Un nuovo corpo

Un Nuovo Corpo

 

Un nuovo corpo andrò a cercare

una nuova forma per poterti avere.

Moro e robusto, distratto e irriverente, alto, con un sorriso coinvolgente. Pelle olivastra, elegantemente svogliato nel vestire, stracolmo di griffe. Glabro, con capelli sparati via dal gel, un profilo ammaliante ed il sedere più tosto che non si sia mai sentito. Mani grandi e decise, movenze da vero amatore. Ancora fossette, pomo d’Adamo pronunciato, tre tatuaggi tribali e insignificanti, piercing sul sopracciglio e sul capezzolo. Una forma perfetta con un solo difetto: da dentro quell’involucro, ogni secondo, ti guarderanno i miei occhi. (Chissà che emozioni proverai…)

Toccherai la sua pelle:

mi dividerò in emozioni

finché il filtro non sarà

pregno di rosso;

ti dividerai in emozioni

finché il condotto non sarà

pregno di passato.

Sarà la sigaretta il chiodo che sconvolgerà il tuo quadro. Una crepa che s’insinuerà ad ogni tirata, calde sensazioni gialle di passato. Prima il pensiero tornerà indietro. Poi si perderà su quel corpo stupendo. Poi si ridistenderà su un letto giallo. Poi il petto, il piercing. Poi sei distratta.  Poi gli occhi. Poi gli occhi gialli. Poi sei confusa. Poi:

Sai che persi,

in quel momento non in altri,

la persi trovandola

proprio là giù nel fondo.

La coscienza della perdita

naturale

quando vai e la trovi

dentro di lei.

L’oblio che si spezza nella coscienza

e subito

lo vedi

in lui

negl’occhi.

Gli occhi che si ritrovano

in lei,

nella perdizione corporea.

Quegli occhi.

Ti persi in quegli occhi,

in quel momento,

ti stavo già piangendo

già perdendo

già morendo,

in quel momento.

E quegli occhi, tu sai, che sono i miei.

L’ultimo tiro ti mozzerà la voce, sarà un sussulto come un insulto. Sei distratta. Distrutta. Tutto si incresperà, si spezzerà e ricreerà. Foto lacrime sorrisi. E quel corpo.

Distratta, ignori il piercing, la carnagione si rischiara, carezzi peli inesistenti, disegni una rondine sul cuore, ma dov’è, ritrovi gli occhi, ricerchi l’odore.

Distratta il corpo ridiventerà perfetto.

Una lacrima scorrerà il tuo viso.

I miei occhi la fisseranno.

Lenta come il pensiero e il cuore.

Lenta come un sentimento che muore.

Ti avrò riavuta.

I tuoi occhi si chiudono.

L’attesa.

No.

Non mangio più le tue lacrime.

 

L’attesa sarà vana.

29/10/’04

Chiappanuvoli

Sotto la neve del Dicembre 2010

Sbatto i pugni sulla scrivania, proprio davanti al computer. Nevica che Cristo se l’è scordato. Non è una novità, poi qui all’Aquila siamo abituati. Decido di uscire, ci saranno dieci centimetri ma sti cazzi. È pericoloso uscire, ma il senso del pericolo per noi ha un altro senso da una ventina di mesi a questa parte.

Salto in macchina ed esco spegnendo il cellulare: non voglio essere disturbato. Mi avvio lungo la statale 17. La neve si accatasta sul parabrezza ma non si deposita, per strada non c’è praticamente nessuno. Gli ultimi segni di pneumatici risalgono almeno a un’ora fa, o giù di lì. Passo di fianco al Motel, un uomo mette la benzina al distributore. Un altro disperato. Lungo Viale Corrado IV le luci dei locali sono accese, ma non ci sono auto parcheggiate fuori. Staranno aspettando che smetta per andare a casa, oggi quasi non si è lavorato. Passo la “rotonda” e tiro dritto. Via XX Settembre è ancora più spettrale del normale. La Villa Comunale un deserto bianco. Apro il finestrino, regna una calma inquietante. Imbocco Viale Collemaggio, la basilica in fondo riscalda il cuore con la sua semplice esistenza. Lei c’è. Lei è rimasta. Se c’è Lei si può ripartire.

La lascio alle mie spalle e vado verso Via Strinella. Gli addobbi natalizi soccombono sotto la coltre di neve, che quasi non fanno più luce. Dietro la Questura svolto a destra per Via Pescara, poi sinistra e alla rotonda ancora a sinistra. L’auto sbanda un po’. «Ma se non hanno mai costruito rotonde all’Aquila, ci sarà qualche motivo? Non è che sarà pericoloso quando c’è la neve o il ghiaccio?» penso tra me e me. Risalgo viale Gran Sasso, passo la Fontana Luminosa e parcheggio l’auto e scendo. La neve non è del tutto soffice, pare umida, direi che è acquosa. La temperatura un po’ si deve essere alzata. Potrebbe nevicare a lungo questa notte. Entro a piedi per il Corso. Tra i militari rinchiusi dentro la camionette e me non c’è assolutamente nulla. Neve, e neve solo. Quando spunto a Piazza Regina Margherita svolto rapidamente a destra per Via Garibaldi. Il fondo buio alla fine rallenta un poco appena il mio passo, ma cerco di non farci caso e continuo. L’unica luce proviene dal negozietto che ha riparto di recente. Una pasticceria mi pare di capire. Vado oltre, mi immergo nel buio.

Continuano a cadermi fiocchi negli occhi. L’alito mi scalda sotto il pile nero che porto chiuso fin sopra al naso. Attraverso Piazza Chiarino e mi infilo dentro il vicoletto sul lato opposto. Scivolo sui sampietrini rotondi senza cadere. So camminare sulla neve, almeno, lo so fare meglio di un romano, di un napoletano o di un milanese. È buio pesto, ma si vede. Il cielo riflette una luce fioca arancione, riflesso delle nostre luci accese, qui dalla Terra. C’è pace. Apparente silenzio. Si sente addirittura il battito del mio cuore. Il rumore e con esso la vita, non sembrano essere sepolti sotto la neve, ma sono lontani. La grande signora acciaccata riposa sotto una coperta bianca e gelida. Nulla però dà l’impressione di freddo. Quei vicoletti sembrano tutt’altro che decaduti o decadenti. Si scorge onore sotto le tettoie rimaste sane. Rispetto nelle mura. Si calpesta della Storia sotto il manto candido.

 

Quando ormai sono fracido e il nero con sfumature d’arancione mi ha inghiottito, mi fermo. Mi tolgo il cappuccio e aspetto, con le braccia spalancate, la bocca aperta e le orecchie ritte. Trascorro infiniti secondi. Un tempo etereo, di quelli sacri che però non invecchia. Chiudo gli occhi. Percepisco i fiocchi che si poggiano pesanti sulle palpebre. Aspetto. Non so cosa. La mente si svuota di ogni pensiero. Divento roccia, cemento, calcestruzzo, mattoni, tegole, finestre, canale, grondaie. Aspetto e divento città.

Lievemente da poco lontano inizio a percepire un lamento. Prima tenue, poi poco più forte. Spalanco gli occhi. Non vedo nulla. Ancora un altro lamento sempre più forte, cupo, sembra il latrato di un animale. Come una voce che viene da dentro chissà cosa. Una voce strozzata, compressa, annichilita. Sbando un po’ ma resto in piedi. Tento di capire, di darmi una spiegazione. Ancora un altro gemito, lungo, soffice, straziante. Qualcosa. Qualcuno. Entità. Essenza. Sostanza. Corpo. Certo un dolore vero, potrei osar dire umano.

Ristà schiacciata. Sotto il peso della neve bloccata. Tra gli squarci e le ferite imbracata. Una città, una signora abbandonata. E si lamenta. Cerco di capire. Ma non c’è alcuna spiegazione. Proprio nessuna possibile per il dolore. A sporcare la candida neve, solo i dubbi, i sospetti, i rimpianti, le paure. Gli affari, gli interessi, la politica ed il rancore. Ristà acciaccata, la signora, e chiede aiuto, silenziosa.

18/12/2010

Chiappanuvoli