Un pezzo di Emilia è mio. Un pezzo di me è emiliano – #2 Protezione Civile

Uno degli obiettivi che mi sono prefissato per il mio secondo viaggio in Emilia era visitare almeno una tendopoli della Protezione Civile. Sono riuscito a visitarne due, quello di Cavezzo gestito dal Dpc Abruzzo e quello di San Felice sul Panaro della Dpc Trentino.
Questi i dati, aggiornati al 7 giugno 2012, pubblicati sul sito della Protezione Civile. Sono stati allestiti 35 campi in Emilia Romagna e 10 in Lombardia.  Accolgono 11.095 persone. In più ci sono 2.450 persone site in “strutture al coperto” e 2.427 alloggiate in alberghi. Il totale della popolazione assistita sale così a 15.972. Grandi numeri, ma non grandissimi, se pensiamo che all’Aquila, tre anni fa, allestirono più di 160 campi e la pop. assistita superò abbondantemente le 60.000 unità (N.B. dati orientativi di difficile reperimento sul web) in un cratere sismico abitato da più di 100.000 persone. Numeri non grandissimi, se consideriamo il cratere sismico emiliano e lombardo con un raggio di 50 km. Solo nei comuni e paesi che io ho visitato (vado a memoria) i dati sui residenti (fonte Wikipedia) sono: Sant’Agostino 7.106, Camposanto 3.218, Cavezzo 7.345, Finale Emilia 16.076, Concordia 9.059, Medolla 6.331, Mirandola 24.602, Nonantola 14.489, Novi di Modena 11.476, Rovereto sul Secchia 3.974, San Felice sul Panaro 11.135, San Possidonio 3.828, Rolo 4.090, Reggiolo 9.362. Per un totale di 132.091 abitanti. E questo SOLO per i posti che ho visitato. Per farvi un’idea di quanti comuni siano stati colpiti basta andare questa pagina di Wikipedia. La differenza, più che orientativa, è quindi di 116.119 unità. Dove sono queste persone? Dove sono sfollati?

La maggior parte delle persone è in tenda, camper o roulotte accampata davanti alla sua abitazione. Molti si sono fatti coraggio e sono tornati a casa (che sia troppo presto?). Alcuni se ne sono andati da parenti e amici in zone più sicure. Almeno 116.119 persone.

foto mia

#2 Protezione Civile.


Siamo arrivati al campo di Cavezzo verso mezzogiorno e mezzo. Ho riconosciuto un amico aquilano e mi sono fatto indicare i Capi campo con cui avrei voluto parlare. Sono stati molto disponibili, dato che mi sono presentato come semplice aquilano “in visita” e Jan come Dottorando con una tesi sul terremoto dell’Aquila. Mi hanno detto di aver allestito una tendopoli per 300 persone (Cavezzo 7.345 ab.). Così ha voluto il sindaco Stefano Draghetti. Ci sono anche due mense, aperte a chiunque (anche noi ci abbiamo mangiato): una interna, che verrà chiusa ai non residenti dopo la recinzione del campo in allestimento, e una esterna, che resterà sempre aperta a tutti. Non ci sono tanti stranieri e non hanno avuto problemi seri di gestione degli stessi. Per il momento la situazione è tranquilla.

Ho deciso di mettere in difficoltà il Capo campo esprimendogli “velatamente” le mie perplessità sulle tendopoli, ricordandogli appunto il caso dell’Aquila e i problemi relativi a quella che è stata definita “eccessiva militarizzazione del territorio”. Gli ho fatto l’esempio della tendopoli di Piazza D’Armi. Il Capo campo si è scosso e mi ha detto che lui lavorava proprio a Piazza D’Armi. Allora ho puntato il bersaglio grosso e gli ho detto che “forse” all’Aquila l’intervento della Protezione Civile è stato un po’ troppo pesante, alludendo proprio alla gestione dei campi. L’uomo è tornato subito fermo e deciso. Mi ha giustamente fatto notare che nel nostro caso erano venute a mancare tutte le strutture delle autorità competenti, Comuni, Prefettura, Questura, e che quindi si è causato un vuoto decisionale che doveva essere colmato in qualche modo. Poi (e bisogna riconoscergli la sincerità) ha subito aggiunto che sì, “forse” si è esagerato, che qui in Emilia si è scelto un profilo, per così dire, più “basso”. Il Dpc si è messo a disposizione dei Sindaci, i delegati legittimi delle questioni di sicurezza civile. Ogni decisione ultima tocca al Sindaco, anche decidere il numero dei bagni chimici per tendopoli. Sono loro ancora che tengono tutta la rendicontazione economica.

L’Aquila, in fondo, è servita a qualcosa, ho pensato. Se non altro a fermare quel macchinoso meccanismo succhia soldi nelle mani pochi individui. L’Aquila è servita a capire che i Sindaci non possono essere esautorati dal loro potere. L’Aquila è servita a capire che le tendopoli (mi si perdonerà l’eufemismo) non possono essere gestite come “lager”, anche se è ancora presto per dire come evolverà la situazione in Emilia. La Protezione Civile si è posta al servizio della popolazione. Speriamo bene.

C’è ancora un dato che va sottolineato, di cui ho discusso anche con il Capo campo. Perché la tendopoli ha solo 300 posti letto quando gli abitanti di Cavezzo sono più di 9.000? Certo le risorse economiche messe in campo (fortunatamente dal punto di vista degli sprechi) sono più limitate rispetto a tre anni fa. La responsabilità, come detto, ricade sui Sindaci e sul Commissario Straordinario Errani, non sul Bertolaso di turno. Mancano 8.700 persone all’appello. Il Capo campo mi ha detto che è stato proprio il Sindaco a volere una tendopoli di soli 300 posti. Ha aggiunto che, secondo lui, la volontà è quella di rimandare il prima possibile le persone a casa, nelle abitazioni che verranno dichiarate agibili. Sempre paragonando con L’Aquila, con le dovute attenzioni per carità, dal 6 aprile al 10 luglio 2009 (data di chiusura del G8) fu in vigore una ordinanza comunale che vietata a chiunque di mettere piede dentro la propria abitazione, se non accompagnati da personale autorizzato.

Da un terremoto, quello aquilano, “mediaticamente esasperato”, ad un terremoto, emiliano/lombardo, “minimizzato”. La macchina della merda sta funzionando. E qui mi fermo. Tutto ciò che potrei aggiungere sono nient’altro che paure, dubbi, insinuazioni insomma.

Vorrei chiudere però con una nota positiva. Come detto, ho visitato due campi. Il secondo è quello della regione Trentino. A San Felice, dove sono stato il 9 giugno, il clima era decisamente disteso. La Guardia Forestale all’ingresso è stata gentilissima. Abbiamo parlato con volontari del DPC e della Croce Rossa. Gli ospiti sono 380. Di questi all’incirca 270 sono stranieri. 11 nazionalità diverse. Ci sono state delle difficoltà, per stessa ammissione dei volontari, riguardanti più che altro la prima collocazione in tenda. Non tutti gli ospiti gradivano la convivenza con cittadini di altre etnie, anche tra stranieri e stranieri. Tutto risolto con calma e discrezione, mi hanno detto. Nel campo, inoltre, si è già fatto vivo il Cinformi di Trento, centro informativo per l’immigrazione, con cui ho collaborato anche all’Aquila assieme al Coordinamento di Associazioni Ricostruire Insieme. Abbiamo parlato con i membri della cucina che hanno ricordato con affetto i lunghi mesi trascorsi in Abruzzo. Abbiamo bevuto il caffè con loro. Io e Jan siamo andati via molto più fiduciosi del giorno prima, quasi tranquillizzati ecco. Il Trentino è un modello da seguire per tutta l’Italia, senza nulla togliere ai tanti tantissimi volontari accorsi dalle altre regioni, sia chiaro. Ma non è solo attraverso l’impagabile impegno dei singoli volontari che riesce una missione d’aiuto durante uno stato d’emergenza, il più è deciso, condizionato, dalla “testa”, da chi comanda, da chi fa le leggi e da chi ne vigila l’applicazione.

13/06/2012

Chiappanuvoli

La signora Sonia

La signora Sonia

Inizi a pensare di essere davvero a casa, quando riesci a costruirti una casa tua propria. Almeno così ho spesso sentito dire dalle nostre parti. Il culto della casa. Dopo aver trascorso quindici anni in un Paese diverso dal tuo, una casa è tutto ciò che desideri. Il traguardo definitivo. Il compimento di quel termine vuoto che è “integrazione”. Le fondamenta diventano radici. La terra diventa anche tua. È il caso della signora Sonia e della sua famiglia. Dopo tre anni sforzi e sacrifici, avevano portato a termine i lavori. Erano riusciti a restaurare completamente la loro casa, un tugurio semidiroccato in una frazione dell’Aquila.

Ogni stanza era stata inaugurata con una festa speciale, ogni stanza fino all’ultima, forse la più importante di tutte, quella del figlio. Un ragazzotto adolescente, tutto voglia di vivere e confusione. L’ultima inaugurazione era avvenuta il 18 marzo 2009. La signora Sonia me ne parlò soddisfatta. Ecco, realizzata è il termine giusto. Mi disse che aveva solo un grande rimpianto. La casa, incastonata com’era nel paesucolo immerso nell’ombra ai piedi del Velino-Sirente, si affacciava sul muro di un’altra casa. Mancava un panorama mozzafiato per realizzare il sogno di bambina nascosto dentro la signora Sonia. Un panorama su cui affacciarsi alla sera, gomito a gomito con il marito, e respirare in boccate d’aria tiepida la soddisfazione per le piccole grandi soddisfazioni che riusciamo toglierci ogni giorno. Dove poter dimenticare per qualche attimo il tempo pastoso della precarietà. La signora Sonia è una badante pagata in nero, suo marito un manovale continuamente espiantato da un cantiere all’altro, il cottimo per lui è la realtà. E sospirare, ancora, tutta la malinconia per la propria terra lontana.

Quando ci incontrammo alla fine di quell’aprile così turbolento, gli occhi di Sonia erano limpidi e decisi. Stavano fermi sull’oggetto della conversazione, fissi sul soggetto con cui interloquiva. Era il periodo dell’afa di giorno e del gelo la notte. C’erano tende disseminate in ogni slargo disponibile ed io me li giravo uno ad uno. Cercavo invisibili. Stranieri. I diversi che in quei giorni erano così simili a noi. Pur rimanendo diversi. Più sfortunati di una popolazione già così sfortunata. Erano più terremotati. Questo si capiva subito.

Quel giorno m’ero portato un borsone mio da casa, l’avevo riempito di roba da mangiare presa alla tendopoli di Centi Colella ed ero tornato dalla signora Sonia. Elusi la sorveglianza grazie all’aiuto di alcune volontarie boyscout che mi fecero entrare da un ingresso secondario. Sudavo sotto gli occhiali. Non era una cosa semplice. La tendopoli della signora Sonia era stata allestita solo da pochi giorni. La distribuzione delle provviste era stata affidata alla buona volontà della popolazione locale. Di mensa organizzata, non se ne sarebbe parlato che diversi giorni dopo. La paura era il vero cibo quotidiano. Paura per un futuro ancora indecifrabile. I camion della Protezione Civile scaricavano pacchi di roba ogni giorno, che poi veniva suddivisa tra le famiglie residenti. Tra tutte le famiglie. Almeno, tra quelle famiglie visibili.

Mi infilai dentro la tenda della signora Sonia senza aspettare che qualcuno venisse ad aprirmi. Ci salutammo con qualcosa in più dell’affetto. C’erano i figli della signora Sonia, la cognata, la madre, c’erano le nipoti, c’era complicità. Solo gli uomini erano usciti, a raccogliere i cocci dei loro lavori ormai persi. Mi fecero accomodare su uno dei letti. Mi offrirono un caffè. Vidi delle gocce di pianto cadere sul mio borsone aperto.

La chimica è una cosa strana da capire. Me ne stetti lì ad ascoltare con la tazzina in mano. Quasi in silenzio. Trasportato dalla delicatezza delle parole della signora Sonia e della sua famiglia. La migrazione verso l’Italia. I primi ostacoli superati grazie al sostegno della comunità peruviana già presente all’Aquila. I lavori più assurdi. Gli svariati traslochi. L’arrivo del resto della famiglia. Tribolazioni consuete nelle quali, però, non riuscivo ad immedesimarmi. E poi quel poco di stabilità negli ultimi anni. La casa diroccata trasformata in casa dolce casa. La soddisfazione. Il luccichio negli occhi. E quella stessa casa dolce casa ritornata poco più di un rudere. L’afa torbida della tenda di plastica, la dignità sui denti bianchi della signora Sonia.

Quando feci per andare via, la signora Sonia, da buona padrona di casa, mi accompagnò all’uscita della tenda. Il sudore scolava a fiumi dalla fronte. Mi fermai per salutarla, ci baciammo delicatamente sulle guance. Stavo per aprir bocca ma lei mi anticipò:

«Beh, però non mi è andata poi così male.»

La mia testa fece uno scatto in obliquo, sgranai gli occhi sulla sua faccia pietrificandomi dietro un sorriso idiota.

«Alla fine ho avuto il panorama che ho sempre sognato.» disse tendendo il braccio verso lo spazio aperto davanti a noi.

I miei occhi le si scollarono di dosso andando a scivolare giù per la vallata. Si soffermarono sulla piccola frazione di Sant’Elia, e ancora a destra su Bazzano, e poi ancora, fino ai resti di San Gregorio e di Onna. Risalirono un poco appena raggiungendo la microcittà formata da Paganica e Tempera. E ancora più in alto ecco, nascosti, Collebrincioni e Aragno. A ovest vidi spuntare un pezzettino di Camarda, e poi a salire ancora Filetto, fino alle pendici del Gran Sasso, dove sta addormentato lo splendido Assergi. Spalancai la bocca a riprender fiato e, come per prendere la rincorsa, affrontai l’Appennino, dalla base della funivia risalii fino alle pendici del Corno Grande, e di lì strinsi le palpebre nell’azzurro intenso. Persa non è la speranza, almeno per la signora Sonia, almeno fin quando potremo contare su questa terra – madre e matrigna –, per gli occhi c’è ancora speranza.

04/07/2009

Chiappanuvoli