruzione.

7. Abbiamo permesso che costruissero le 19 New Town e in più altri svariati insediamenti detti MAP sul territorio con questi risultati: 2.700 euro a metro quadro (per le C.a.s.e.), pare a un prezzo maggiorato di 4 volte rispetto agli stessi edifici costruiti a Varese, dissuasori sismici non omologati, edifici che cadono a pezzi dopo soli tre anni, nessun servizio per la popolazione, disgregazione sociale e un giro d’affari mostruoso per i soliti loschi figuri (chi doveva controllare anche qui?).

8. Siamo andati in giro con le carriole, prendendoci anche delle denunce firmate proprio dal nostro, a fare i salvatori della Patria, quelli che risolvevano tutto da soli, senza, in realtà, ottenere un “benemerito”. Perché con quelle pale e quelle carriole non siamo andati a rimuovere le uniche “macerie” o “materiali di scarto” che impediscono davvero la nostra ricostruzione?

9. Abbiamo protestato in mille modi e ci abbiamo pure preso mazzate e altre denunce. Siamo arrivati persino a Roma, davanti al Parlamento, senza che ci venisse minimamente in mente di fare ancora un altro passo: entrare nelle stanze del Potere e rivoltare una volta per tutte questo schifo di Paese infame.

10. Ci siamo resi ridicoli agli occhi degli altri Italiani, ci siamo fatti chiamare “ingrati”, ci siamo umiliati per quel che pensavamo di spettasse. Eppure all’inizio, ricordate, “che popolo dignitoso!” – ci dicevano – “Quanta dignità in un momento di dolore così grande!”. All’inizio ci rispettavano. All’inizio ci dicevano che eravamo bravi, bravi terremotati, forse persino più bravi degli altri terremotati. All’inizio, poi abbiamo rovinato tutto. Eravamo bravi solo all’inizio, quando ci leccavano ben bene il culo per imbonirci in attesa del momento della supposta di merda che stavano per insaccarsi nel culo!

Gabrielli ha ragione, per almeno 10 ragioni siamo dei coglioni. Per almeno 10 ragioni gli Emiliani sono meglio di noi. Almeno, questo bruciore che oggi sento riaccendersi all’improvviso, non è stato vano. Emiliani, attenzione alle spalle.

16/10/2012

Chiappanuvoli

Un pezzo di Emilia è mio. Un pezzo di me è emiliano – #2 Protezione Civile

Uno degli obiettivi che mi sono prefissato per il mio secondo viaggio in Emilia era visitare almeno una tendopoli della Protezione Civile. Sono riuscito a visitarne due, quello di Cavezzo gestito dal Dpc Abruzzo e quello di San Felice sul Panaro della Dpc Trentino.
Questi i dati, aggiornati al 7 giugno 2012, pubblicati sul sito della Protezione Civile. Sono stati allestiti 35 campi in Emilia Romagna e 10 in Lombardia.  Accolgono 11.095 persone. In più ci sono 2.450 persone site in “strutture al coperto” e 2.427 alloggiate in alberghi. Il totale della popolazione assistita sale così a 15.972. Grandi numeri, ma non grandissimi, se pensiamo che all’Aquila, tre anni fa, allestirono più di 160 campi e la pop. assistita superò abbondantemente le 60.000 unità (N.B. dati orientativi di difficile reperimento sul web) in un cratere sismico abitato da più di 100.000 persone. Numeri non grandissimi, se consideriamo il cratere sismico emiliano e lombardo con un raggio di 50 km. Solo nei comuni e paesi che io ho visitato (vado a memoria) i dati sui residenti (fonte Wikipedia) sono: Sant’Agostino 7.106, Camposanto 3.218, Cavezzo 7.345, Finale Emilia 16.076, Concordia 9.059, Medolla 6.331, Mirandola 24.602, Nonantola 14.489, Novi di Modena 11.476, Rovereto sul Secchia 3.974, San Felice sul Panaro 11.135, San Possidonio 3.828, Rolo 4.090, Reggiolo 9.362. Per un totale di 132.091 abitanti. E questo SOLO per i posti che ho visitato. Per farvi un’idea di quanti comuni siano stati colpiti basta andare questa pagina di Wikipedia. La differenza, più che orientativa, è quindi di 116.119 unità. Dove sono queste persone? Dove sono sfollati?

La maggior parte delle persone è in tenda, camper o roulotte accampata davanti alla sua abitazione. Molti si sono fatti coraggio e sono tornati a casa (che sia troppo presto?). Alcuni se ne sono andati da parenti e amici in zone più sicure. Almeno 116.119 persone.

foto mia

#2 Protezione Civile.


Siamo arrivati al campo di Cavezzo verso mezzogiorno e mezzo. Ho riconosciuto un amico aquilano e mi sono fatto indicare i Capi campo con cui avrei voluto parlare. Sono stati molto disponibili, dato che mi sono presentato come semplice aquilano “in visita” e Jan come Dottorando con una tesi sul terremoto dell’Aquila. Mi hanno detto di aver allestito una tendopoli per 300 persone (Cavezzo 7.345 ab.). Così ha voluto il sindaco Stefano Draghetti. Ci sono anche due mense, aperte a chiunque (anche noi ci abbiamo mangiato): una interna, che verrà chiusa ai non residenti dopo la recinzione del campo in allestimento, e una esterna, che resterà sempre aperta a tutti. Non ci sono tanti stranieri e non hanno avuto problemi seri di gestione degli stessi. Per il momento la situazione è tranquilla.

Ho deciso di mettere in difficoltà il Capo campo esprimendogli “velatamente” le mie perplessità sulle tendopoli, ricordandogli appunto il caso dell’Aquila e i problemi relativi a quella che è stata definita “eccessiva militarizzazione del territorio”. Gli ho fatto l’esempio della tendopoli di Piazza D’Armi. Il Capo campo si è scosso e mi ha detto che lui lavorava proprio a Piazza D’Armi. Allora ho puntato il bersaglio grosso e gli ho detto che “forse” all’Aquila l’intervento della Protezione Civile è stato un po’ troppo pesante, alludendo proprio alla gestione dei campi. L’uomo è tornato subito fermo e deciso. Mi ha giustamente fatto notare che nel nostro caso erano venute a mancare tutte le strutture delle autorità competenti, Comuni, Prefettura, Questura, e che quindi si è causato un vuoto decisionale che doveva essere colmato in qualche modo. Poi (e bisogna riconoscergli la sincerità) ha subito aggiunto che sì, “forse” si è esagerato, che qui in Emilia si è scelto un profilo, per così dire, più “basso”. Il Dpc si è messo a disposizione dei Sindaci, i delegati legittimi delle questioni di sicurezza civile. Ogni decisione ultima tocca al Sindaco, anche decidere il numero dei bagni chimici per tendopoli. Sono loro ancora che tengono tutta la rendicontazione economica.

L’Aquila, in fondo, è servita a qualcosa, ho pensato. Se non altro a fermare quel macchinoso meccanismo succhia soldi nelle mani pochi individui. L’Aquila è servita a capire che i Sindaci non possono essere esautorati dal loro potere. L’Aquila è servita a capire che le tendopoli (mi si perdonerà l’eufemismo) non possono essere gestite come “lager”, anche se è ancora presto per dire come evolverà la situazione in Emilia. La Protezione Civile si è posta al servizio della popolazione. Speriamo bene.

C’è ancora un dato che va sottolineato, di cui ho discusso anche con il Capo campo. Perché la tendopoli ha solo 300 posti letto quando gli abitanti di Cavezzo sono più di 9.000? Certo le risorse economiche messe in campo (fortunatamente dal punto di vista degli sprechi) sono più limitate rispetto a tre anni fa. La responsabilità, come detto, ricade sui Sindaci e sul Commissario Straordinario Errani, non sul Bertolaso di turno. Mancano 8.700 persone all’appello. Il Capo campo mi ha detto che è stato proprio il Sindaco a volere una tendopoli di soli 300 posti. Ha aggiunto che, secondo lui, la volontà è quella di rimandare il prima possibile le persone a casa, nelle abitazioni che verranno dichiarate agibili. Sempre paragonando con L’Aquila, con le dovute attenzioni per carità, dal 6 aprile al 10 luglio 2009 (data di chiusura del G8) fu in vigore una ordinanza comunale che vietata a chiunque di mettere piede dentro la propria abitazione, se non accompagnati da personale autorizzato.

Da un terremoto, quello aquilano, “mediaticamente esasperato”, ad un terremoto, emiliano/lombardo, “minimizzato”. La macchina della merda sta funzionando. E qui mi fermo. Tutto ciò che potrei aggiungere sono nient’altro che paure, dubbi, insinuazioni insomma.

Vorrei chiudere però con una nota positiva. Come detto, ho visitato due campi. Il secondo è quello della regione Trentino. A San Felice, dove sono stato il 9 giugno, il clima era decisamente disteso. La Guardia Forestale all’ingresso è stata gentilissima. Abbiamo parlato con volontari del DPC e della Croce Rossa. Gli ospiti sono 380. Di questi all’incirca 270 sono stranieri. 11 nazionalità diverse. Ci sono state delle difficoltà, per stessa ammissione dei volontari, riguardanti più che altro la prima collocazione in tenda. Non tutti gli ospiti gradivano la convivenza con cittadini di altre etnie, anche tra stranieri e stranieri. Tutto risolto con calma e discrezione, mi hanno detto. Nel campo, inoltre, si è già fatto vivo il Cinformi di Trento, centro informativo per l’immigrazione, con cui ho collaborato anche all’Aquila assieme al Coordinamento di Associazioni Ricostruire Insieme. Abbiamo parlato con i membri della cucina che hanno ricordato con affetto i lunghi mesi trascorsi in Abruzzo. Abbiamo bevuto il caffè con loro. Io e Jan siamo andati via molto più fiduciosi del giorno prima, quasi tranquillizzati ecco. Il Trentino è un modello da seguire per tutta l’Italia, senza nulla togliere ai tanti tantissimi volontari accorsi dalle altre regioni, sia chiaro. Ma non è solo attraverso l’impagabile impegno dei singoli volontari che riesce una missione d’aiuto durante uno stato d’emergenza, il più è deciso, condizionato, dalla “testa”, da chi comanda, da chi fa le leggi e da chi ne vigila l’applicazione.

13/06/2012

Chiappanuvoli

Terremoto, un aquilano in Emilia

L’unico modo per rendersi davvero conto di quanto accade in Italia è andando a vedere con i propri occhi. L’ho imparato sulla mia pelle e anche questa occasione la lezione si è dimostrata fondamentale. La prima cosa che posso dire sul terremoto che ha colpito la Bassa Pianura Padana è che ha trovato, come al solito, una Nazione impreparata, delle istituzioni fragili e farraginose, una popolazione inerme, unica vittima di tale ignoranza. Basta vedere un qualsiasi telegiornale per accorgersi dell’incapacità metodologica e della scarsissima formazione dei giornalisti, domande sempre banali, volte non “alla comprensione di” o “all’informazione su” un fenomeno, bensì alla disperata ricerca dello scoop, in preda alla sindrome da tasso d’ascolto. Basta osservare la macabra dinamica delle morti per capire che è stata sottovalutata, per l’ennesima una volta, la gravità dell’emergenza, la pericolosità di un evento naturale con cui invece dovremmo essere abituati a convivere. Le vittime del 29 maggio sono a tutti gli effetti “vittime di Stato”. Quante altre L’Aquila o Bassa Padana dovranno esserci perché si radichi la cultura della prevenzione?

Sono partito venerdì 1 giugno subito dopo pranzo. Cinquecento chilometri di strada e una ragazza ad aspettarmi all’uscita dell’autostrada Bologna Casalecchio. Si chiama Monique, è di Modena, non della parte di provincia colpita. Nel 2009 è stata all’Aquila per sei mesi come volontaria, un’esperienza talmente tanto importante che l’ha spinta a fare anche un documentario (Ottocentroquarantanove – Vita e segreti di una città dimenticata) di recente uscita. Abbiamo chiacchierato davanti ad uno sprinz cenando con l’aperitivo. Poi subito in marcia direzione Mirandola. Dopo la scossa dello scorso 29 maggio, la Protezione Civile e le autorità nazionali hanno deciso per un intervento massivo e capillare sul territorio colpito. Stanno nascendo le prime tendopoli e iniziavano a spuntare i C.o.c. (Centro operativo commissariale, omologhi dei C.o.m. aquilani…).

Arriviamo in via Confalonieri verso le 21.30. È già buio. Sotto gli alberi di un parchetto comunale, una ventina di tende da campeggio. Ci vivono alcuni residenti della zona che, come più volte sottolineano, non vogliono andare nella tendopoli della PCI, non si fidano, non vogliono essere militarizzati (in questo la lezione dell’Aquila ha avuto il suo peso). Ad aiutarli, tre ragazzi, appena ventenni, appartenenti al Collettivo Autonomo Studentesco di Modena, conosciuto come Guernica. Un signore di mezza età suona la chitarra sotto la tenue luce di un lampione. Hanno generi alimentari e di prima necessità, ma non ancora la corrente elettrica. Mi dicono che gli è stato anche intimato di andare nella tendopoli, o saranno incriminati per occupazione di suolo pubblico. Il controllo governativo del territorio è già iniziato, presto vedremo le forme del comando, penso. Prima di me, due amici aquilani, Sara Vegni ed Emanuele Sirolli, sono stati qui in visita, e nonostante ciò mi sommergono di domande. La più ricorrente: «quando potremo tornare a casa?» Credono che tutto quello che gli sta capitando sia passeggero. Gli dico che devono abituarsi all’idea che l’emergenza possa durare a lungo, che non c’è fretta di tornare nelle case, che il rischio è ancora alto e non ne vale la pena, che la sicurezza è fondamentale.
Consegnamo ai tre volontari due tende donate da amici aquilani, Nicoletta Bardi e Federico Bucci, e ci rimettiamo in cammino. Voglio raggiungere gli altri due aquilani a Finale Emilia e farmi raccontare quello che hanno fatto nei giorni precedenti, sapere la loro impressione preziosa di terremotati e condividere i contatti presi.

Li incontriamo alla sede di Manitese (in via Per Camposanto 7A). È quasi mezzanotte e la maggior parte della persone è andata a dormire. Faccio la conoscenza di Enrico, un rappresentate dei G.a.s. della zona. Un bicchiere di lambrusco e i loro racconti. Monique dopo poco ci saluta, la aspettano ancora 80 km di strada per tornare a casa. Noi continuiamo a chiacchierare fino a notte fonda.
La mattina seguente inizio finalmente la mia attività di informazione. Manitese è una ONG nazionale che opera nell’ambito dello sviluppo e cooperazione nei paesi del Sud del Mondo. Qui a Finale Emilia hanno un mercatino dell’usato, fanno attività di laboratorio artigianale e lavorano con i bambini. Conosco Bettina, Luca, Nicola, Gianluca, solo per citarne alcuni. In realtà in questi giorni qui si sono riunite almeno una trentina di persone. Tanti abitanti del luogo usano questo posto come punto di riferimento, come hanno fatto anche diverse associazioni regionali e nazionali (ad esempio il T.P.O. di Bologna e il nostro 3e32), che si sono affidate a loro per lo stoccaggio dei generi di prima necessità. Non solo sono (e saranno a lungo) referenti validi per questo genere di iniziative, sono già testimoni obiettivi, hanno il polso della situazione e, scommetto, diventeranno anche un soggetto politico decisivo per le sorti di tutto il cratere sismico.

Dopo pranzo mi unisco a Nicola, ad altri ragazzi del Manitese e ad alcuni volontari bolognesi per andare a distribuire generi alimentari e monitorare gli insediamenti di fortuna che ancora non sono riusciti a visitare. È l’occasione per me di rendermi conto del reale stato delle cose. Solo ora alla luce del giorno inizio a vedere i veri danni causati dalle forti scosse. La prima cosa che balza agli occhi sono i vecchi casolari, oggi usati come magazzini o abitati da cittadini stranieri. Molti sono crollati, a quasi tutti è venuto giù il tetto. Siamo passati anche per il nucleo industriale di Mirandola, davanti ai capannoni crollati il 29 maggio, dove ci sono state gran parte delle vittime. Un cumulo di macerie contornato dal nastro bianco e rosso. Qualche auto di curiosi. Nulla di più. Mancano ancora i ricordi dei cari, i fiori, le foto, l’avviso di sequestro da parte della magistratura. È ancora presto. Ci vorranno anni per la verità, anni per accertare le eventuali responsabilità. Film già visti. Il peggio che il nostro Paese sa offrire.

Dapprima ci rechiamo a Forcello, una piccola frazione di San Possidonio. Ci sono molti danni, anche in case di nuove costruzione. Rispetto all’Aquila i danni si vedono nei tetti, non al primo o al secondo piano. Dipende dal tipo di costruzione, dal terreno sottostante, dal tipo di terremoto. Le persone della piccola tendopoli autogestita appaiono stanche, spossate. Hanno fronti corrucciate, la pelle scintillante di sudore. Dicono di non volersi muovere, anche loro non vogliono andare nella tendopoli della PCI. Vogliono stare vicino alle loro case. Mi metto a parlare con un anziano signore. Sembra essere sul punto di scoppiare a piangere; so bene che è la paura che ti rende così, vulnerabile. In questo accampamento hanno ogni genere di prima necessità. «Portatele a chi ha veramente bisogno, noi siamo a posto.» Gli lasciamo poche cose per l’igiene personale e andiamo via. Ad occuparsi della distribuzione degli alimenti in queste zone è il Comune di San Possidonio stesso. Ha allestito un magazzino in una scuola, credo. Tutto il piazzale è piano di bancali carichi di bottiglie d’acqua. I locali interni quasi tracimano di roba da mangiare. Ancora una volta la solidarietà degli italiani si è superata. Così come all’Aquila, in pochi giorni si è scongiurato l’allarme per la sussistenza alimentare. Come all’Aquila, credo sia già arrivato anche troppo. Non vorrei si ripetessero le scene pietose che ho già visto. Non è questione di Nord o Sud, in una tale condizione di smarrimento tutte quelle cose ci cambiano, diventiamo avidi, invidiosi.

Scarichiamo entrambi i furgoni, al resto penserà il Comune. C’è altro lavoro da fare, bisogna andare in altre zone a vedere qual è la situazione, capire quali sono i bisogni reali. Con Gianluca ed Enrico visitiamo Concordia, Novi di Modena, S. Antonio in Mercadello, Rovereto sulla Secchia, Cavezzo e una piccola frazione gravemente danneggiata di nome Disvetro. Non ricordi tutti i posti, tutte le frazioni, non ricordo i loro nomi, ricordo le immagini, i volti, le parole, il caldo, la luce del sole, la Pianura Padana, il labirinto delle sue stradine comunali e provinciali.
Più andiamo in giro e più mi rendo conto che tante tantissime persone sono accampate davanti alle loro abitazioni. Dove c’è un giardino c’è una tenda, un camper, una roulotte. I miei compagni mi dicono che nelle tendopoli ci sono per lo più gli abitanti dei centri storici, molti dei quali sono extracomunitari, quelli insomma che non hanno un giardino o una rete sociale adeguata.
Nei vari campi che abbiamo visitato, tutti autogestiti (sempre perché è diffusa la sfiducia nei confronti della Protezione Civile), più o meno troviamo queste condizioni. C’è cibo e generi di prima necessità. Mancano invece tende, materassini, i materiali da campeggio insomma. Tutti pensano che l’emergenza durerà poco, non sono preparati anche mentalmente al “campeggio” prolungato. Nessuna tenda è isolata dal terreno o ha la copertura adeguata per il sole, ad esempio. Sono sufficientemente organizzati per la prima emergenza però. C’è già il referente del campo, è già chiaro con chi dobbiamo parlare per avere un quadro preciso. Chiacchierando la prima cosa che emerge è che non hanno idea di cosa aspettarsi. Sono comprensibilmente spaesati, confusi. Tanti, troppi sono già i “dice che” (le leggende metropolitane, in pratica) diffusi, dalle cause del terremoto, al grado impreciso dell’intensità delle scosse maggiori, dalle decisioni politiche ai tempi della ricostruzione. Ascolto, intervengo quando chiedono il mio parere di terremotato aquilano. Cerco di non andarci pesante, di infondergli speranza, ma di essere al contempo lucido e realista: «Vi tirerete fuori dalla merda da soli, facendo comunità, stando uniti. Non è negativo ogni intervento governativo, ma dovete stare attenti, controllare, monitorare, soppesare le promesse che vi verranno fatte. Anche se è difficile, non abbassate mai la guardia.» Alcuni hanno persino la forza (o forse lo fanno per rendersi conto di ciò che li aspetta) di domandarmi come va all’Aquila.  Qui divento impietoso, ma la mia speranza è che dai nostri sbagli come cittadini e dalla negativa esperienza di interventismo televisivo-governativo possa venir fuori una lezione preziosa per loro. Anche se non c’è più Bertolaso, a capo della PCI c’è Franco Gabrielli, “un personaggio della stessa parrocchia”, anche se non c’è quel fantoccio di Berlusconi, la cultura politica affarista in Italia non è affatto cambiata.

Rientriamo al Manitese che è ora di cena. Molte strade sono interrotte e riuscite a districarsi è complicato anche per Enrico e Gialuca. Attorno al tavolo ci sono almeno due dozzine di persone. Parliamo. Del più e del meno. Della nostre vite. Del terremoto. Del futuro. Dell’Aquila. Della tragedia umana che ha seguito l’evento naturale. Il vino ed il caldo della giornata fanno il resto. Alle undici siamo rimasti in pochi. Decidiamo di andare a dormire, per quel che si può. L’agitazione è tanta anche per me, per me “vaccinato”, così mi metto a fare una lista assieme a Emanuele, un kit per il perfetto terremotato. Niente di più che qualche consiglio organizzativo per evitare di perdere tempo prezioso.

La mattina seguente (3 giugno), mi sento telefonicamente con alcuni amici. Da Roma sta arrivando Fulvio (un amico che già si fece in quattro per L’Aquila) con un carico di tende e Quadruccio (aquilano terremotato che vive a Bologna). Arrivano quasi in contemporanea. Li presento alle persone del Manitese. Si parla subito di come strutturare gli aiuti, di quello che concretamente si può fare. Bisogna progettare una collaborazione sul lungo periodo. È importante non sentirsi soli. Sia per loro che per noi, sia chiaro. Emotivamente c’è un grande bisogno in questo Paese di sentirsi uniti, di sentirsi popolo, peccato doverselo ricordare solo nelle catastrofi o quando gioca la Nazionale.
Dopo un buon caffè e aver assaggiato una birra artigianale fatta da persone disabili (se non sbaglio) facciamo il giro della grande struttura accompagnati da Bettina che ci illustra tutti i loro progetti. In me si radica l’idea che è da un posto come questo che si può ripartire. Loro possono essere un punto di riferimento per tutta la Bassa, lavorando nell’informazione alternativa, studiando le numerose ordinanze governative che in breve li sommergerà, puntando sulla ricostruzioni sociale, l’unica assolutamente fondamentale. Riprendendo il famoso slogan friulano, direi “prima le persone, poi le fabbriche, le case e le chiese”.
Verso le cinque del pomeriggio iniziamo a organizzarci per ripartire. Domani dobbiamo essere tutti a lavoro e ci aspettano almeno cinque ore di viaggio. Il distacco non è doloroso, ci vedremo presto. Torneremo. Sappiamo di avere ancora tanto da fare. Abbiamo da consigliarli. Abbiamo al contempo un mucchio di cose da imparare noi da loro. “Ci salviamo da soli”, questo ho imparato con il terremoto dell’Aquila. Ci salviamo da soli ma solamente se riusciamo a stare uniti, ritornando ad essere una comunità. Così si combatte la paura, si combatte l’ignoranza dilagante, l’incapacità del sistema, così si combatte il malaffare sempre sempre in agguato. Questo è l’unico modo per ricostruire quello che la natura, per mezzo dell’imperizia umana, ci ha portato via. In questo fine settimana abbiamo gettato le basi. Ci aspetta tanto lavoro. «Forza!»

04/06/2012

Chiappanuvoli

[Non sono riuscito a fare foto, mi spiace]

88 cms – chi non protesta per la neve

Chi non protesta per la neve tè la pala ‘mmani.

Chi non protesta per la neve te sta a spalà ju vialetto.

Chi non protesta per la neve si ricorda come si ride.

Chi non protesta per la neve va piano con la macchina.

Chi non protesta per la neve ti dà la precedenza sulle strade a una sola corsia.

Chi non protesta per la neve si è chiesto perché non riaprissero l’A24, ma ha comunque aspettato in silenzio che lo facessero.

Chi non protesta per la neve ha sorriso al vicino di casa con cui non parlava da dieci anni.

Chi non protesta per la neve ha tenuto pacenzia.

Chi non protesta per la neve ha raggiunto lo stesso i supermercati e i centri commerciali.

Chi non protesta per la neve si allena nelle palestre, ma si andrebbe a spalare da solo il Centi Colella.

Chi non protesta per la neve sa che non è colpa della neve.

Chi non protesta per la neve non ha maltrattato i conducenti dei mezzi spazzaneve.

Chi non protesta per la neve è stato contento di avere i figli a casa per qualche giorno.

Chi non protesta per la neve si spala l’Accademia.

Chi non protesta per la neve ha aiutato gli anziani.

Chi non protesta per la neve non ha dato le molliche agli uccelli perché gliel’ha detto Facebook, l’ha fatto e basta.

Chi non protesta per la neve non alza vespai sui quotidiani locali.

Chi non protesta per neve si è fatto una risata vedendo la neve a Roma, il caschetto di Alemanno e Gabrielli in azione solo in televisione.

Chi non protesta per la neve se ricorda ju tarramotu.

Chi non protesta per la neve sa da chi è stata distrutta la Protezione Civile.

Chi non protesta per la neve sa che 88 cms non bastano per coprire le polemiche, le menzogne e i tradimenti.

Chi non protesta per la neve ha infilato la mano nuda nella neve.

Chi non protesta per la neve prega che reggano i tetti dei M.a.p..

Chi non protesta per la neve sa che non bastano i Chiodi sotto ai piedi per salire a pregare sui Monti.

Chi non protesta per la neve spa(l)la Porta a porta.

Chi non protesta per la neve sa che Borghezio prima o poi le pagherà tutte.

Chi non protesta per la neve ha riscoperto il valore della comunità.

Chi non protesta per la neve sa che ci vuole più comunità e meno economia.

Chi non protesta per la neve si è spalato da solo Collemaggio.

Chi non protesta per la neve non s’è messo a fa paragoni co ju ’56.

Chi non protesta per la neve sta pensando alle case danneggiate.

Chi non protesta per la neve sa che la neve non copre i colpevoli.

Chi non protesta per la neve ha conservato 309 fiocchi di neve.

Chi non protesta per la neve è convinto che questa città non è morta. Zieta è morta!

Chi non protesta per la neve è andato in centro o comunque lo avrebbe fatto.

Chi non protesta per la neve s’è fattu le vasche con le ciaspole.

Chi non protesta per la neve si è incontrato a San Boardnardino.

Chi non protesta per la neve è scivolato sulla scalinata di San Bernardino seduto su qualsiasi cosa abbia avuto a tiro.

Chi non protesta per al neve ha allestito un jump e un ride.

Chi non protesta per la neve ha visto la “nicchietta spazio-temporale”.

Chi non protesta per la neve  s’è magnato cotiche e facioli.

Chi non protesta per la neve vuole la musica funky. Scatman a morte!

Chi non protesta per la neve è cool.

Chi non protesta per la neve, in fondo, è contento che è nevicato.

Chi non protesta per la neve racconterà con gioia di esserci stato.

Chi non protesta per la neve neanche protesta con quelli buoni solo a protestare.

Foto di Lorenzo Nardis

Foto di Andrea Mancini

Foto di Claudio Cerasoli

Foto di Lorenzo Nardis

Foto di Andrea Mancini

08/02/2012

Chiappanuvoli

[foto di Lorenzo Nardis, Andrea Mancini, Claudio Cerasoli]

La pettorina Toyota

La pettorina Toyota

C’era il sole a picco sulle fronti contrite. Si vedevano le gocce di sudore luccicare, anche se era solo aprile. Erano tutti in moto, sembravano formiche, di quelle impazzite per l’improvviso ostacolo messo sul loro cammino da un bambino bastardo che proietta la sua educazione sugli insetti indifesi. Nessuno sapeva dove andare, eppure era in moto.

«Dov’è che fanno la distribuzione dei viveri?» chiese un vecchio al tipo in pettorina giallo fluorescente.

«Di là, in fondo, vedrà le tende della Croce Rossa.»

«Sa, mia moglie è invalida e non sappiamo come fare.»

«Vada vada, l’aiuteranno loro.»

Il ragazzo indossava una semplice pettorina di quelle per cambiare la ruota forata all’auto, ma Toyota era scritto in piccolo.

L’anziano signore si incamminò traballante e il ragazzo rientrò nella tenda dove svolgeva il suo lavoro di volontario. Catalogava case su fogli di carta fotocopiati. Doveva chiedere cose come: «Lei dove abita? Che tipo di danni ha subito? Ha già un posto dove andare? Le serve una branda qui nella tendopoli in allestimento? Ci sarebbe anche l’opportunità di essere trasferiti sulla costa, mi lascia i suoi recapiti così la aggiungo alla lista?»

Ogni tanto gli si strozzava la voce in gola quando arrivava qualcuno dicendo di essere di Onna, di Paganica o del centro storico. Ogni tanto le persone si mettevano a piangere e lui doveva far loro forza. La penna tremava.

Grossi camion mimetici si susseguivano al cancello dell’impianto sportivo, gli ordini scorrevano metallici dentro le radioline, operosità dopo giorni di si salvi chi può. Il ragazzo si asciugava continuamente il sudore con la manica della maglietta. Sulla tenda verde militare si convogliavano tutti i raggi del sole. Quel caldo eccessivo si diceva fosse causato dal radon.

L’incedere traballante del vecchio catturò lo sguardo del ragazzo attraverso la selva di gambe delle persone in fila. Tra le braccia aveva una cassetta piena di alimenti. Tirò un sospiro di sollievo e regalò un gran sorriso allo sfollato che aveva di fronte. «Lei dove abita? Che tipo di danni ha subito casa sua?»

Località, vie, indirizzi, tipologie di danno: leggero, strutturale, grave. Nomi e cognomi. Sospiri e occhi lucidi. Andò avanti per qualche altro minuto, finché la sua attenzione non fu di nuovo attratta dal viale d’accesso. L’anziano signore col suo incedere traballante stava tornando alla carica per prendere altro cibo. “Ancora?” pensò. “Ma sì, sua moglie è invalida, che si faccia pure un paio di giri! Forse sono stati lasciati soli dai figli. Forse i figli non abitano neanche all’Aquila. Forse hanno davvero bisogno.”

«Abitiamo a Santa Barbara. Sa che Santa Barbara è la protettrice dalle morti violente?» disse la donna che stava assistendo.

«Eh?» fece lui.

«Quanti siate in famiglia?»

«Quattro.»

La signora chiese informazioni sul trasferimento sulla costa. Il ragazzo rispose con diligenza e precisione. Le diede i numeri da chiamare e le disse che nel piccolo ufficio del gestore dell’impianto, ora sede operativa dell’organizzazione emergenziale, avrebbe trovato altri volontari che avrebbero potuto metterla in contatto diretto con le autorità delegate. Disse che ogni giorno partivano carovane di pullman e automobili private. C’erano ancora posti disponibili dal quel che si vociferava. Sarebbero stati accolti negli alberghi.

«Me ne tengo ji da ecco, ji figli me non dormono da ‘na settimana…» si lasciò sfuggire la signora in dialetto.

«Le famiglie con figli piccoli hanno la precedenza, non si preoccupi.»

«Grazie.»

«Buona fortuna.»

I campi da calcio in terra iniziavano a tingersi di blu. Una dozzina di unità della Croce Rossa stava montando le tende della Protezione Civile. Ci vogliono più o meno trentacinque minuti per montarne una e almeno quattro persone che sorreggono agli angoli la struttura di metallo dipinta di rosso. Rigore e organizzazione militareschi. Pizzetti impeccabili, occhiali da sole scuri. Sui petti, lustrini del Libano, del Kossovo, dell’Afghanistan. Le persone sarebbero state trasferite dal grande tendone del campo di calcetto, dove erano state ammassate nei primi giorni. La stessa gente che se ne stava lì a guardarli con occhi vuoti.

Il ragazzo chiese un attimo all’uomo che gli si era fatto avanti, si tolse gli occhiali e si passò la mano sugli occhi per asciugare il sudore tra le ciglia. Quando li riaprì vide ancora una volta l’anziano signore dall’incedere traballante che si dirigeva con la cassetta vuota verso la distribuzione dei viveri.

«Mi scusi ma questo caldo mi sta facendo impazzire. Mi dica, dove abita?» e accennò un sorriso di plastica. “Quello si va a prendere da mangiare un’altra volta!” pensò stringendo forte la penna nel palmo chiuso.

Finito col signore, chiese scusa alle persone in fila. Si stiracchiò la schiena e disse ai altri volontari che sarebbe tornato subito. Solo un attimo di respiro.

«Vado a bere qualcosa di fresco.» disse.

Si mise sulle tracce del vecchio. Accese una sigaretta continuando a camminare a passo svelto. Il sudore gli cadeva dalle sopracciglia negli occhi. Davanti agli spogliatoi si era formata una gran calca. Quando fu vicino vide i volontari addetti alla distribuzione schizzare da una parte all’altra delle transenne poste come delimitazione, chi con pacchi di pasta, chi con pannolini, chi con vestiti di vario genere. La folla premeva. Capì subito che non c’era una vera e propria fila. Erano tutti ammassati come vermi sulla carogna. E sguisciavano gli uni sugli altri. Il ragazzo non riuscì a vedere l’anziano signore.

«Ecco a lei signora, pasta latte biscotti e le pantofole che mi ha chiesto.» «Come dice? No, gli omogeneizzati ancora non li abbiamo. Come? Un attimo che chiedo ai ragazzi.» «Stiamo razionando le cose. Per ora le posso dare solo due chili di pasta.» «Sono tre ore che sto in fila, giovanotto, sono tre ore che sto in fila!» «Se mi da un po’ di succhi di frutta e di sapone mi basta.» «Non è che ce ne sta un’altra di quelle tute dell’Adidas?» «Sì, signora, un attimo che vedo.» «Chi mi aveva chiesto delle scatolette di tonno?» «Io!» «Oh! Le avevo chieste prima io!» «Capò, addo’ te pinzi de sta’ a casta?» «Signori, calma, ce n’è per tutti!» «Scusi signore, io ho bambini piccoli, signore, qualcosa da vestire per bambini piccoli, per favore?» «Escì, e mo’ che demo prima la roba agli stranieri e poi agli italiani?»

Uno uomo a testa bassa si voltò di scatto e diede un colpo sul petto del ragazzo. «Oh, non è che me po’ da ‘na mani a prende qualcosa da magna’ e da vesti’?»

La pettorina si sgualcì per poi ritornare immacolata al suo posto. La sigaretta gli cadde dalla bocca.