L’A.qui.la: 06.04.2013

 (più di questo non ha senso dire. CNL)

roma-aquila-26

Problema:

le

pa

ro

stro-nze mi coz-zano

du.re la go.la sali.va

scen

deva

le,

no, non h

anno

qua-rto

+

1

s-e-n-s-o:

tu

tto spezz

ato

dir.ti

«tuttoèpersoanimamia»

no, non de

vo

di

re che la col-pa è

l’oro

no-

-stra vo-

-stra-dire è che

abbi.amo ave.te h

anno –

qua-rto a.ncora –

1 a

libi e

no, non ci de

v’ess-er q.ui per

dono.

Ve

di gli assi

omi:

IN-CAPA-CITÀ

DE-RE-SPONSA-BILITÀ

EGO-ISMO

MIS-ERIA

: è

inuti

le ricostru

ire 1

cit

tà se esse

ri u-mani man

cano.

Soluzione:

ba

da-be

ne pri-ma puri

ficati po

i puri

fica

ter-ra ar-ia car-ne san-gue

«degna la casa

degna la città

muori per lei

uccidi se devi»

al.tro

no, non è che

gue

rra d’ar-mi per civil

tà palin

genetica apoca

littica trucu

lenta qua-nto ba

sta il sacri

ficio il

tuo il

l’oro:

no, non

chiede-re,

con

quista!

è

violenza

l’u-ni-ca

pa

ro

rima

sta inte

ra

la.

Là.

05/04/2013

Chiappanuvoli

Riempire gli spazi tra un brandello e l’altro.

Sto cercando di capirci qualcosa, ecco quindi che prendo brandelli di esistenza a destra e a manca. Un dente. Un’umiliazione. Un bicchiere di whisky frantumato che goccia dal bancone sulla mia scarpa. La mia idea di felicità, che in quanto idea dovrebbe essere distrutta e seppellita e falciata ogni volta che, in piccolissime foglie, ritorna fuori. Una colpa e pure un errore. I corpi vivi che mi sono attorno, qualcuno li chiama amici. La distruzione quotidiana che opero con le parole. L’opera difficilissima che sto scrivendo in questi giorni e che solo nel pieno della mia incoscienza riesco a scrivere. Un roba già scritta che a breve dovrò giustificare perché l’ho scritta. Cerco di rimettere in ordine, insomma, tutto il fardello accatastato di recente. Deve pur esserci un senso, che però sembra smarrito. Paradossi, mondi nascosti. Roba persa nei meandri della mente, mente che si difende e dimentica, perché per essere devi finire, e solo finendo i pensieri già pensati, nascondendo i ricordi, riesci ora a finire i momenti che credi di vivere. La vita. Ah! Questo tempo incalcolabile che spendiamo a fare cose, a caratterizzarci, a trovare un senso, appunto, o ad accettarne uno già dato. Nell’inconsistenza più totale. Eppure, progrediamo in complessità, artificialità e tecnologia (tékhne-loghìa: discorso sull’arte, saper fare, oggi, tecnica), ma rimaniamo attaccati a pensieri e credenze vecchie come il cucco. Un po’ quello che sto facendo ora: costruisco un senso, sulla base di altre certezze. Brandelli campati su altri brandelli. In fondo la nostra vita corrisponde a questo: dare un senso alle cose. Mettere insieme i brandelli per capirci qualcosa. E dove i brandelli sono troppo distanti o troppo sfaldati, compenso con la mia capacità intellettiva, intuitiva, culturale, sociale, blablabla. […]

Ecco è questo il problema. E lo realizzo ora come già lo avevo realizzato tante altre volte, e anche oggi, come in quelle altre volte, realizzo questo pensiero solo in un secondo momento. Tardivamente. È difficilissimo tenerlo stretto tra le meningi. Dunque. C’è troppo spazio vuoto tra cosa e cosa, tra pensiero e pensiero, tra persona e persona, tra arte e arte, tra cultura e cultura, e via dicendo. Racimolando i brandelli, questo spazio non si colma, non si colma mai del tutto. Nichilista! No, non direi. Lo chiamerei bisogno di consapevolezza. Non capirò mai tutto, perfettamente, fino in fondo. Mettendo insieme brandelli di cose che mi paiono reali, non costruirò mai una verità. Sono immerso in uno spazio atomico. Palline che ruotano di qua e di là alla velocità della luce. Non esistono nuclei stabili, fissi, certi. Fisica quantistica ancora più quantistica di quanto potrei mai immaginare. Devo comunque mettere insieme i pezzi. Lo devo fare. È un istinto. E ho degli strumenti per farlo. È tutto ciò che debbo fare in questo momento, in questo preciso istante per essere vivo. C’è da tenere a mente solo una cosa, che l’istante dopo, però, è un’esistenza nuova. Altri brandelli, con altri spazi da riempire. È così. L’universo e la materia sono spazi vuoti. Io sono uno spazio vuoto fatto di brandelli a infinita distanza l’uno dall’altro. Devo ricordarlo prima, la prossima volta. Ci vuole consapevolezza.

02/03/2013

Chiappanuvoli

Tornare a Sarajevo (Codes in the Clouds – Where Dirt meets Water)

Vorrei tornare a quando tutto quel sangue aveva un senso.
Vorrei tornare a Sarajevo. A quei grappoli spiaccicati a terra. Alle schegge nel petto.
A quando dovevamo evitare i proiettili e non le parole.
Vorrei tornare alle contrattazioni del mercato, a quel vocio inutile per qualche marco in meno. Vorrei tornare.
Il valore del denaro più vicino alla vita. Una carriola di banconote per un pezzetto di carne.
Vorrei tornare a nascondermi dietro ai tram per attraversare la strada. La strada aveva una direzione, devo andare da qui a lì, non come ora che si ciondola sotto il cielo azzurro.
Vorrei ucciderti e seppellirti ancora dentro ai giardini pubblici, e poi ancora e ancora e salutarti il giorno seguente.
Vorrei sentirmi a casa dentro alla stanza più interna dell’appartamento. Tappare i buchi con quello che trovi. Ricordare perché la città ha tutti quei buchi e anche io.
Vorrei sacrificarmi perché tu possa mangiare un po’ di verza macchiata del sangue del mio sangue.
Vorrei stare attento a schivare quello che cade dal cielo. Riassaporare la paura dalle montagne tutto intorno.
Vorrei sentirmi in trappola e profondamente vivo. Appeso per il collo al cordone dell’assedio.
Vorrei bere la neve sciolta e dissetarmi lì all’angolo, davanti la moschea.

Vorrei tornare a Sarajevo.

Vorrei fare ancora la guerra con te.

Vorrei vent’anni tutti dentro uno sbadiglio.

Vorrei fare incontrare lo sporco con l’acqua.

Vorrei tornare a sognare la pace, invece di sognare tutte le notti la guerra.

Vorrei illudermi di non essere dovuto fuggire attraverso quel tunnel di merda segreto.
Vorrei illudermi. Di avere ancora bisogno della guerra, della fame, del freddo, dell’ignoranza, delle incomprensioni. Di strategia.
Vorrei illudermi di aver ancora bisogno del male che ci facevamo.
Quella Sarajevo lì, la chiamavo inferno e casa.
Quella Sarajevo lì mi dava un senso che oggi non ricordo più, ma che resta come i petali di rosa sulla mia pelle.

Vorrei tornare a quella Sarajevo lì. Ignorando le bombe. Ignorando la morte. Ignorando che ti ho ucciso perché la guerra questo fa, uccide.

Vorrei illudermi di poter tornare, anche se Sarajevo non esiste più.

Perché Sarajevo era di cartapesta. Sarajevo era un teatro bruciato.

Sarajevo ha ancora buchi alle pareti grossi come abbracci.

Sarajevo non era più una casa. E non lo è mai stata.
Sarajevo non era più inferno di quanto non lo sia oggi l’inferno in cui vivo.
C’erano solo molti più proiettili vaganti, solo molte più bombe.

Lo sporco non si pulisce con l’acqua. Lo sporco incontra l’acqua solo a piccole gocce.

24/07/2012

Chiappanuvoli