“Porcoddiaz!”

roma

Tutto ciò è molto, molto bello. Quasi inebriante. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ci mancherebbe, ma sottolineare che sempre, invece, un fascio finisce per rovinare tutta l’erba. E immaginerete a cosa mi sto riferendo. Ebbene, che è successo di nuovo? È successo che il pincopallo in questione, oggi, si è presentato in Questura dicendo “Sono io quello col giubbetto di pelle che l’altro giorno ha pestato la signorina a terra abbracciata dal ragazzo, e che, mannaggia, è stato visto dall’Italia intera”. Subito si è alzato un coro da dentro la Questura, “Un cretino!”. E per ora la storia finisce qui.

Quello che succederà poi, forse, potrebbe essere quanto segue. Ma lavoro di fantasia, sia chiaro a tutti. Forse per associazione col passato…boh! Comunque, succederà che lo sospenderanno. Daranno lui una pena “apparentemente” esemplare. Demagogicamente lo faranno passare per capro espiatorio della situazione, per mela marcia dentro un sistema buono e sano, che è lì solo per proteggerci e mantenere l’ordine. Il più di noi ci crederà. Un’altra parte cospicua invece no, ma smetterà di pensarci col passare dei giorni. Pochissimi, davvero una parte esigua, continueranno a chiedere giustizia. E lo faranno invano. Dopo pochi mesi alla scrivania, infatti, il tizio con la giacca di pelle tornerà al suo posto, forse prendere bellamente a randellate gente disperata. Ci sarà, sì, un processo, ma finirà in vacca, ho paura. Il tizio, il “cretino”, ho invece il vago sospetto che con questo comportamento si sia spianato la strada verso una lunga e luminosa carriera nelle Forze dell’Ordine. E, se dovesse continuare così, forse, ma dico forse perché ci vogliono anche i giusti appoggi politici, potrebbe un giorno trovarsi a fare pure il Questore Capo, o perché no, il Ministro dell’Interno.
Bello, no? Inebriante.

Mi permetto di aggiungere, con un ghigno, anzi no, sorridendo, ma che dico, ridendo quasi, ma sì, ridendo a crepapelle, “Porcoddiaz!”.

Chiappanuvoli

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Giuseppe Genna, mi dispiace per te

Ero tra i fortunati – così si dice – che hanno potuto partecipare alla presentazione del tuo ultimo libro, Fine Impero, giovedì scorso al Circolo degli Artisti, a Roma. – Ero lì per la festa dei “famigerati” Piccoli Maestri, ricorderai, che, per la cronaca, non erano quelli che facevano bordello al lato della presentazione coprendo con il loro brusio la presentazione stessa, quella era una festa privata di tardoni che, in quanto tali, faceva a gara a chi produce più rumore per dimostrare agli altri di essere più vivi, non so se mi spiego, i Piccoli Maestri, invece, erano all’ingresso del Circolo e, sempre per la cronaca, sono un gruppo di scrittori che va in giro per le scuole a presentare i libri che amano agli studenti e sono stati, poi, piuttosto tranquilli, anche per colpa della partita dell’Italia (va detto). Ero lì con un mio amico, lui mi ha proposto di venire prima per sentire la tua presentazione. Io, per conto mio, per ignoranza mia lo ammetto, so chi sei, ma non so che scrivi, come scrivi, non ti ho mai letto insomma – lo farò prima o poi, giuro –, comunque avevo accettato di buon grado e sono venuto molto volentieri. Un’occasione per conoscere un altro scrittore affermato, no? Un’occasione da non perdere. Ebbene, mentre ero lì che assistevo alla tua presentazione, non ho potuto fare a meno di notare quanto sia stato spiacevole il tutto, triste, e non solo per la presenza della festa dei tardoni che, di fatto, impediva qualsiasi tipo di dibattito. È stato spiacevole assistere a un monologo, il tuo, che, per quanto potesse essere stilisticamente ben congegnato e assolutamente interessante, mi apriva la mente a una mesta considerazione, seppur in parte pregiudiziale: non c’è, al giorno d’oggi, vera critica nel destino dei libri. Ho dato uno sguardo su internet il giorno seguente e ho letto, non ricordo dove e neanche mi va di ritrovarlo, di “entusiastico incontro col grande Giuseppe Genna, ieri al Circolo degli Artisti”, di “un superbo monologo tenuto dall’autore”. Mi è piombata addosso ancora più tristezza se possibile, non solo perché il tuo monologo è stato in qualche modo “costretto” – il casino, l’ordinazione degli aperitivi, la discrasia culturale romano-milanese, la nota introduttiva di Teresa Ciabatti, che divideva il palco con te e che, di fatto, ha subito messo le mani avanti dicendo che è impossibile farti delle domande alle quali tu non risponda di no –, ma anche perché le domande che la platea ti ha rivolto sono state del tutto fuori calibro, per usare un eufemismo. “Spiegace er significado daa tartaruga?”, o roba del genere. Il risultato è stato quello che per un’ora hai fatto una sorta di oratoria introduttiva all’opera, nei hai tratteggiato gli ambienti, hai fornito una chiave di lettura descrivendo dettagliatamente – ti devo fare i complimenti – la nascita della televisione privata italiana e, quindi, del sistema di potere egemone negli ultimi 20(?) anni. Il risultato è stato che hai fatto questo e basta. Non si è giunti a un solo, semplice, giudizio non di valore, ma almeno vagamente critico sull’opera, se non le solite, banali, menate introduttive, che non favoriscono, in genere, l’opera, ma ne appiattiscono i contorni, ne limitano le possibilità. Avrei voluto essere messo a parte di altro e te lo dico con grande sincerità, sperando però che questo mio non venga scambiato per un attacco alla tua persona, perché dovrei? Non avrebbe senso. Avrei, per esser chiaro, voluto sapere dove si posiziona il tuo libro nello immaginario scaffale magico dell’industria editoria italiana? Lo troveremo al centro, altezza occhi, così che possa essere il primo libro che l’acquirente compri? Verrà dotato di fascette colorate che ne attestano la vendita o la certa tal premiazione? Lo troveremo in basso, tra i libri meno in voga? In alto, assieme alle offerte in sconto del mese? – Non è così che funziona? – Perché lo hai scritto, avrei voluto sapere. Che importanza ha quest’opera per te? Quanto hai patito per scriverlo? Eppoi, gentile Giuseppe, l’ultima cosa, perché mai dovrei – questa la più importante – comprare io il tuo libro? Io che so chi sei ma non so come scrivi. Io che, come tanti, sono sempre interessato a scoprire nuove voci, ad ampliare il mio panorama letterario. Io che sono venuto a posta giovedì scorso al Circolo degli Artisti. Dovrei comprarlo solamente perché sei Giuseppe Genna e so chi sei ma non come scrivi? Dovrei farlo perché quel pubblico di comparse di esperti del mondo letterario, di fatto, attesta la grandezza dell’opera? Dovrei farlo perché il tuo monologo è stato fantastico e molto, molto avvincente, davvero, ben congegnato? Dovrei farlo perché, assistendo al tuo monologo, si è evinta tutta la tua ars oratoria? O dovrei farlo perché al giorno d’oggi non si può non aver letto qualcosa di Giuseppe Genna, pena la mancanza di stare al passo coi tempi, di non essere a la page, di essere fuori dall’industria letteraria italiana? Francamente non so darmi una risposta, non ci riesco proprio. So che non ho comprato il tuo libro quel giorno. So che non mi ha stimolato curiosità anche due giorni dopo, e tre e quattro e cinque. So che mi ha messo ancora più tristezza leggere quell’articolo il giorno dopo. So che mi è spiaciuto molto aver assistito a una così solitaria declamazione. Mi è spiaciuto per te. Mi è spiaciuto anche per me, perché la presentazione non mi ha lasciato niente, se non un velo di livore. So che a tratti, e solo a tratti per fortuna, mi sei sembrato uno di quei personaggi da te brillantemente dipinti, uno di quei personaggi di sistema e che “fanno” sistema. Mi sei sembrato, come dire, fagocitato. Mi è sembrato, scusami se lo dico così, in modo estremamente diretto, che il tuo libro possa non essere solo grimaldello d’un mondo artefatto che stravolge, distorce la realtà da quel primo giorno di diretta su Antenna 3 ad oggi, ma che Fine impero, per tutta questa seria di ragioni, forse possa esserne addirittura anche un prodotto. Un dubbio, per carità, nulla di più. Sono costretto a leggerlo per sfatare quest’orribile dubbio, per capire, insomma, come si converrebbe in una presentazione, se si tratti finalmente di prodotto omeopatico nato dal sistema e che sia cura per lo stesso o se si tratti solo dell’ennesimo prodotto del sistema, cancerogeno… Non ho capito, in definitiva, se questo tuo è un romanzo scritto “per scrivere” o se è un romanzo scritto “per dire qualcosa”. Forse ecco, questa, caro Giuseppe, è la cosa più spiacevole.

04/07/2013

Chiappanuvoli

La grande bellezza: lettera a Paolo Sorrentino

La grande bellezza

Mi scuserai se inizio questa mia senza tanti convenevoli, usando addirittura questo “tu” così volgare. È che sento il dovere, caro Paolo, di dirti questa cosa, semplicemente, che poi, in fondo, non è altro che una proposta. E devo farlo proprio perché stimo il tuo lavoro, mi piace la tua forma di cinema, godo dell’uso estetico che fai del mezzo. A passeggiare per Roma, sembrava d’esserci. Lo sguardo del protagonista era così familiare. Veniamo al punto, però, a questa lettera, alla (grande) bellezza. Credo che il concetto di bellezza sia strettamente correlato  con la morte, come pure qualche filosofo avrà già detto, mi pare addirittura Platone. Credo, ancora, che la bellezza sia l’unica arma a disposizione dell’essere umano per sconfiggere la morte, per raggiungere l’immortalità. Ed è chiaro, Paolo, da ciò che fai, che tu vuoi l’immortalità, almeno artistica. Permetti ancora due parole introduttive. Accennerò solo brevemente del tuo ultimo film che in realtà mi serve solo come catalizzatore di attenzione, te lo dico con schiettezza, nella speranza che queste righe possa arrivarti. Ciò che ti voglio dire viene da prima della visione de “La grande bellezza”, visto lo scorso 28 maggio, l’ho pensato qualche mese, da quando ho letto un romanzo meraviglioso, scritto dal quello che credo essere il più grande scrittore italiano vivente.

Ho visto alcune tue interviste per il lancio del film. Sono rimasto un po’ deluso. Sembra, senza volertene fare una colpa, che tu non abbia nulla da aggiungere al film, come se dovesse bastare a se stesso. Le critiche che ha ricevuto mi paiono, in sostanza, decisamente contrastanti. Si va dal “capolavoro” al “flop”, dal “tecnicamente perfetto” al “inconsistente, ma con un Servillo eccezionale”. Per non parlare poi dei pesanti raffronti felliniani e delle fantasiose accuse di mancanza di realismo… Per ogni articolo di celebrazione, ne escono due di stroncatura, per uno che stronca, due celebrano. Insomma, il dibattito imperversa e pare che solo il tempo potrà aiutare a valutare. Succede ogni tanto ai grandi, non è vero Paolo? Il botteghino invece ti ha promosso alla grande, superati di 5 milioni di incasso in poche settimane.

La mia impressione su “La grande bellezza”, te lo dico in modo diretto, è che sia un’opera incompleta, come se mancasse di qualcosa, di profondità, di umanità. E non riesco a capire se questa “incompletezza” sia funzionale al messaggio del film che vuoi dare o se sia una grave pecca che inficia così tutto lo sforzo estetico, creativo. C’è una relazione tra la fascinazione che creano quelle vite naufraghe che ci mostri e il senso di smarrimento che mi ha assalito sul finire del film, come se Jep avesse solo subdorato una via d’uscita della sua condizione d’infelicità ma che non fosse riuscito del tutto a farla sua? La grande bellezza, insomma, è geniale o superficiale? E tu l’hai colta “la grande bellezza” della vita o no?

Non so dare una rispota a queste domande, né vorrei lo facessi tu. Nell’arte si risponde con i fatti. Preferisco aspettare i tuoi prossimi film. Con fiducia.

Ti dicevo, Paolo, che la mia non altro che una proposta in fondo. E arriviamoci dunque. Ti accennavo a un romanzo che ho letto di recente. Ebbene, mentre lo leggevo, non potevo non pensare a te. Non sapevo ancora de “La grande bellezza”, eppure, immaginando le scene magistralmente descritte dallo scrittore, vedevo i tuoi piani sequenza, le tue panoramiche, i tuoi colori saturi, sentivo le musiche ipnotiche che aleggiano nei tuoi precedenti film. Lo giravo come se fossi tu a farlo. Ho dato, naturalmente, la parte del protagonista a Beppe Servillo. Ebbene, caro Paolo, il romanzo in questione è “La lucina” di Antonio Moresco, edito a febbraio da Mondadori. Anche su questo libro si è detto molto. L’autore lo descrive come un “romanzo testamentario” e io non sono riuscito staccarmi da questa idea, la mia chiave di lettura ne è stata profondamente influenzata. Non posso fare a meno di credere che il romanzo affronti principalmente il tema della morte, che si rapporti con essa, che ne esprima l’accettazione e, mi spingo oltre, che non aspiri ad altro, “La lucina”, che al superamento della morte stessa.

La lucina

Sto qui a proporti la trasposizione di questo romanzo per una semplice ragione. Vorrei vederti a confronto con il materiale, con il tema, portato all’estremo dallo scrittore. Vorrei vederti inseguire quei “fantasmi” fino al fondo dell’animo di Moresco. Vorrei che ti perdessi tu stesso nel tuo film, e noi con te. Vorrei ancora che ci ritrovassimo, sui titoli di coda, tutti insieme. Vorrei che mi mostrassi l’arrivo inarrestabile del profondo silenzio con la stessa intensità con cui Moresco ne scrive. Vorrei essere trascinato nell’ombra della morte, vedere ciò che lì vedi tu, e poi tornare indietro ed essere un po’ più forte, e avere un po’ meno paura. Vorrei assaporare attraverso le tue immagini l’immortalità. Vorrei scoprire se anche tu, caro Paolo, sei un immortale.

Cordialmente,

Chiappanuvoli

10 motivi per cui Franco Gabrielli ha ragione

Alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal Capo della Protezione Civile e ex Prefetto della città dell’Aquila, ossia che gli Emiliani hanno reagito meglio al terremoto rispetto agli Aquilani, mi sento di affermare, con orgoglio per il nostro e sdegno per i tanti sciocchi Aquilani, che Franco Gabrielli ha ragione per almeno 10 motivi:

1. Abbiamo permesso ad un nano cialtrone di venire a fare i suoi porci comodi sul nostro territorio (certo in condivisione con 70 milioni di Italiani…).

2. Abbiamo permesso alla Protezione Civile, alle Chiesa Cattolica, alle varie Regioni, Comuni, Enti, Associazioni, Province di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (con le dovute eccezioni sia chiaro…).

3. Abbiamo permesso alle “cricche” dell’amico Bertolaso di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (non era certo il futuro Capo della Protezione Civile che poteva vigilare sull’operato della Protezione Civile…).

4. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, chiamati giornalisti, di venire a speculare sulla catastrofe che ci ha colpito (cosa avvenuta anche in Emilia ma li erano preparati, forse grazie alla nostra esperienza, ad accoglierli).

5. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, questa volta autentici sciacalli, di svuotare tutte le nostre case più e più volte, aggiungendo il trauma dello stupro dell’intimità al trauma del terremoto (chi doveva controllare?).

6. Abbiamo permesso a una massa di incompetenti locali di arrogarsi il diritto di scegliere per noi, per il nostro futuro, con il risultato di ritrovarci senza futuro e senza alcuna idea di ricostruzione.

7. Abbiamo permesso che costruissero le 19 New Town e in più altri svariati insediamenti detti MAP sul territorio con questi risultati: 2.700 euro a metro quadro (per le C.a.s.e.), pare a un prezzo maggiorato di 4 volte rispetto agli stessi edifici costruiti a Varese, dissuasori sismici non omologati, edifici che cadono a pezzi dopo soli tre anni, nessun servizio per la popolazione, disgregazione sociale e un giro d’affari mostruoso per i soliti loschi figuri (chi doveva controllare anche qui?).

8. Siamo andati in giro con le carriole, prendendoci anche delle denunce firmate proprio dal nostro, a fare i salvatori della Patria, quelli che risolvevano tutto da soli, senza, in realtà, ottenere un “benemerito”. Perché con quelle pale e quelle carriole non siamo andati a rimuovere le uniche “macerie” o “materiali di scarto” che impediscono davvero la nostra ricostruzione?

9. Abbiamo protestato in mille modi e ci abbiamo pure preso mazzate e altre denunce. Siamo arrivati persino a Roma, davanti al Parlamento, senza che ci venisse minimamente in mente di fare ancora un altro passo: entrare nelle stanze del Potere e rivoltare una volta per tutte questo schifo di Paese infame.

10. Ci siamo resi ridicoli agli occhi degli altri Italiani, ci siamo fatti chiamare “ingrati”, ci siamo umiliati per quel che pensavamo di spettasse. Eppure all’inizio, ricordate, “che popolo dignitoso!” – ci dicevano – “Quanta dignità in un momento di dolore così grande!”. All’inizio ci rispettavano. All’inizio ci dicevano che eravamo bravi, bravi terremotati, forse persino più bravi degli altri terremotati. All’inizio, poi abbiamo rovinato tutto. Eravamo bravi solo all’inizio, quando ci leccavano ben bene il culo per imbonirci in attesa del momento della supposta di merda che stavano per insaccarsi nel culo!

Gabrielli ha ragione, per almeno 10 ragioni siamo dei coglioni. Per almeno 10 ragioni gli Emiliani sono meglio di noi. Almeno, questo bruciore che oggi sento riaccendersi all’improvviso, non è stato vano. Emiliani, attenzione alle spalle.

16/10/2012

Chiappanuvoli

Come è andata? Come va?

È da un po’ che avevo voglia di tirare le somme e oggi mi sembra giusto farlo. (Ho appena un quarto d’ora prima di andarmi a far bucare dal dentista.) Tirare le somme su Lacrime, intendo, questa prima esperienza editoriale. Beh il libro si è venduto e si continua a vendere. Il problema rimane sempre la distribuzione e la pubblicizzazione, ma del resto questo lo sapevo dall’inizio. Qualche tempo fa sono stato al Festival Alter Munsi di Spoleto, il 4 novembre a Piovono Libri ad Amatrice e ieri al Circolo del Pd dell’Esquilino a Roma. Anzitutto devo ringraziare tutte le organizzazioni e le varie persone che singolarmente hanno gestito gli incontri. Che altro dire, che sono stato soddisfatto. L’importante, mi pare, è che il dibattito continua ad essere animato e che vedo sempre nascere tra le persone uno spirito di solidarietà che va dalla questione campana alla situazione dell’Aquila al declino del Paese intero. La strada è quella giusta.

Presto metterò in campo una nuova strategia, sarà la 15°, credo. Rompere il muro, esistere, questo è l’imperativo. Non voglio svelare nulla al momento, dico solo che servirà molto energia, soprattutto di quella positiva che ti stampa un sorriso inamovibile, marmoreo, sul viso.

A presto.

Chiappanuvoli

Aspettando il 15 ottobre 2011

Uno scritto di quattro anni fa. Lo propongo così com’era. Attendendo Roma, la piazza, gli altri, donne e uomini. Attendendo il 15 ottobre e che cambi qualcosa.

Generazione sbagliata

 
 
Sono figlio di questa generazione
una generazione dai coglioni storti
dal dolore senza causa apparente.
Sono un prodotto di questa società
un reduce della sua storia
delle sue tante continue guerre
e delle carestie che sempre accompagnano.
Sono un uomo che si autoconsuma,
che piano si logora dentro
che rosicchia i propri organi
che respira il proprio ossido
che defeca il proprio nutrimento.
 
Sono figlio d’uomo che non sa parlare
discendente supremo dell’impero
dalle gerarchie distorte.
 
Sono il frutto di una evoluzione univoca
una fecondazione castrata in potenza
una violenza remota incastonata in un feto.
 
Sono figlio di una madre che ho segregato
per continuare a violentarla tutti i giorni
per creare ancora figli come me,
figli di dio, del dio padre,
del dio personificazione di me stesso,
il dio della storia e della guerre,
il dio del male di cui mi nutro.
 
Il mio dio è la mia mente
il mio dio è la mia cultura,
mezzo di creazione di massa
e di gerarchizzazione astratta.
Per capire, per comprendere
ho diviso ho segmentato
ho spezzattato, così ho creato valori
e distribuito onori.
 
Sono figlio della mia generazione,
sono figlio di mia madre e mio padre
gente tra la gente ed anch’io
uno tra i tanti.
Ieri mi sono svegliato
domani sarò seppellito
e sarò solo un figlio,
figlio mai partorito
un mai nato
perché cresciuto solo nel grembo
della mia cultura.
Sono e sarò sempre un senso relativo
un qualcosa di creato
di artificiale,
mai nascerò figlio assoluto
figlio amato e creato da Dio.
 
Oggi
posso solo sospirare parole
queste parole
prima di morire.
Sono solo un figlio
che altro potere avrò mai?
Sono solo un figlio della paura,
un figlio che ha paura
di un padre creato da suo padre
creato da suo padre ancora
e così indietro nel tempo fino a
perdersi nella memoria.
Ho solo paura.
Cosa posso fare?
Cosa?
Cosa che non sia strappare il mio cordone ombelicale
cosa che non sia uscire squarciando le carni di questa pancia
cosa che non sia vedere il sole
cosa che non sia abbracciare la mia vera madre
cosa che non sia guardare negli occhi mio fratello
cosa che non sia amare l’aria
cosa che non sia vivere la mia Vita
non prestando ascolto a genitori sbagliati?
 
Altrimenti posso anche morire.
7/05/’07

Chiappanuvoli

Reading “PostSeismSix” all’HulaHoop a Roma

Abbiamo esordito finalmente fuori dalle mura cittadine amiche e siamo sbarcati a Roma. Io ed i CSN, Centro Sociale Nardis, un gruppo costituitosi a posta per l’occasione. Correttamente si dovrebbe anche dire “featuring Patrizio Magliarini”. Ricapitoliamo: Chiappanuvoli ed i CSN featuring Patrizio Migliarini hanno esordito a Roma con la spettacolo “PostSismSix”. Ci ha ospitato l’HulaHoop Club, in zona Pigneto, durante una serata organizzata per L’Aquila. Ad arricchire l’evento, le mostre fotografiche di Claudio Cerasoli e di Lorenzo Nardis, le installazioni sempre di Migliarini e la possibilità di raccogliere altre firme a sostegno della legge di iniziativa popolare per la ricostruzione del capoluogo abruzzese. Si sono raccolti dei fondi per il Giappone. Il tutto si è svolto nell’ospitale e sereno spazio del club, tra qualche birra ed un eccellente aperitivo vegetariano.

“PostSismSix” è il nome della raccolta dei miei scritti sul post terremoto. Parliamo di una ventina di “cose”, qualche poesie e qualche pensiero, alcuni dei quali si possono trovare qui nel blog. Durante la serata, in particolare, ho letto 7 poesie sul periodo compreso tra il 6 aprile 2009 e febbraio 2011 e 2 pensieri liberi, uno sugli aquilani ed l’altro sulla notte post sisma appunto. I ragazzi del CSN, Pg Frezza, Lorenzo Nardis (ancora), hanno composto gli arrangiamenti appositamente per il reading, Patrizio ha dato molto più spessore alle musiche grazie al suo cajon. Le foto provengono dai database dei tre fotografi aquilani, riempiti negli ultimi due anni. Devo dire di essere onorato ci tutto ciò. Ma anche stupito da un lato: non è facile avere a che fare con me.

 

Locandina PostSismSix HulaHoop Club Roma 23 Marzo 2011

Questo il link per vedere le foto su Facebook sul profilo dell’HulaHoop.

Grazie a tutti coloro che sono intervenuti, è stato un successone. Grazie all’HulaHoop che ci ha dato la possibilità, grazie a Roma che ci ha accolto, grazie al promotore della serata, Davide D’Amico, grazie ai mitici Couchsurfer romani che sono intervenuti numerosi e hanno promosso l’evento. Grazie a chi ha firmato la legge per L’Aquila. Grazie a tutti coloro che ci hanno dato una mano. Tipo ai tecnici improvvisati che, però, si sono rivelati più che all’altezza della situazione: tecnico alle installazioni, tecnico suono, “tecnici appendisti” foto. Grazie al terremoto, infine, in una maniera tutta personale ed un po’ perversa. Non me ne voglia il lettore, ma senza di lui non sarebbe stato possibile nulla di tutto ciò. Senza la sveglia che mi e che ci ha dato.

Chiappanuvoli