La grande bellezza: lettera a Paolo Sorrentino

La grande bellezza

Mi scuserai se inizio questa mia senza tanti convenevoli, usando addirittura questo “tu” così volgare. È che sento il dovere, caro Paolo, di dirti questa cosa, semplicemente, che poi, in fondo, non è altro che una proposta. E devo farlo proprio perché stimo il tuo lavoro, mi piace la tua forma di cinema, godo dell’uso estetico che fai del mezzo. A passeggiare per Roma, sembrava d’esserci. Lo sguardo del protagonista era così familiare. Veniamo al punto, però, a questa lettera, alla (grande) bellezza. Credo che il concetto di bellezza sia strettamente correlato  con la morte, come pure qualche filosofo avrà già detto, mi pare addirittura Platone. Credo, ancora, che la bellezza sia l’unica arma a disposizione dell’essere umano per sconfiggere la morte, per raggiungere l’immortalità. Ed è chiaro, Paolo, da ciò che fai, che tu vuoi l’immortalità, almeno artistica. Permetti ancora due parole introduttive. Accennerò solo brevemente del tuo ultimo film che in realtà mi serve solo come catalizzatore di attenzione, te lo dico con schiettezza, nella speranza che queste righe possa arrivarti. Ciò che ti voglio dire viene da prima della visione de “La grande bellezza”, visto lo scorso 28 maggio, l’ho pensato qualche mese, da quando ho letto un romanzo meraviglioso, scritto dal quello che credo essere il più grande scrittore italiano vivente.

Ho visto alcune tue interviste per il lancio del film. Sono rimasto un po’ deluso. Sembra, senza volertene fare una colpa, che tu non abbia nulla da aggiungere al film, come se dovesse bastare a se stesso. Le critiche che ha ricevuto mi paiono, in sostanza, decisamente contrastanti. Si va dal “capolavoro” al “flop”, dal “tecnicamente perfetto” al “inconsistente, ma con un Servillo eccezionale”. Per non parlare poi dei pesanti raffronti felliniani e delle fantasiose accuse di mancanza di realismo… Per ogni articolo di celebrazione, ne escono due di stroncatura, per uno che stronca, due celebrano. Insomma, il dibattito imperversa e pare che solo il tempo potrà aiutare a valutare. Succede ogni tanto ai grandi, non è vero Paolo? Il botteghino invece ti ha promosso alla grande, superati di 5 milioni di incasso in poche settimane.

La mia impressione su “La grande bellezza”, te lo dico in modo diretto, è che sia un’opera incompleta, come se mancasse di qualcosa, di profondità, di umanità. E non riesco a capire se questa “incompletezza” sia funzionale al messaggio del film che vuoi dare o se sia una grave pecca che inficia così tutto lo sforzo estetico, creativo. C’è una relazione tra la fascinazione che creano quelle vite naufraghe che ci mostri e il senso di smarrimento che mi ha assalito sul finire del film, come se Jep avesse solo subdorato una via d’uscita della sua condizione d’infelicità ma che non fosse riuscito del tutto a farla sua? La grande bellezza, insomma, è geniale o superficiale? E tu l’hai colta “la grande bellezza” della vita o no?

Non so dare una rispota a queste domande, né vorrei lo facessi tu. Nell’arte si risponde con i fatti. Preferisco aspettare i tuoi prossimi film. Con fiducia.

Ti dicevo, Paolo, che la mia non altro che una proposta in fondo. E arriviamoci dunque. Ti accennavo a un romanzo che ho letto di recente. Ebbene, mentre lo leggevo, non potevo non pensare a te. Non sapevo ancora de “La grande bellezza”, eppure, immaginando le scene magistralmente descritte dallo scrittore, vedevo i tuoi piani sequenza, le tue panoramiche, i tuoi colori saturi, sentivo le musiche ipnotiche che aleggiano nei tuoi precedenti film. Lo giravo come se fossi tu a farlo. Ho dato, naturalmente, la parte del protagonista a Beppe Servillo. Ebbene, caro Paolo, il romanzo in questione è “La lucina” di Antonio Moresco, edito a febbraio da Mondadori. Anche su questo libro si è detto molto. L’autore lo descrive come un “romanzo testamentario” e io non sono riuscito staccarmi da questa idea, la mia chiave di lettura ne è stata profondamente influenzata. Non posso fare a meno di credere che il romanzo affronti principalmente il tema della morte, che si rapporti con essa, che ne esprima l’accettazione e, mi spingo oltre, che non aspiri ad altro, “La lucina”, che al superamento della morte stessa.

La lucina

Sto qui a proporti la trasposizione di questo romanzo per una semplice ragione. Vorrei vederti a confronto con il materiale, con il tema, portato all’estremo dallo scrittore. Vorrei vederti inseguire quei “fantasmi” fino al fondo dell’animo di Moresco. Vorrei che ti perdessi tu stesso nel tuo film, e noi con te. Vorrei ancora che ci ritrovassimo, sui titoli di coda, tutti insieme. Vorrei che mi mostrassi l’arrivo inarrestabile del profondo silenzio con la stessa intensità con cui Moresco ne scrive. Vorrei essere trascinato nell’ombra della morte, vedere ciò che lì vedi tu, e poi tornare indietro ed essere un po’ più forte, e avere un po’ meno paura. Vorrei assaporare attraverso le tue immagini l’immortalità. Vorrei scoprire se anche tu, caro Paolo, sei un immortale.

Cordialmente,

Chiappanuvoli

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A nome tuo di M. Covacich – recensione (?)

(Il contenuto di questo articolo è personale e non risponde al canone solito di recensione. NdA)

Ho pianto alla fine del libro. Ero in treno. Avevo le altre persone nello scompartimento a non più di un metro dalla mia faccia. Sono stato molto abile, non se n’è accorto nessuno. O forse mi sono illuso. Ho pensato di doverlo dire prima di iniziare la recensione di A nome tuo (Einaudi, 2011, ISBN 978-88-06-20018-3), ultimo atto del cosiddetto “ciclo delle stelle” (con A perdifiatoFiona, Prima di sparire e la videoinstallazione L’umiliazione delle stelle).

A nome tuo è diviso in tre parti: L’umiliazione delle stelle, Musica per aeroporti (la cui prima versione è stata pubblicata sempre da Einaudi col titolo Vi perdono sotto lo pseudonimo di Angela del Fabbro) e Lettera. Tre parti distinte eppure inevitabilmente collegate. Nella prima, Covacich ci racconta un viaggio che ha realmente fatto, la risalita dell’Adriatico, dall’Albania a Trieste, ma realtà e finzione iniziano qui a mescolarsi e al lettore non è permesso scorgerne i confini. Il viaggio però è solo il punto di partenza. L’arrivo è nella terza parte, nella lettera intestata all’autore stesso. Una lettera che più che una lettera è assieme, e al limite, una dichiarazione di guerra e un’ammissione di colpa. Nel mezzo c’è una storia, quella di una ragazza che come lavoro aiuta i malati terminali ad affrontare la morte dolce, a praticare l’eutanasia. Un’altra “zona d’ombra” tra realtà e finzione, quindi, una zona ambigua, come il terreno su cui si muove lo scrittore vero. A differenza degli altri libri recensiti, non voglio dire altro sulla trama. Non credo sia possibile riassumere A nome tuo senza svilirlo, senza ridurlo a qualcosa che non è. Invece A nome tuo è quello che è per ogni singola parola che lo compone, né una di più né una di meno. Ecco è la prima cosa che si può dire di questo libro.

La seconda cosa che si può dire è che Covacich si conferma scrittore di alto livello. Scrittore preparato dal punto di vista tecnico: la finzione può sfruttare un impianto teorico talmente minuzioso da renderla impeccabilmente paragonabile alla realtà. Scrittore dallo stile eccelso e soltanto in apparenza semplice: l’audace sistema retorico, poggiato sulle due gambe l’una reale l’altra finta, collasserebbe all’instante non ci fosse tanta maestria, infatti, resta lì solido davanti al lettore, monolitico come una montagna da scalare, profondamente umiliante come una discesa all’inferno. Scrittore, però, che a differenza degli altri libri non sembra più così “dosatore esperto, “centellinatore” di emozioni“: il dolore a larghi tratti trascende la pagina, corrompe la mani, infetta gli occhi, assale, macula la pelle del viso, mangia, corrode, crea buchi, voragini su cui il lettore dovrà districarsi inevitabilmente – inevitabile, appunto, come il dolore stesso. Solo uno scrittore vero riesce a districarsi su queste voragini, solo lui. E solo afferrandosi alla sua mano, fidandosi ciecamente, il lettore potrà sopravvivere, potrà sopportare il dolore – sopportare quella cosa talmente tanto grande da dover essere ignorata tutti i giorni della vita per sopravvivere.

La terza cosa che si può dire di A nome tuo è forse l’unica cosa che sento di voler dire su questo libro. (Mi stringo un attimo il cuore dentro la mano.) Chiusi la recensione di A perdifiato dichiarando, con ammirazione e invidia, che «Io odio Mauro Covacich». Ecco, non era così foriera di senso quell’affermazione. C’era in nuce un fondo di realtà, realtà nella finzione. Ecco, oggi posso affermare che odio Mauro Covacich perché Mauro Covacich vuole che io lo odi. (Vuole che noi tutti lo odiamo.) E il solo pensiero di questo pensiero fa sì che io lo odi ancora di più, perché mi rendo conto che, fin da quando ho afferrato la sua mano per scendere dentro le (sue) voragini giù fino all’inferno, in realtà, non ero io ad aggrapparmi ma lui che mi spingeva a fondo. Ero, sono diventato un oggetto nelle sue mani, un lettore di cui lui può disporre a piacimento. Per questo io lo odio. Perché Covacich questo fa, ti trascina, dove vuole. E non è possibile trascinare le persone in quel “lato oscuro della luna” (che è dentro ognuno di noi) e restare puliti, e non sporcarsi irrimediabilmente l’anima. Non è possibile creare un universo di dolore, immergerci le altre persone e non pagarne le conseguenze. Non è possibile, inoltre, generare dolore nel prossimo e non sentirsi in colpa. Il dolore causato come anche l’odio non sono sentimenti gratuiti. Qualcuno deve pur assumersene la responsabilità, ogni scrittore vero lo sa. Tutto ciò ha un prezzo carissimo. E chi lo paga? Chi ne fa le spese? La risposta pare essere una sola: Mauro Covacich.

Torniamo al libro. A nome tuo, da questo punto di vista, non è altro che un’ammissione di responsabilità, una dichiarazione esplicita di colpa. Il senso di colpa profondissimo che l’autore sente di dover espiare. Covacich è cosciente di essere responsabile del dolore provocato nel lettore. Dolore generato dal dolore dell’autore stesso, un dolore insieme personale e impersonale, un dolore reale e fittizio. Si sente responsabile di condurci in quell’inferno da cui tutti cerchiamo di sfuggire, che noi tutti abbiamo bisogno di ignorare per poter sopravvivere. In fondo, si dirà, questo è scrivere: condurre gli altri esseri umani dove normalmente non vanno, dove non vogliono più andare, lì da dove sono fuggiti immemore tempo fa. E ancora che lo scrittore vero ha questa capacità perché vive e scrive sempre sul limite tra realtà e finzione, tra sogno e incubo, tra sociale e animale. Ma lo scrittore vero sa anche assumersi questa responsabilità, è pronto a pagarne le conseguenze. E Covacich? Covacich si dimostra scrittore vero anche in questo?

Covacich sa che deve pagare per tutto il dolore che crea. Sì, lo paga scrivendo, lo paga vivendo, ma ciò non basta. Covacich lo sa, non è sufficiente. Non basta assumersi la responsabilità, non basta diventare l’unico capro espiatorio. Ci vuole qualcos’altro. Oltre l’espiazione è necessaria una soluzione, la soluzione al male stesso. Espiando salverebbe solo se stesso. Ci vuole altro, quindi, ci vuole qualcosa di più del semplice sacrificio umano per redimere anche “il resto del mondo”. Solo così si è scrittori veri. Ci vuole una proposta, filosofia, fede, speranza, scienza, idea, insomma, chiamatela come vi pare. Bisogna trovare un modo per sopravvivere a quel “lato oscuro” perché il “lato oscuro” non si può dimenticare del tutto, perché non si può non affrontarlo almeno una volta nella vita, perché, anche se lo ignoriamo, lui è sempre dentro ognuno di noi. Questo Covacich lo sa, e lo sappiamo anche noi.

«Ci salviamo da soli, senza l’aiuto di nessuna forza esterna. Ci salviamo a vicenda, insieme, l’uno con l’altro, uniti, almeno in due. E succede quando meno ce l’aspettiamo, succede e basta, è il caso. Tutto ciò da cui dobbiamo salvarci, le voragini su cui viviamo, il mare nero su cui nuotiamo, altro non sono che paura, umana paura. Solo uniti si può affrontare la paura, solo insieme si può sopravviverle.» – parrebbe dire Mauro Covacich.

Detto così sembrerebbe banale, ma non è mai banale cercare una salvezza da soli, cercarla per se stessi e per gli altri. Non è banale rinunciare a Dio e cercare una salvezza su questa Terra. Non lo è mai. Questo riescono a farlo solo gli scrittori veri, e gli esseri umani veri.

Se così è, se A nome tuo è tutto questo, se Mauro Covacich è uno scrittore vero, non posso che chiudere questa recensione che recensione non è in un unico modo, squartandomi il cuore, asciugandomi le lacrime, idealmente guardandolo negli occhi e dicendogli:

«Caro Mauro, io ti perdono. Anche se so che non è il mio perdono che vuoi.»

Ecco, questa è l’unica cosa che volevo dire.

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21/09/2012

Chiappanuvoli

Aspettando i barbari – J.M. Coetzee (recensione)

Se tutta questa storia (sceneggiata per i più) ha avuto inizio è per “colpa” di un libro. Il libro in questione è Vergogna di J.M. Coetzee e la storia è quella dello scrivere, del mio iniziare a scrivere “perché da grande farò lo scrittore”. Una malsana decisione destinata all’insuccesso nel 99,9% dei casi (direi che la percentuale è realistica, “uno su mille ce la fa”). Ebbene dopo aver letto quel libro pensai «caspita, un libro scritto in modo così semplice, eppure così complesso nei contenuti» – e qui viene la parte migliore del pensiero e  vaffanculo la vergogna – «mah, anche io credo di saper scrivere così, che ci vuole?». Solo un po’ di tempo dopo ho scoperto chi è J.M. Coetzee, qualche tempo dopo ho capito tante cose sulla scrittura. Per esempio, quanto è innaturale mettersi davanti ad una pagina bianca. A quasi un anno e mezzo da quella lettura, mi è capitato per le mani quest’altro libro, sempre di Coetzee, Aspettando i barbari (Waiting for the Barbarians, edizione Einaudi, 2000, ISBN 88-06-17312-8).

In una sperduta località ai margini dell’Impero vive un magistrato e la sua pacifica comunità. Il magistrato amministra, loro vivono. Il magistrato ha tempo anche per collezionare antichi manufatti delle popolazioni barbare preesistenti nella zona. Un giorno piomba in città l’esercito con la sua Terza Divisione. La loro missione è capire se i barbari oltre il confine stanno tramando contro l’Impero. I loro metodi sono violenti. Si scagliano contro le pacifiche popolazioni nomadi che vivono oltre questo confine che realmente, e come al solito, neanche esiste. Arresti, interrogatori, sevizie, morti. Il magistrato si oppone. Si ribella. Aiuta, per quel che può, quella gente indifesa. Ma non riesce a fermare tanta ferocia, in nome della giustizia, in nome della pace, in nome dell’Impero. L’esercito va via a mani vuote, lasciando la città ed il suo magistrato scossi. Lasciando miserabili sfiniti dalla prigionia. Lasciando una ragazza barbara nella città. Lei è stata accecata dai suoi aguzzini. I piedi le sono stati spezzati. Non può andar via. Il magistrato la accoglie in casa sua, la cura. A modo suo, si innamora di lei. Così l’impurità del nemico barbaro si insinua nel suo cuore. Agli occhi della popolazione e dell’esercito diventa un nemico anch’egli. Quello che segue è la battaglia morale di un uomo giusto contro il potere spregiudicato e corrotto. Quello che segue è un insegnamento per tutti noi.

Aspettando i barbari è un libro scritto in piena Apartheid (1980). È il libro di un sudafricano bianco che ha vissuto in quel periodo. È il libro di uno scrittore che ha saputo cogliere le profonde motivazioni di tanto odio, che ha saputo metabolizzare e assolutizzare, rendendolo opera d’arte nei suoi libri. Si parla qui di archetipi fondamentali dell’essere umano. Tipologie antropologiche. Verità. Cose che hanno portato Coetzee ad essere premiato con il Premio Nobel per la Letteratura nel 2003. Per capire a fondo le sue parole, ho dovuto attingere alle reminiscenze universitarie dei tomi di antropologia. Canetti, Girard, Douglas, Foucault, per citarne alcuni. Letto altrimenti, senza strutture teoriche intendo, non vede dissiparsi assolutamente il suo valore. Tutt’altro, resta comunque un libro che riesce in pieno a comunicare con l’animo del lettore. Resta un terremoto culturale.

Il testo è breve, appena 193 pagine. La cura nel dettaglio è impeccabile. I ruoli perfettamente rispettati: io sono lo scrittore e ti suggerisco, tu sei il lettore e devi immaginare. Il deserto, il colore della pelle dei barbari, la fragranza della vita semplice, la vergogna e la rabbia, prendono forma, diventano reali. Il protagonista, seppur magistrato, è un uomo semplice. Il suo monologo permette di avvicinarci agli archetipi naturali dei quali siamo fatti, fluendo come olio raffinato tra le pieghe delle nostre sovrastrutture culturali. Si perde via via il contatto con i muscoli volontari del corpo, e con la ratio. Dopo poche frasi ci si ritrova ad ascoltare i propri organi. Il battito del cuore, le contrazioni delle viscere. È lì che avviene il libro, è lì che si completa l’essenza del libro.

Punti di forza: oltre la qualità direi indiscutibile, siamo in presenza di una vera e propria lezione di vita. Semplicità e profondità si integrano e si mescolano. Uno dei migliori libri mai letti.

Punti deboli: eh, qualcosuccia che non mi è piaciuta, qualche stonatura c’è. Sono sicuro che sarà costume nella letteratura anglosassone, ma troppo spesso i “modi di dire”, le metafore, si ripetono, rendendo, a tratti, il testo ridondante.

Consigli al lettore: un libro imperdibile. Ottimo se ci si vuole avvicinare all’autore, che in esso rivela tutta la sua classe e poetica. Da leggere, però, piano, gustarlo, poche pagine al giorno. Al massimo 20.

Futuribili: credo che sarò ben lieto di leggere tutti gli altri libri di Coetzee. E credo che continuerò con i primi. Terre al crepuscolo, Nel cuore del paese, La vita e il tempo di Michael K.

Link:

J.M. Coetzee wiki.

Aspettando i barbari, Einaudi.

Chiappanuvoli

Schiavi degli invisibili – Eric Frank Russell (recensione)

Lo strato di polvere sulla copertina del libro Schiavi degli invisibili mi dice che è un bel po’ che non faccio una recensione ed è davvero un casino di tempo che l’ho finito di leggere. Erik Frank Russell è uno dei padri fondatori della fantascienza inglese. Il libro in questione (Sinister Barrier il titolo originale) è quello che lo fece conoscere al grande pubblico nel 1939. Fu tra i primi romanzi pubblicati nella collana Urania. La mia copia invece è del 2010 edita da Coniglio Editore, nella sua collana “Ai confini dell’immaginario” (ISBN 978-8860632555). Premessa doverosa: non sono un appassionato di fantascienza, pochissima letta, tantissima vista in TV.

Siamo nel 2015. Il futuro, il mondo anche dopo di noi. Delle insolite morti colpiscono dapprima alcuni scienziati americani poi altri in tutto il mondo. Chi per infarto, chi per suicidio. Non può essere una casualità. Ad indagare sui casi Bill Graham, una sorta di agente segreto. Dalle indagini emergono dettagli singolari. Alcune vittime hanno il braccio pitturato di tintura di iodio. Prima di morire avevano assunto della mescalina. Erano quasi tutti i contatto tra di loro, in rete.  Seppur tramite discipline differenti, ognuno di loro sembrava interessarsi allo stesso fenomeno. Ed è proprio l’oggetto dei loro studi a condannarli a morte. Graham si troverà ad affrontare un nemico imbattibile e letale. Questo “male” è il vero gioiello del libro, soprattutto se si considera che è stato scritto ben prima dei vari Matrix e compagnia bella. Ben presto la storia prende una piega apocalittica, alla Guerra dei Mondi, ma la tenacia di Graham e la capacità organizzativa del governo americano riusciranno a farvi fronte.

A pensare, dico sul serio, che questo romanzo è stato scritto nel 1939 vengono i brividi. A pensare però che quello è lo stesso periodo in cui è prolificato il genere fantascientifico i brividi si attenuano, ma non spariscono. Notevole è l’intuizione di fondo della storia, divertenti ed innovative, certo per l’epoca, sono le “previsioni tecnologiche”, come ad esempio i videotelefoni o le girovetture. I colpi di scena e la suspense rendono avvincente la lettura e lo svilupparsi della vicenda. Il tratto più sorprendente, e qui mi ripeto, è l’idea sottesa. L’idea di un’umanità resa schiava. Se credete che i film di oggi (come il già citato Matrix) siano rivoluzionari, Schiavi degli invisibili vi riporterà subito con i piedi per terra. Il filone fantascientifico che vuole un’umanità assoggetta a forze malefiche, che vede l’uomo come una mucca da spremere, da sfruttare, è solo una sessantina d’anni più vecchio.
Il libro è ben scritto, e anche ben tradotto (traduttore sconosciuto). Come detto gli incastri ed i colpi di scena rendono facile la lettura. Non sempre tuttavia le scene risultano del tutto scorrevoli, meglio le descrizioni degli scenari che l’effettivo svolgimento dell’azione. La trama, per quanto innovativa e interessante, soffre in alcuni punti decisivi di poca chiarezza. A tratti, e tratti non sottovalutabili, non si capisce come il protagonista acquisisca le sue capacità nel contrastare il nemico. In un paio di punti ci sono delle vere e proprie “toppe” per salvare i vuoti di senso. Insomma se non ha attraversato i decenni restando un caposaldo del genere qualche motivo c’è.
Punti di forza: ovviamente e come detto l’idea di fondo. Idea che, per stessa ammissione dell’autore, è stata mutuata dalle teorie (per alcuni strampalate) di Charles Ford.
Punti deboli: la trama non sempre lineare e chiara. La complessità messa in campo non trova piena estrinsecazione nelle spiegazioni messe di volta in volta in campo.
Consigli al lettore: da leggere se si è appassionati del genere fantascientifico, da leggere se si vuol capire dove sono nate le idee innovative che troppo spesso ci vengono spacciate per “rivoluzionarie” nella cinematografia odierna.
Futuribili: non so se leggerò nel futuro prossimo altre opere di Russell, certo mi ha dato lo stimolo di approfondire un genere che finora ho quasi del tutto ignorato.
Link:
Chiappanuvoli

Tolleranza Zero – recensione

Mentre scrivo un romanzo che ha per scenario la Scozia non posso non leggere uno dei suoi scrittori più apprezzati e più discussi, Irvine Welsh. Sì, proprio quello di Trainspotting, il film che ha segnato gli adolescenti degli anni ’90. Il libro che ho letto, a dire la verità qualche mese fa, è Tolleranza Zero del 1995 (seconda pubblicazione dopo Trainspotting), edito da Guanda nel 2001 (ISNB 978-88-8246-968-9). Malloppone di 300 pagine di non facile digestione.

Tolleranza Zero - Irvine Welsh

Roy Strang, il protagonista, è in coma da due anni. Tre sono le storie che lo coinvolgono e che si intrecciano. Quella di Roy che riesce a sentire quello che gli accade attorno, le infermiere, i genitori che lo vengono a trovare, ma che preferisce il coma. Preferisce l’oblio del sogno alla realtà che lo aspetta al suo risveglio. Welsh poi ci racconta tutta la vita di questo ragazzotto cresciuto nei sobborghi di Edimburgo, dall’infanzia spesa dietro due genitori strampalati, all’adolescenza del ghetto, tra botte e frustrazioni, fino al “riscatto” da uomo adulto: l’ingresso in una banda di hooligan, l’indipendenza, le terribili conseguenze della violenza di gruppo. L’altra storia, invece, si intreccia con il Sudafrica e l’immaginaria caccia all’uccello marabù, un sanguinario rapace che fa razzia di tutti gli altri uccelli. Metafora questa dell’animo stesso di Strang che nella cattura del rapace vede la liberazione dai suoi errori e dal senso di colpa che si porta dentro. Tornare alla vita o restare nel sogno? Tornare a mangiare tutta quella merda da cui cerchiamo di scappare tutti i giorni o abbandonarsi alla salvezza onirica? Allo stesso modo in cui Welsh piano piano ci cala nella merda del protagonista, sembrerà al lettore di sprofondare nella sua. Quel che succederà dopo, sono c…i tuoi, lettore. Come per Roy Strang, nessuno ti aiuterà a tirartene fuori.

Tolleranza Zero non è un libro per tutti. Scorre sangue, scorre sperma, scorre violenza, violenza di quella che non si giustifica facilmente. Sebbene la voce narrante del protagonista sia profondamente umana, non sempre è possibile immedesimarsi del tutto con lui. A volte ti ritrovi solo, fuori, esterno alla pagina e non sai che fare? Continuare a leggere? Provare a capire quelle gesta? L’unica cosa che sai è che anche tu hai delle colpe nascoste, colpe che mai e poi mai riveleresti. E allora senti che puoi solo lasciarti andare al fiume di parole ed emozioni di Welsh. “Magari mi da qualche dritta. Magari alla fine mi dirà come fare. Se si tira fuori dalla merda lui posso riuscirci anche io.” Ecco, pensi robe del genere. Io le ho pensate. Io mi sono lasciato guidare. Non posso dirti come è andata a finire. Sono c…i miei. Posso solo dirti che ne è valsa la pena. Vale la pena andare A FONDO con quello stronzo di Welsh

A FONDO

——–A FONDO

—————-A FONDO.

Il linguaggio è lo stesso che abbiamo potuto conoscere, anche se solo nel film, con Trainspotting. Slang dei bassifondi di Edimburgo. Crudo grezzo tossico. Al quale però se ne accostano altri due. Uno arioso e caldo. È quello della caccia africana. Gli spazi si dilatano. Le gocce di sudore ti calano sulla fronte. I pensieri si espandono a macchia d’olio nel bush. È di caccia che si parla, di sopravvivenza, di morte. L’altro incredibilmente stretto. Da camera. Da camera di ospedale. Sei in coma. Pensi, anche se i pensieri non possono andare troppo lontani. Sei bloccato. Immobilizzato. Vorresti urlare vorresti scappare vorresti schiattare del tutto ma non puoi. Sei nel limbo. Frustrazione e stomaco stritolato, altro non senti. Welsh ti pianta tre chiodi nell’animo.

Punti di forza: se si ama l’autore, non si può non leggerlo. Se si è amato Trainspotting e ci si sente ancora in colpa per questo, non si può non leggerlo. Se si vuole respirare la Scozia degli anni ’80, non si può non leggerlo. Se avete qualche macigno in sospeso con voi stessi o con qualcun altro, forse vi farà bene (ricordando che nessuno ti tirerà mai fuori dalla tua merda).

Punti deboli: un po’ confuso all’inizio. Ho dovuto iniziarlo un paio di volte. Mi perdevo, non capivo. Forse non è un libro che puoi leggere quando ti pare. Di certo non si legge a cuor leggero. Dispersivo, inoltre, nella parte della caccia al marabù. Chissà, intenzione dello scrittore?

Consigli al lettore: altri? Tiratene fuori al più presto. Non è ancora finita. La caccia non è ancora finita. Quella alla felicità. Parola di Irvine Welsh.

Futuribili: penso che non leggerò Trainspotting per il momento. Andrei sul Il lercio, Colla o Porno.

Irvine Weish wiki.

Tolleranza zero wiki.

Chiappanuvoli

Alta fedeltà – Recensione

Caspita. Ho finito di leggere questo libro oltre due mesi fa e, un po’ per questione di tempo, un po’ per oggettiva difficoltà, ancora non sono riuscito a scrivere la recensione. Il libro in questione è Alta fedeltà di Nick Hornby, romanzo del 1995 edito in Italia dalla Guanda (ISBN: 888-24615-2-1). Capolavoro, se proprio vogliamo mettere subito le cose in chiaro. Capolavoro editoriale che ha ispirato un altro capolavoro, cinematografico questa volta, l’omonimo film (2000) diretto da Stephen Frears con John Cusack. Film che, a pieno diritto, staziona nella mia personale top five dei film più belli di tutti i tempi. Riprendiamo fiato.

Alta fedeltà di Nick Hornby (Guanda)

Un trentenne alle prese con l’età che avanza e con i condizionamenti della responsabilità sempre maggiore. Gestore di un negozio di dischi “di nicchia” per veri appassionati. L’amore con la sua ragazza che all’improvviso finisce lo rigetta nel baratro dei suoi dubbi esistenziali. È lui destinato ad essere lasciato dalle donne o sono le donne che sono delle irrimediabili stronze che non lo capiscono? Dubbi amletici di fine secondo millennio. Allora, la decisione: ripercorrere le 5 relazioni amorose, la top five dei fiaschi sentimentali della sua vita, per cercare di capire per quale motivo prima o poi viene sempre scaricato. Un viaggio nel passato per capire il presente. Affrontare finalmente quei fantasmi che amiamo collezionare nell’armadio.

Che si può dire di più di questo libro? È geniale a mio modesto parere. Geniale è la sua profondità, geniale è la sua semplicità. Chi non ha mai consumato una musicassetta per ascoltare la canzone che gli straziava il cuore? Chi non ha mai urlato sotto una finestra? Chi non ha mai tirato le somme della propria esistenza? Non è che siamo tutti filosofi, eppure, queste cose le abbiamo fatte tutti. Profondamente e semplicemente. Hornby ci vuole insegnare il grande valore di quei momenti. Di quelle vere e proprie rivoluzioni esistenziali.

Mi sembra superficiale star qui a disquisire dello stile del libro. Basti dire che sono 250 pagine che si bevono come una pinta. Per quanto possano essere cervellotiche, malinconiche, tristi, disperate, a volte, risultano sempre, sempre condite con sapiente ironia. Lì il segreto del libro. Essere profondi, ma mai pesanti. Pesantezza è paura. Unico appunto che forse si può fare riguarda le differenze tra il libro ed il film. Ebbene, il finale del film è migliore di quello del libro. Bisogna ammetterlo. C’è un tocco in più che arricchisce. Ma fa nulla, li adoro entrambi…

Punti di forza: non è un libro per capire le donne, è un libro che aiuta a capire le relazioni (avete presente quelle cose che si costruiscono almeno in due?), è un libro, inoltre, che aiuta a capire se stessi.

Punti deboli: mmmm…che finisce.

Consigli al lettore: io lo leggerei proprio in quei momenti terribili di crisi. Secondo me aiuta chi si vuole aiutare. Non chi si vuole far aiutare, attenzione!

Futuribili: beh, leggere tutto Nick Hornby.

Link utili:

Alta fedeltà su Wiki

Nick Hornby official site

Chiappanuvoli

Qualunquemente – recensione

Lungi da me l’intenzione di criticare negativamente l’ultimo film di Antonio Albanese solo per darmi un tono o, peggio, per attrarre più persone sul mio blog, ma Qualunquemente è stato davvero una delusione. Forse sono andato con troppe aspettative, forse il vera obiettivo degli autori non era di fare un film comico. Fatto sta che, ad un certo punto, ho smesso anche di ridere. La pellicola improvvisamente è diventata uno spaccato fin troppo reale della situazione politica italiana, le battute e gli sketch dalla satira sono passati a esprimere puro e malsano sadismo.

 

Antonio Albanese

Qualunquemente - A. Albanese

Il personaggio ci è rivelato a tutto tondo. Viene dotato di una storia passata, di interessi economici, di una famiglia (deprimente), di una lobby che lo sostiene e persino sfrutta. Cetto Laqualunque, a tratti, sembra egli stesso vittima del sistema e con lui tutte le persone care che lo circondano (mogli e figli), come anche il suo acerrimo oppositore politico, De Santis. Quest’ultimo non è dipinto come un idealista che si rende ridicolo nel tentativo di portare la legalità o la democrazia nel piccolo paesino di Marina di Sopra, ma bensì come una persona triste e sfiduciata. Egli è un perdente come tutti noi che accendiamo ogni giorno la televisione e restiamo basiti di fronte gli ennesimi scandali e le ripetute ingiustizie che ci tocca sopportare. Non è comico vedere il nostro Paese che va a rotoli, ma triste, ferocemente triste, deprimente, scoraggiante.

La comicità lascia spazio alla lucida consapevolezza. Sono andato al cinema per ridere, per divertirmi e per svagarmi. Ne sono uscito amareggiato, quasi nauseato. Non ci trovo più nulla di divertente in tutto ciò. E non mi riferisco qui solo al bunga-bunga traslitterato nel famoso pilu, fin lì l’accetterei pure. Mi riferisco alla consapevolezza di una politica che fa solo il proprio interesse senza curarsi minimamente delle conseguenze per la cittadinanza, per l’arte, per l’ambiente, finanche degli effetti che tali comportamenti volgari e criminali dei leader politici hanno sui proprio familiari. Il figlio di Cetto è il primo succube del padre ed è svilente, penoso, perché sono cose che stanno avvenendo davvero quotidianamente. (Proprio oggi Emilio Fede in una intervista continuava a ripetere degli effetti negativi che si ripercuoteranno sul figlio della Macrì quando capirà di avere una madre zoccola, senza peraltro pensare agli effetti devastanti che si avranno sulla popolazione quando passerà come “normale” il costume di fare orge, di usare le donne come oggetti e simboli di potere, di pagare migliaia di euro per una scopata di lusso!)

Non ci trovo nulla di comico nei brugli elettorali, nel “riflettere” che significa andarsi a fare una bella scopata con una prostituta, nel denigrare il proprio avversario politico, nel fargli esplodere l’auto come monito, nel manovrare i mezzi di informazione, nel comprare i voti il giorno stesso delle elezioni, nel presentare programmi politici vuoti e farneticanti, non trovo nulla di comico nelle promesse che ci vengono fatte ormai da vent’anni, perché mi tornano subito alla mente quei 2.000.000 di posti di lavoro che non si sono mai visti e, da lì, il decadimento totale.

Non ci trovo proprio più nulla da ridere nel vedere l’Italia che va a rotoli e gli italiani che rimangono lì con le mani in mano, nell’illusione che basti lamentarsi o idolatrare per svolgere il proprio ruolo politico. Non ci trovo più nulla da ridere in questo immobilismo o nello sfruttamento della nostra ignoranza da parte di soggetti altamente ignoranti in materia di res pubblica, ma preparatissimi, al contrario, nel campo degli affari, professionisti dei cazzi loro. Non mi viene da ridere, mi vergogno anzi, terribilmente. Spero sia questo il vero messaggio che voleva trasmettere Antonio Albanese, altrimenti anche qui ci troviamo di fronte all’ennesima presa per il culo, per altro fattaci da parte di chi pensiamo sia lì a difenderci con il sorriso sulle labbra.

Chiappanuvoli