La mia casa dentro un pugno di note dei Sigur Ros

Secoli che non fossero loro a suonare esattamente le emozioni che mi stridono dentro. Secoli. Potrei dire che ero quasi un altro essere umano. Un’altra mistura umana calata dentro la stessa formina. Proprio questa canzone perché non ha parole, è cantata in hopelandic o in vonlenska se preferite l’islandese. Le parole oggi non mi servono quasi a nulla. Hanno un’utilità ma non si tratta effettivamente di uso, quanto di effetto. Oggi le parole riescono solo ad incasinare quel substrato di emozioni che vi dicevo prima. Questa canzone perché è ed è sempre stata per me un grido accorato, un grido anche taciuto. Un salire o un discendere, sì, un discendere verso le viscere. Le tue viscere. Le distorsioni delle chitarre ti guidano attraverso le budella, i violini sono l’eco che fa lo stomaco vuoto, il tuo cuore diventa il mix di rullante e grancassa.

Ad un certo punto, però, sembra che dica “don’t you, don’t you”. Non lo dice in realtà, ma quel barlume di senso ti prende in gola, ti strozza, ti sfiata, ti fa digrignare i denti, ti fa scoppiare gli occhi di sangue e continua ancora e ancora e ancora, mentre la musica aumenta e tu vorresti scendere, ma poi ci pensi un attimo e dici: “cazzo se scendo ora sarà stato tutto inutile”; e allora continui, cavalchi, vomiti, ti lasci trasportare nell’abisso, l’abisso più assoluto, quello dentro di te. E dopo è il Caos. L’abisso. Dopo. In fondo. Laggiù. Vicino il punto più disperso di te stesso. L’abisso diventa casa. Non so se potete capire, non si tratta di capire in effetti, si tratta di sentire, di accettare, accettarsi. Casa. Il caos diventa casa. E dallo stomaco prende a risalire una sensazione di caldo che ti assorbe. È casa. E non serve più che io scriva altro.

Untitled #8 – Sigur Ros, la mia casa.

Chiappanuvoli

Annunci

Lo Stagno dell’Anima + (Musik)

[Suggerisco al lettore di ascoltare ogni canzone dopo la lettura del capoverso. CNL]

A volte il silenzio diventa come un masso che continuamente segue a cadere dentro lo stagno dell’anima.

Cosa vuol dire quello che ho scritto in realtà? Sono sicuro che esista sul serio il silenzio? Ebbene non ne sono affatto sicuro, anzi di più, il silenzio nella condizione umana non esiste, neanche nell’universo infinito, dove, se si potesse ascoltare bene, si sentirebbe l’eco dell’espansione dello stesso. Forse solo per i morti esiste finalmente il silenzio, ma lì già non conta più. Se prestassimo più attenzione potremmo sentire come minimo il rumore del nostro cuore, un rumore meccanico ma costante. L’unica compagnia di un bimbo quando attende di venire al mondo. Possiamo sentire il rumore dei nostri pensieri, belli o brutti non importa, conta solo averne, produrne, e, se si diventasse bravi ascoltatori, spesso ci si accorgerebbe che in realtà sono urla, grida terribili, che provengono da noi stessi, da quelle regioni che abbiamo paura di scoprire. E poi c’è sempre la musica, quella buona, quella amica.

Motion picture soundtrack – Radiohead

Un masso può essere un peso sufficiente ad uccidere, ma al contempo non è nulla a confronto di quello delle montagne, di un pianeta, di una responsabilità, ed anche di una singola vita, per breve che sia. Un masso è facilmente sollevabile con una leva, secondo Archimede, il mondo potrebbe essere sollevato. Un masso è un insieme di piccoli sassolini, se lo si riesce a vedere da un giusto punto di vista. Eppoi quanto è grande quel sasso che cade nello stagno dell’anima? Potrebbe essere anche un semplice sassolino che crea solo piccole onde in superficie, anche se, come dice Rodari, non è sempre così semplice. Quel che qui ci interessa sottolineare è, però, che un masso o un sasso, può avere anche una dimensione molto piccola e dunque essere facilmente bloccato in una mano. Credo dipenda solo da quanta forza si possiede nelle braccia del proprio spirito.

Follow the map – Mono

Continuamente…dobbiamo ancora dire qualcosa sul tempo? C’è ancora davvero qualcosa che non è stato detto su questa misura totalmente relativa e convenzionale? Ci sono il kronos ed il kairos, il tempo “tempo del mezzo” e il “tempo giusto o di Dio”. Nella lotta tra il tempo quantitativo e quello qualitativo, secondo il mito greco, ovviamente aveva la meglio sempre il primo. E cos’è il tempo del masso che cade nello stagno dell’anima se non il tempo qualitativo, personale, “giusto”? Quel tempo che è definibile solo tramite la parola, ma che una volta definito per questo muore? Dovremmo tacere, basta, solo tacere e sentire. Quel tempo prendere piano piano ad esistere, ad esistere dentro di noi, a poco a poco, a sincretizzarsi con il nostro spirito, la nostra anima, a muoversi all’unisono la nostra vita stessa, e, così, sempre a poco a poco, senza che noi ce ne accorgessimo, non farebbe altro che scomparire assieme alle onde.

Ni batteri – Sigur Ros

E neanche la caduta, nei meandri del nostro spirito ha poi così senso, non trovate? Cadere da dove, cadere perché, cadere fin dove? La gravità, che sia forza di gravità o gravità intesa come grado, in uno spazio finito ma al contempo relativo, soggettivo, cosa comporta? A chi importa? Cadere verso un fondo che in realtà non esiste può arrecare davvero alcun danno? Siamo sul serio di fronte ad azione e reazione? La caduta nei meandri dello spirito non ha spazio, né luogo e ancor meno tempo. La caduta in realtà non è altro che una sospensione di movimento, un’interruzione indefinita ed indefinibile di tempo, che si manifesta in un non-luogo, per qualche motivo che, davvero, non è importante. Nell’animo tutto segue a scorre immoto come sempre, ed il moto volontario non vi può esistere, perde di senso, di valore, di essenza, di portata, di gravità.

The motion makes me last – Eluvium

E quale ruolo ha in tutto questo lo stagno? Già sappiamo che un luogo od un fondo all’interno dell’anima non può essere. Non può, dunque, avere profondità né estensione. Certo non può essere pieno di piante, alghe, esseri anfibi, pesci o piccoli insetti sulla superficie. E quell’acqua da dove proviene? Dobbiamo credere che, come il corpo, anche l’anima sia composta del 65% di acqua? Lo stagno dell’anima non è altro che quel non-luogo dove ogni impressione si va ad immergere. Ma in quanto non-luogo non può essere apparentemente modificato e, parlando di impressioni, entità del tutto effimere, non può essere intaccato. Inoltre, in quanto parte dell’animo, immergervi qualcosa può, senza dubbio, essere paragonato ad aggiungere un granello di sabbia ad un deserto.

Ocean breathes salty – Modest Mouse

Ed infine non resta che parlare dell’anima. In realtà c’è molto, molto poco da dire. L’anima è come il tempo, se se ne parla d’improvviso scompare. L’Anima è come un masso, dobbiamo portarcela dietro senza mai riuscire a capire quale peso abbia. L’anima non ha un tempo, ma per questo non significa che duri oltre la morte, significa solo che c’è, esiste, dal primo all’ultimo momento, semplicemente, più semplicemente di quanto mai sapremmo accettare. L’anima, se davvero volessimo con tutte le forze capire, sentire cos’è, sarebbe una continua, lenta, dolce, infinita, profonda caduta dentro noi stessi. L’Anima, infatti, è quel non-luogo dove è molto difficile nuotare, ed estremamente facile annegare, proprio come in uno stagno. L’anima, a ben pensarci, è l’unico posto umano dove è possibile ascoltare il vero ed unico silenzio, è l’assoluto non-luogo silenzioso esistente.

A tutti noi, anime più o meno in pena, non resta che procedere a piccoli passi…

Small steps – Saxon Shore

23/03/’10

Chiappanuvoli


Caffè Creolo + Illgresi (Sigur Ros)

[Consiglio di ascoltare la canzone mentre leggete il testo.]

Solitarie risplendono le rosse

luci sui palazzi, che ricordano

al cielo di non caderci sopra.

I vetri delle finestre scintillano

un’ultima luce, la stessa che

permane nelle mie parole.

.

Dialetti diversi inciampano

nei miei timpani sghembi che

cercano solo di ascoltare

queste complesse voci erranti

d’un mondo troppo, troppo spesso

abbandonato al suo inane silenzio.

.

In mente, quegli occhi neri,

chicchi di caffè creolo e nefasto,

che raccontano pur calandosi

dietro sottane color tradizione.

Ci dicono, timidi, “anch’io esisto,

bianco fratello venuto dal mare”.

.

Immagini che, tra la polvere,

si stampano nel fondo del misero

animo umano, più intensamente

di foto impresse nella rete d’etere,

e che non hanno pretesa alcuna,

se non l’ingenua domanda: “perché?”.

.

10/02/’10