La macchina perfetta

Il primo pensiero è stato devo andare. E come sette anni fa, sono andato.
Quel che di buono sono riuscito a fare non è importante. Quel che avrei potuto fare in più è un rimpianto che porterò sempre con me.
Ogni singola persona che ho incontrato la mattina del 24 agosto merita di essere lodata anche solo per aver avuto il coraggio di esserci. Non a loro è rivolta la rabbia con cui scrivo questo testo. La ricostruzione che faccio della prima fase dell’emergenza è frutto solo della mia osservazione diretta, ma condivisa con molte altre persone che quel giorno c’erano, e quindi spero, fortemente spero, del tutto sbagliata.

Sono arrivato tra le 5.30 e le 6.00. Entrato in paese, le parole del Sindaco Pirozzi, «Mezzo paese è crollato», mi sono subito sembrate un nulla: Amatrice non c’era più.
Per capire come muovermi, ho fatto un breve giro di perlustrazione durante il quale ho incontrato, oltre agli abitanti di Amatrice e a parenti e amici accorsi da Roma, solo una squadra del Soccorso Alpino aquilano munita di cane (3 persone), un paio di poliziotti, una manciata di Guardie Forestali e alcuni medici giunti dall’Aquila.
Verso le 7.00 sono cominciate ad arrivare le prime squadre di Vigili del Fuoco e delle Protezioni Civili locali, almeno nella zona dove mi trovavo. Lungo il corso, invece, c’erano quattro o cinque capannelli di persone al lavoro, a occhio, non più di cinquanta, cento unità ma a grande maggioranza civile. Molti gli aquilani, e non sarebbe potuto essere altrimenti.
A metà mattinata, attorno alle 10.00-10.30, c’erano diverse squadre di Carabinieri, Finanzieri, militari, poliziotti, Soccorso Alpino, Soccorso Speleologico, Unità Cinofile (ne ho incontrate almeno 6 o 7), Croce Rossa, gruppi di operai d’imprese edili, oltre ai VVFF e ai volontari della PC. E tanti, tanti civili. Una forza lavoro non sufficiente, ma finalmente degna di nota, nell’ordine di qualche centinaio di persone.
I primi mezzi meccanici, bobcat di ditte private in particolare, li ho visti quando era già mezzogiorno. Le strade potevano essere liberate e i soccorsi potevano muoversi con più rapidità. Da allora in avanti, a quasi otto ore dal sisma, mi sento di dire che la macchina dei soccorsi era in piena efficienza. O meglio, sarebbe potuta essere in piena efficienza. Perché non è una mera questione di numeri, lo sottolineo con forza, bensì di come il lavoro di soccorso è organizzato. Mi spiego. La finalità di quanto scrivo è che vorrei che si potesse imparare dagli errori, una buona volta; e non emettere una mera sentenza che lascia il tempo che trova.
Ho dato il mio piccolo contributo fino alle 17.00, più o meno, e fino a quel momento non c’è stato alcuna forma di coordinamento tra i soccorsi. Ogni singola persona, ogni squadra che si muoveva tra le macerie lo faceva senza organizzazione e logica. La difficoltà degli interventi era notevole, è innegabile, ma non ho visto una e una sola persona impartire ordini, orientare sensatamente l’impegno profuso. Anzi, spesso (e me ne assumo la responsabilità) mi sono trovato io stesso a dirigere gruppi di militari, di Carabinieri, e via dicendo, indicando loro i punti dove ancora non era stato nessuno. E spesso sentendomi rispondere che loro prendono ordini solo dal superiore. Ebbene, dov’erano questi superiori? E i superiori dei loro superiori?
I soccorritori hanno agito a intuito, seguendo più il cuore e la foga che la logica e la risolutezza. Le unità cinofile, seppur efficientissime, erano insufficienti. Loro erano le uniche a poterci dire dove scavare con esattezza, ma i cani dopo un’ora sono stanchi e il loro aiuto viene meno. Gli amatriciani e i parenti accorsi erano preziosi nell’indicare le abitazioni dove potevano esserci persone, persino nell’indicare dove avrebbero dovuto essere le stanze da letto, ma molti di loro, con l’arrivo dei volontari, sono stati allontanati e non invece ripartiti tra le squadre per velocizzare le ricerche.
Gli unici che sapevano come muoversi erano i Vigili del Fuoco, ma mi spiace dirlo, ancora loro senza alcun coordinamento apparente. Per esempio, attorno a loro si radunavano decine e decine di persone, quando invece per scavare e per togliere le macerie non ne servirebbero che dieci, venti, secondo le esigenze. Invece restavamo, io compreso, con le braccia conserte in attesa di un piccolo secchio da scaricare, di passare una pala, di rimediare una barella, o a far nulla.
Tanta volontà, tanto impegno, tanta fatica, per carità, ma credo di poter dire per troppo tempo gettati alle ortiche, sprecati.
Questo è il nocciolo della questione. Com’è possibile dopo L’Aquila, dopo l’Emilia non ci sia ancora una forma organizzata, veloce ed efficiente di coordinamento dei soccorsi? I mezzi erano parcheggiati a casaccio, spesso intralciando la strada. Chi scavava alle volte scavava dove si era già scavato. Intere vie sono state ignorate perché ci si fermava dove c’erano già altri soccorritori nell’illusione e nella speranza di poter comunque fare qualcosa, quando a pochi metri o in un’altra via decine di persone stavano morendo. I reporter erano liberi di muoversi a loro piacimento (bene documentare ma c’è un limite), a volte posizionandosi in zone rischiose solo per fare lo scatto della giornata. Quando sono andato via, fuori da Amatrice ho incontrato molte squadre specializzate ferme, in attesa, in attesa di chissà cosa.
Tutto questo si è tradotto in lentezza, tutto questo si è tradotto in vite umane. E dato che non si fa altro che riportare da ogni parte «238 le persone estratte vive dalle macerie», come se fosse il più grande dei successi, penso sia doveroso invece fare un esame obiettivo di quanto successo, imparare e alla svelta dai nostri errori. Ebbene, ho paura, sì, ho paura, che quel numero, «238», sarebbe potuto essere molto più grande se solo ci fosse stata una qualche forma di coordinamento, se solo ci fosse stato qualcuno a dirigere le operazioni. Se solo ci fosse stato qualcuno a dirci cosa fare.
Mi spingo a dire che ci sono delle responsabilità in tutto questo, sono certo, se non personali, almeno di sistema. La “macchina perfetta” non esiste, non l’ho vista; temo sia solo un’illusione che stanno inventando alla TV per coprire gli errori. Chi comanda in queste situazioni? Chi si prende la responsabilità? La Protezione Civile? I vigili del Fuoco? Ebbene, i graduati, i dirigenti dov’erano? Mi sarei aspettato di trovarli alle porte del paese a impartire ordini e direttive, a decidere tra loro la strategia migliore, a condividere le poche informazioni utili, invece c’era un appuntato che neanche bloccava chi non sarebbe dovuto entrare.
Avrei potuto fare di più, ne sono certo. Lo rimpiangerò per il resto della mia vita.
Si sarebbero potute salvare molte più persone, anche di questo sono certo, e questo è invece un rimpianto che ogni italiano dovrebbe avere. Dobbiamo richiedere con forza al Governo di strutturare un piano d’azione in caso d’emergenza realmente efficace. Dobbiamo pretendere con forza che la macchina dei soccorsi non sia solo mediaticamente perfetta, ma che davvero tenda alla perfezione. Che sia intelligentemente coordinata e in costante aggiornamento tecnologico e strategico. Dobbiamo pretendere che non si commettano mai più grossolani errori, anche se commessi in totale buona fede.

È un appello quello che faccio. Potevamo fare di più. Dobbiamo fare di più la prossima volta.

(Foto mie e di un amico; dal 2 al 17 settembre non sarò in Italia per rispondere ad eventuali critiche; la condivisione del testo è libera, basta citare l’autore, non per fama ma per responsabilità. Mi scuso per i refusi, il tempo è poco e molta l’urgenza.)

Alessandro Chiappanuvoli

 

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“Pora coccia” – un’analisi del testo.

Numero zero - Simone Coccia Colaiuda

Mi scuso subito per la scarsa sobrietà del titolo che cozza, lo giuro, con l’obiettivo, che spero condividiate, più “alto” dell’articolo stesso, ma la sua sfrontatezza ha a che fare con il bisogno profondo che avverto di scriverlo, con  l’urgenza di cittadino e di appassionato di arte, e con la responsabilità, dunque, di cui mi sento, anche sfacciatamente, investito. Non posso però tollerare, non solo, non già, che il brutto, l’infima qualità prolifichi (al declino forse e purtroppo non c’è rimedio), non solo, non già, che l’immorale scarsa professionalità imperi (ché pure infiamma di questi tempi, alla quale però, nello specifico, sono certo che possa opporsi un sano, minimo spirito critico che tutti abbiamo, nascosto da qualche parte), no, quello che non posso in alcun modo tollerare è il becero, sistematico, sciacallesco, indecoroso ricorso alla pantomima della vita, alla pantomima del dolore, alla pantomima della tragedia, che tra i tanti mali causa, non da ultimo, la mistificazione della memoria, l’offesa ignobile di coloro che hanno davvero vissuto la tragedia e continuano viverla sulla loro pelle nelle peggiori conseguenze, al sordido svilimento delle nostre difficili e preziose esistenze, all’inzozzamento dei nostri animi e, primariamente, di quelle dei più giovani, indifesi, vulnerabili.

Veniamo al dunque. In questi giorni abbiamo assistito all’uscita di un singolo, una canzone “rap” (che Iddio mi perdoni!) di un “noto” showman nostrano. Si tratta dell’aquilano Simone Coccia Colaiuta (sì, il fidanzato ex spogliarellista della senatrice Stefania Pezzopane, lui, sì, lui…) con la sua “Numero zero”. Non nutro dubbi che il lettore capirà l’intento serio del mio articolo e non lo traviserà, né lo strumentalizzerà in alcun modo. Non si vuole qui lucrare sul presunto successo altrui e, assolutamente, non se ne vogliono enfatizzarne i già svilenti risultati ottenuti. Non posterò, dunque, il video della suddetta canzone (forse è un labile modo di lavarmi la coscienza…), ne riporterò di seguito solo il testo e tenterò, per quelle che sono le mie capacità e i miei limiti, di analizzarne oggettivamente il contenuto.

“Numero zero”

[Devo dire immediatamente che mai titolo fu più sbagliato per una canzone d’esordio “rap” (che Iddio mi fulmini quando ne dovesse sentire il bisogno!) italiana, nata mi pare nell’intento (spero ve ne sia un altro!) di arraffare un po’ di facile consenso cavalcando un genere musicale abbastanza di moda, soprattutto tra gli adolescenti. I motivi sono di ordine culturale (1) e morale (2). 1. Con “Io sono il numero zero / facce diffidenti quando passa lo straniero”, infatti, inizia una delle prime e più importanti canzoni create nella scena italiana, “Lo straniero”, appunto, dei Sangue Misto. E io sfido chiunque (eccederò nell’iperbole), se non altro per decenza, a iniziare il proprio primo libro con “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, a iniziare il proprio primo film con esplosioni di napalm e la canzone “The End” dei Doors in sottofondo, o a iniziare la propria prima tragedia con “Nella bella Verona, dove noi collochiam la nostra scena, due famiglie di pari nobiltà”! Inoltre (perdonate la prolissità ma non son certo qui a dilettarmi!), “Numero Zero – alla radici del Rap Italiano” è il titolo di un bellissimo documentario di Enrico Bisi che ripercorre le origini del genere, e dunque ne consacra la memoria, ne indora il mito. Sorvolando, infine, sull’omonimia con l’ultimo romanzo di Umberto Eco… Mi limito a dire che non si può arronzare senza conoscere. (2) (Analizzo il contenuto non l’autore, sia chiaro una volta per tutte!) Non tutti hanno l’esigenza di sentirsi i “numeri uno”, non tutti hanno la paura di sentirsi degli “zeri”, e va da sé che nella vita non si può essere tutti dei miti viventi (“ricorda che nella vita non sarai nessuno”), ma addirittura permettersi la licenza, del tutto gratuita, di immolarsi a “profeta” di strada e dire che “nella vita DEVI essere il numero zero” mi pare esagerato, come se l’unico modo di contrastare questo “lurido” sistema sociale e affrontare serenamente il giudizio altrui fosse ignorando quel sistema stesso (e la complessità degli altri), eluderlo, fotterlo anche, dimostrare d’essere più forti, autosufficienti. Ma allora, mi domando, a cosa serve questa “canzone”? Questa “canzone” non dimostra immediatamente di essere frutto di quello stesso sistema? Non vi si rintraccia subito un che di contraddittorio? Di ipocrita, forse? Quale fine ha se non la semplice accettazione da parte dell’altro? Non è immorale? (Forse esagero…)]

Da quando ero adolescente la mia vita è stata dura

me ne sbatto il cazzo senza avere mai paura

[Rima baciata AA-BB: con l’andare della canzone si fa stucchevole, monotona: ricorda gli scimmiottamenti adolescenziali del Rap negli ’90, quando non avevamo ancora ben chiaro cosa fosse il Rap e bastava mettersi il cappello con la visiera al contrario o appunto fare una rima per sentirsi 2Pac! “Da quando…dura”: la vita di tutti, durante l’adolescenza, è stata dura, sottolinearlo come fosse oro colato pare incredibilmente retorico.]

del giudizio della gente sempre pronta a criticare

qualunque cosa fai sia nel bene sia nel male.

[“me ne sbatto…nel male”: se uno se ne sbattesse il cazzo davvero non ci farebbe una canzone e non lo rimarcherebbe ogni volta che ha modo di farlo, che so in televisione, sui giornali o sui social network, manco fosse uno dei dodici apostoli, manco fosse Mahatma Gandhi, manco fosse Galileo Galilei contro la Santa Inquisizione! Per quanto becera sia diventata la nostra “società dell’opinione”, spesso dietro ai giudizi, positivi o negativi, vi è del vero, vi sono cose chiamate etica ed estetica, non solo misera maldicenza.]

La mia vita è andata avanti senza farmi ostacolare

dalla gente invidiosa che non si è saputa realizzare

[“gente invidiosa”: siamo sempre lì; “La mia vita…realizzare”: ecco, cosa significa realizzarsi? Non solo realizzarsi nel mondo dello spettacolo, voglio sperare? E comunque anche qui, c’è una mitizzazione della realizzazione del sé, ma spesso le persone si realizzano con un lavoro semplice, con un figlio, con un amore, insomma, non siamo una chiavica di falliti perché non siamo “famosi”! Forse ho travisato.]

giudicando la mia storia con Stefania Pezzopane

stessa gente il giorno dopo mi chiedeva da mangiare.

[“giudicando…Pezzopane”: (sarò breve perché mi sono promesso di non parlare dell’argomento ma qui, testualmente, non posso esimermi) se non vuoi farti giudicare non spiattelli ai quattro venti te stesso, la tua relazione, normale o speciale che sia, non ti esponi volontariamente al giudizio, se non hai altri fini, ti godi il tuo sentimento e basta. È l’eccesso così fine a se stesso che più di tutto turba, infastidisce “la gente”, che crea il corto circuito, la contraddizione, e voi stessi, mi permetto di dire, in tal modo la alimentate. “stessa…mangiare”: non esageriamo, per cortesia, ah Eminem de’ Colle Pretara! Essù… (Perdono…) Banale luogo comune insito nel peggior rap che ha confuso le vere origini del movimento – l’emancipazione dei neri, della gente del ghetto, la lotta al razzismo – con lo sciocco narcisismo contemporaneo.]

Dopo la D’Urso e il tapiro di Striscia la Notizia

tutti quanti mi vedevano con tanto di malizia

[“Dopo…Notizia”: ognuno è libero di avere i punti di riferimento culturali che crede. “tutti…malizia”: “con tanto”, che significa? Mi sfugge il senso. E poi, chi semina vento raccoglie tempesta, se la gente non vedesse malizia in alcuni comportamenti, non sarebbe maliziosa nel giudicarli…]

una vita senza limiti, grazie a Dio senza botti

non poteva mancare anche il grande Gerry Scotti.

[“botti…Scotti”: è solo per far rima, un nonsense. Qualche limite bisognerebbe porselo, invece, un botto ogni tanto non verrebbe sempre per nuocere…]

Sono un ragazzo determinato, intelligente, furbo e scaltro

a questa gente qui gli dico “Avanti un altro”

[“Sono…scaltro”: autoincensamento fine a se stesso, siamo sempre alla parodia del Rap. “alttrrro”: esiste una roba che si chiama dizione, a volte serve.]

gente che vedi sui social network a commentare da leoni

e poi quando ti incontrano sono poveri coglioni.

[“gente…coglioni”: è vero che il mezzo social network sta planetariamente offrendo il peggio dell’indole umana, ma rimarcarlo in maniera gratuita manco non si fosse quotidianamente invischiati in infime diatribe (vedi Tagliacozzo, Striscia la Notizia, la relazione amorosa e via dicendo…) è surreale. “Poveri coglioni”: quei poveri coglioni sono gli stessi a cui il “cantante” chiede attenzione, mi pare…]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

[“Solo…anno”: banalità della banalità della banalità]

c’è sempre chi si crede il numero uno

ricorda che nella vita non sarai nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

[“c’è…zero”: già detto nella disamina del titolo, il problema pare dunque risiedere nel giudizio, nel peso dell’opinione altrui. Verrei soffermarmi però su quel “per intero”, ovviamente necessario solo alla rima con “zero”. Ma quanto è brutto quel “per intero”? Mi sono lasciato andare, me ne scuso. Alla volte però si può anche tacere “per intero” con risultati finanche migliori.]

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[Ecco, forse qui, più di tutto volevo arrivare. Sono stati assolti i 309 morti? No, perché questo significa, in italiano. In questi quasi 6 anni, spesso mi sono chiesto quale sia il limite tra testimonianza e tornaconto personale, tra aiuto solidale e sciacallaggio. Questo “coro” non mi aiuta minimamente a far luce. Mi sbilancerò con un’opinione che mi tocca molto da vicino, avendo scritto testi sul terremoto e scrivendoli ancora oggi: questa mi pare pantomima della tragedia, piagnisteo straziante e offensivo, sciacallaggio morale. Sul serio, che c’entra l’individuale condizione dell’autore con la condivisa ferita sociale che non solo noi aquilani, ma tutte le “vittime di Stato” portano nel cuore? Il rispetto pare scomparire, dileguarsi. Io mi domando perché, perché strumentalizzare anche il dolore condiviso per il fine personale? (Qui spero proprio di aver preso una cantonata.) Come la stragrande maggioranza degli aquilani non sono sorpreso da questo becero utilizzo, come loro, in realtà, me lo aspettavo che li si sarebbe andati a finire, questo però non riesce a placare la mia indignazione, e forse anche la loro.]

Gente che non ha nulla di più importante a cui pensare

mentre i bambini nel mondo adesso muoiono di fame

[“Gente…fame”: qualunquismo; oppure no, forse i proventi della canzone andranno interamente destinati alla F.A.O….]

ci mancava anche il terrorismo internazionale

la situazione così non si può più tollerare

[“ci mancava…tollerare”: mi spiace che il terrorismo internazionale generi nel Coccia Colaiuda un’inquietudine intollerabile, il livello dell’affermazione però è talmente povero che credo si lasci giudicare da sé, davvero, non tengo le forze pure per questo! (Sono stato eccessivo?)]

Una guerra contro il mondo che non sa cosa fare

donne e bambini costretti a pagare

[“Una guerra…fare”: sintatticamente zero, il senso si coglie solo con discreto sforzo; eppure mi pare che fior fior di politici, scienziati, studiosi stiano cercando, bene o male, di affrontare il problema, ma questo è un altro argomento.]

con la propria vita un sogno che non si è potuto

realizzare queste cose qui sono da condannare

[“donne…condannare”: parodia della moralità integerrima, ci mancherebbe che “queste cose” fossero da lodare invece! Banale, semanticamente inutile. In una parola, nocivo!]

Come i responsabili del post terremoto

che nella mia città si sente ancora il vuoto

di una giustizia mai arrivata sono stati assolti

intanto la mia città piange 309 morti

[“Come…morti”: a parte il fatto che il “post terremoto”, dopo il terremoto, “responsabili” o meno, ci sarebbe stato comunque e, scritto così, sembra quasi che senza i “responsabili” saremmo potuti tornare a casa la notte stessa; a parte il fatto che c’è ancora un processo in corso e che quindi si spera ci possa essere ancora tempo per la giustizia; vale il discorso di prima: è fuori luogo, fuori contesto, del tutto gratuito come tema all’interno di una “canzone” che invece chiede altro, è come una richiesta di riconoscimento del proprio valore solo in base alla propria condizione umana/sociale, è volgare (condizione per altro condivisa con 70.000 aquilani e con milioni di persone, per altre cause, in giro per il mondo…)]

Mentre gli sceicchi se la godono alla grande

tra yacht e grattacieli se ne sbattono le palle

[“Mentre…palle”: tralasciando il turpiloquio fine a se stesso, che cazzo c’entrano gli sceicchi con L’Aquila? No, perché proprio non ci arrivo! Avevano forse promesso di restaurare qualche monumento? Oscuro.]

intanto qui in Italia paese ala rovina

c’hanno rotto il cazzo la Belen e la velina

[“intanto…velina”: proprio LA Belen e LA velina “c’hanno rotto il cazzo”? Solo loro? L’Italia non è alla rovina anche per la smodata proliferazione di bellimbusti tatuati e muscolosi che nulla danno davvero a questo fottuto Paese se non di creare falsi e facili miti per le generazioni più giovani? Loro, loro non hanno rotto i coglioni? Cos’è il successo che loro inseguono? Benessere sociale condiviso? Un servizio pubblico? Un esempio positivo? Io farei, davvero, un po’ di autocritica, non sempre, ogni tanto.]

Solo i sacrifici ti ripagheranno

tutto ciò che hai seminato anno dopo anno

c’è sempre chi si crede

il numero uno

ricorda che nella vita non sari nessuno

per essere qualcuno te lo dico per intero

nella vita devi essere il numero zero.

(coro) 309 morti…

sono stati assolti…

[“Solo…assolti”: come sopra, anche se avrei una immotivata e gaudiosa voglia di ripetere il tutto da capo, ancora e ancora, fino alla nausea mia e vostra. Ma mi taccio, ho già sprecato fin troppo tempo.]

Spero con questo testo di non aver leso la sensibilità né dell’autore, né dei tanti fans che lo seguono e lo sostengono. La mia voleva essere solo un’analisi schietta del testo proposto. Forse ho ecceduto d’animo qua e là, lo riconosco, ma se l’ho fatto è perché credo nella cultura, nell’arte, nel bello, nelle parole, nella comunicazione, e nella responsabilità a esse connessa e nel lavoro faticoso che serve per arrivare a farne buon uso, o almeno un uso tecnicamente corretto. Se avessi un figlio, in altri termini certo più semplici, gli direi le stesse medesime cose se per caso in sua presenza m’incontrassi con questa “canzone”. Ora, davvero, la smetto e spero, vivamente, di non dover mai più tornare sull’argomento.

(Postilla: non cito il senatore Antonio Razzi solo perché mi rimane un briciolo di decenza e ho il bisogno di tenermela stretta.)

Ultima cosa, lasciamoci bene, almeno:

L’infanzia è un terremoto – Carola Susani

L'infanzia è un terremoto - Carola Susani

Non credo che avrei scritto nulla su questo libro se non fossi dell’Aquila, se non avessi passato quello che ho passato e non se non vi avessi trovato tra le pieghe delle sue pagine un messaggio così fondamentale per chi, come gli aquilani, si trova a lottare per il proprio territorio, per la propria salute, per la propria identità. Forse non l’avrei neanche letto, per fare conoscenza con l’autrice ne avrei scelto un altro, di narrativa. Del resto questo è un libro duro, mascherato da libro dei ricordi, che dentro la questione del terremoto ci entra a gamba tesa senza l’intento di prendere la palla ma solo quello di spezzarti la caviglia. Non c’è via di fuga. Dolcezza e martello, falce e ricordi, penso. Come ti muovi ti muovi, ti spezzi, ti tagli, ti ferisci, e scattano allo sprint miliardi di neuroni diretti verso zone dolorose e remotissime del cervello che, pure se i ricordi non sono i tuoi ma sono di Carola Susani, fanno di te lo spettatore in prima fila, quello che si macchia di sputi e sente la puzza delle ascelle degli attori, e si annodano e si snodano anche le sinapsi per chilometri e chilometri di pensieri e si dipanano tutto intorno creando una forma strana, una forma familiare, sembra una scarpa, sembra uno stivale, invece è proprio l’Italia, e così tu da spettatore diventi protagonista del teatro intero – inconsapevole, incapace, inesperto, sempre, però, sempre vittima d’un sistema che cola picco trascinandoti con sé.
Sto parlando de L’infanzia è un terremoto (Contromano, Edizioni Laterza, 2008) e non avrei mai voluto scriverne nulla perché è difficile farlo per me, da terremotato “fresco”, ed è difficile farlo in assoluto, credo, perché si tratta di un vero e proprio cazzotto nello stomaco, potente, come, che so, I comizi d’amore di Pasolini, quello che ci vedi dentro, ciò che puoi leggerci è nient’altro che la nostra Italia, è casa nostra, siamo noi. Un senso profondo di speranza, sulle prime, e di umiliante frustrazione, poi, almeno per me. Così vedo il nostro Paese e così l’ho rivisto lì dentro, in una malinconica storia di 40 anni fa. L’infanzia è un terremoto, infatti, tenta di ricostruire gli avvenimenti che seguirono al sisma che nel 1968 sconvolse la Valle del Belice e, nei limiti, di darne una disamina quanto più oggettiva, molto più semplicemente tenta di far luce su quali furono non già gli errori, ma le conseguenze delle scelte politiche, cadute a pioggia dall’alto o rivendicate con forza e coraggio dal basso, delle strategie movimentiste, mai sperimentate prima di allora in Italia, e dei condizionamenti economici, sia locali che nazionali, nonché di stampo prettamente mafioso.
Dicevo di un messaggio nascosto, dunque, di altro non ho intenzione di scrivere, il libricino è così bello e ben congegnato che non serve assolutamente dilungarsi in elogi stantii, basta leggere poche pagine e lo capirete da soli. Questo messaggio, che mi pare emerga, in tutta la sua schietta consapevolezza, direttamente dalle parole di Lorenzo Barbera, protagonista dell’azione politica nonviolenta assieme, tra gli altri, a Danilo Dolci e fondatore del Centro Studi Valle del Belice (diventato poi CRESM nel 1973), lo vorrei idealmente rivolgere a tutti i miei concittadini e a tutte le persone in lotta, in questo momento, in Italia. Eccolo, semplice: sappiate essere, sì, politici, ma non politicizzati. Nell’estratto che segue è riportata parte della conversazione finale tra la Susani e il Barbera, la scrittrice sta domandando al sociologo com’è finita l’esperienza di politica dal basso nella Valle del Belice, un’esperienza che ancora oggi è considerata modello positivo di partecipazione popolare.

Qualche giorno fa parlavo con un’amica, una storica, che diceva di come il ’68 politicizzi tutti i rapporti e metta fine alle esperienze di sviluppo di comunità. Dal ’68 al ’72, nella storia del Centro studi Valle del Belice, si vede in atto qualcosa di simile. Il Centro studi di Lorenzo, dopo la scissione, organizza azioni di disobbedienza civile che hanno un contenuto politico maggiore di prima. Ed è sempre più difficile costruire azioni rivendicative e di resistenza civile e contemporaneamente essere snodo comunicativo tra tutte le forze. La collaborazione critica con gli amministratori, anche per vie della qualità politica e morale del politici locali, in molti casi si cambia in conflitto aperto, il Cento studi non riesce più a stare al centro delle relazioni, scivola via, si confonde con le aggregazioni da cui nascono i gruppi della sinistra extraparlamentare e alla fine è lì che confluisce.
(L. Barbera) «Finché c’era questo gruppo coeso mi ero un po’ diciamo così viziato. Dall’epoca in cui lavoravo quasi solo – solo con un popolo che si organizzava – all’epoca in cui avevo questo bel gruppo di persone colte, veloci, che leggevano, che scrivevano, per cui l’informazione tra noi si moltiplicava… mi trovai praticamente solo. […] Io, di fatto, mi trovai quasi solo, per cui, sbagliando, perché così ho valutato successivamente, concorsi a mettere insieme forze a livello nazionale. Avevo scelto quelli che mi parevano più interessanti. Notavo che erano stereotipi, che chisti venivano dai libri. Io per loro ero prezioso perché venivo dai fatti. Però in loro, francamente, non ho più trovato quello che avevo trovato con gli altri. Anche “Pianificazione” registra questo vuoto, perché c’è un vuoto di ingranaggio con la realtà» […] «Questa cosa è durata due, tra anni, avevamo dato vita, unendo queste forze, con quelli della Statale di Milano, al Movimento dei lavoratori per il socialismo, se non che, questa cosa scelse di unirsi al Manifesto. Io ero favorevole perché volevo ci fosse un processo di aggregazione di tutte le queste forze di sinistra. Magri e la Castellina decisero di andare nel Partito comunista. Io, siccome il Partito comunista di aveva sfasciati, non avevo nessuna simpatia. Mi sono reso conto di avere sbagliato completamente quando andarono nel Pci. Lasciai tutto e ricominciai da capo».

Chiappanuvoli

L’A.qui.la: 06.04.2013

 (più di questo non ha senso dire. CNL)

roma-aquila-26

Problema:

le

pa

ro

stro-nze mi coz-zano

du.re la go.la sali.va

scen

deva

le,

no, non h

anno

qua-rto

+

1

s-e-n-s-o:

tu

tto spezz

ato

dir.ti

«tuttoèpersoanimamia»

no, non de

vo

di

re che la col-pa è

l’oro

no-

-stra vo-

-stra-dire è che

abbi.amo ave.te h

anno –

qua-rto a.ncora –

1 a

libi e

no, non ci de

v’ess-er q.ui per

dono.

Ve

di gli assi

omi:

IN-CAPA-CITÀ

DE-RE-SPONSA-BILITÀ

EGO-ISMO

MIS-ERIA

: è

inuti

le ricostru

ire 1

cit

tà se esse

ri u-mani man

cano.

Soluzione:

ba

da-be

ne pri-ma puri

ficati po

i puri

fica

ter-ra ar-ia car-ne san-gue

«degna la casa

degna la città

muori per lei

uccidi se devi»

al.tro

no, non è che

gue

rra d’ar-mi per civil

tà palin

genetica apoca

littica trucu

lenta qua-nto ba

sta il sacri

ficio il

tuo il

l’oro:

no, non

chiede-re,

con

quista!

è

violenza

l’u-ni-ca

pa

ro

rima

sta inte

ra

la.

Là.

05/04/2013

Chiappanuvoli

Lacrime di caimano

(Devo cavalcare questa rabbia finché è calda. Presto si mescolerà alle altre e si indebolirà, si sederà, andrà a rimpolpare la bile che mi porto dentro alla stomaco, sarà come ingoiare cianuro: è amaro in bocca, poi fa il suo dovere e non senti più niente.)

Prefetto Giovanna Iurato davanti la Casa dello Studente

Mi sono svegliato questa mattina, ho aperto Repubblica.it e ho trovato una bella sorpresa,  l’ex Prefetto dell’Aquila, Giovanna Iurato, che racconta di aver finto commozione davanti alla casa dello studente. Ecco i tabulati delle intercettazioni:

IURATO: Allora senti…sono andata…sono arrivata, subito mio padre, che è quello che mi da i consigli, quelli più mirati…
GRATTERI: Si lo so.
IURATO: …perchè è un uomo di mondo, saggio, dice: “…appena metti piede in città subito con una corona vai a rendere omaggio ai ragazzi della casa dello studente…”.
GRATTERI: Brava
IURATO: Eh allora sono arrivata là, nonostante la mia…cosa che volevo…insomma essere compita (fonetico)…mi pigliai, mi caricai questa corona e la portai fino a…
GRATTERI: Ti mettesti a piangere…sicuramente!
IURATO:Mi misi a piangere.
GRATTERI: Ovviamente, non avevo dubbi (ride).
IURATO: Ed allora subito…subito…lì i giornali: “le lacrime del Prefetto”.
GRATTERI: Non avevo dubbi (eh, eh ride).
IURATO: Ehhhhhhh (scoppia a ridere) i giornali : “le lacrime del Prefetto”.
GRATTERI: Non avevo dubbi (eh, eh ride).
IURATO: Poi si sono avvicinati i giornalisti: “perchè è venuta qua?”. Perchè voglio cominciare da qui, dove la città si è fermata perchè voglio essere utile a questo territorio. Punto.
GRATTERI: Eh.
IURATO: L’indomani conferenza stampa con tutti i giornalisti.

Ora, se il Prefetto, come carica istituzione, “assicura l’esercizio coordinato dell’attività amministrativa degli uffici periferici dello Stato e garantisce la leale collaborazione di tali uffici con gli enti locali”, se è espressione del rapporto tra il Governo centrale e le amministrazioni locali, di chi dovrebbe essere la responsabilità di tali affermazioni? Non sono, non possono essere semplicemente frasi attribuibili al singolo, alla Iurato. Esse sono invece espressioni il cui peso dovrebbe (deve) ricadere su tutta l’istituzione che rappresenta, dal Governo (in carica c’era il Governo Berlusconi) che ha scelto il soggetto per rivestire la suddetta carica, alle amministrazioni locali che col soggetto si sono relazionate in questi anni senza mai mettere in dubbio la caratura morale del Prefetto stesso. “Sono esternazioni personali”, si dirà. Ebbene, quando un giornalista scrive una castroneria, sia il singolo sia la testata ne subiscono le conseguenze. Ancora più profani, quando c’è un illecito sportivo, non solo il diretto colpevole, ma tutta la società sportiva è costretta a pagare un’ammenda o subisce una penalizzazione. Ora facciamo un passo indietro. Fu l’allora Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a nominare nel 2010 Giovanna Iurato, nonostante il suo nome fosse apparso nella celeberrima “Lista Anemone”. E così si espresse, non più di qualche settimana fa, il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, dopo che fu diffusa la notizia dell’interdizione dai Pubblici Uffici per la Iurato a seguito dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Napoli per i presunti illeciti del Centro elettronico nazionale della Polizia di Stato di Napoli: “Son convinto che chiarirà, l’ho conosciuta sul lavoro come una persona fin troppo attenta nei lavori che svolge”, e ancora “Lavorandoci insieme – prosegue – ho sempre visto in lei un’attenzione certosina sulle regole, penso che potrà chiarire la sua posizione”.

Val la pena ricordare che il predecessore della Iurato, è quel Franco Gabrielli, nominato Prefetto un paio di giorni dopo il terremoto e andato poi a sostituite Guido Bertolaso a capo della Protezione Civile nel 2010. Quello che avrebbe dovuto controllare sull’operato della DPC. Quello che avrebbe dovuto vigilare su possibili infiltrazioni mafiose e “affaristiche”, non solo nella fase della ricostruzione, ma anche in quella della costruzione dei fantastici “Progetti C.a.s.e.”. Quello che recentemente si è così espresso: “gli Emiliani sono meglio degli Aquilani”.

Da Aquilano, mi sento stuprato per l’ennesima volta. Io sono un giro di affari. Sono una carriera istituzionale. Io sono una tangente. Io sono un coglione. Io sono una vittima sacrificale. Io sono omertà. Io sono una risata la notte del terremoto (“Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”). Io sono connivente. Io sono uno sciacallo. Io sono un’amministrazione locale cieca e complice. Io sono un Governo che rimpolpa il consenso elettorale. Io sono una città abbandonata a se stessa. Io sono scomparso dalle vostre compagne elettorali. Io sono la più grande vergogna della storia della Repubblica Italiana. Io sono una lacrima di caimano.

Io sono Aquilano. Io merito le vostre scuse. Io ho il diritto di non accettarle.

19/01/2013

Chiappanuvoli

La Scienza Idraulica e la Commissione Grandi Rischi

Quadro analitico semplificato. Un tempo gli scienziati li grattavano via squagliati dalla pavimentazione delle piazze cittadine. Un tempo era difficile fare scienziato, si rischiava la vita in nome della verità oggettiva. I giochi di potere si mescolavano al sangue. Da qualche secolo il fumo nelle piazze si è diradato. La Scienza è stata liberata dalle catene del Dogma, il suo valore non è più stato messo in discussione. Oggi, che la Scienza non è più in discussione, il dibattito si è spostato sull’uso che l’uomo fa della Scienza, quanto e come va utilizzata.

L’Aquila, 22 ottobre 2012. Il giudice Billi nel processo alla “Commissione Grandi Rischi” ha condannato, in primo grado, a sei anni tutti gli imputati: Barberi Franco, Boschi Enzo, Calvi Michele, De Bernardinis Bernardo, Dolce Mauro, Servaggi Giulio; i capi d’accusa: concorso di reato in omicidio colposo (art. 113 c.p.), omicidio colposo (art. 589 c.p.) e lesioni personali colpose (art. 590 c.p.).

Quest’oggi, 23 ottobre. Sulle pagine di tutti i quotidiani italiani, vediamo spuntare e riaccendersi in tutta la sua virulenza, a cause di parole tanto incendiarie quanto inopportune, il vecchio fuoco del dibattito sulla legittimità della Scienza. “Condannati perché non hanno previsto il terremoto!”, i grandi titoloni in prima pagina. In fondo c’era da aspettarselo. Vale la pena ribadire, però, che il processo alla Commissione Grandi Rischi non è un processo alla Scienza, non c’è nessuno scienziato da ardere, quella fase storica l’abbiamo passare centinaia di anni fa. La sentenza di ieri, in realtà, è l’atto conclusivo di un processo alle persone che fanno uso “della” Scienza, alla responsabilità che hanno le persone che lavorano “nel” mondo scientifico. Non tutti, giornalisti in primis, pare abbiano capito la sostanziale differenza.

Esempio banalmente iperbolico. Facciate conto di avere degli strani rumori provenienti dalle tubature di casa vostra. Sono già diversi giorni e con l’andare del tempo i rumori sono aumentati. Che fate? Di solito, si chiama un esperto, si chiama un idraulico. Il tecnico viene a casa vostra, controlla la caldaia, l’impianto idraulico, le tubature, per quanto possibile, e i rubinetti e i sifoni. Vi chiede quanto è vecchio l’impianto e se avete mai avuto problemi del genere. Se viene a capo di un guasto nel sistema, lo aggiusta, voi pagate e il problema è risolto. Così avviene di solito.
Facciamo un altro esempio. Avete sempre quel rumore all’impianto. Quando arriva l’idraulico, questi si mette a sedere al tavolo in cucina. Non tira fuori gli attrezzi, non vi chiede quanto è vecchio l’impianto, non ha intenzione di parlare con il capo condomino. Vi chiede solo se avete mai avuto problemi in passato, voi gli dite di no, voi nessun problema, ma vi pare di ricordare che ai vecchi proprietari una volta si fosse allagata tutta la casa. L’idraulico si accende una sigaretta e vi dice che prima di tutto dovete stare tranquilli, che è normale che le tubature possano fare rumore, che il rumore non significa che possa verificarsi un danno più grave. Vi dice che non è prevedibile un danno più grave. Ammette che i rumori sì, possono essere preoccupanti ma, data la zona in cui si trova la vostra casa, è normale. Le case nella vostra zona sono soggette a problemi del genere, bisogna saperci convivere. Si alza e fa per andarsene, ma sull’uscio, mettendovi in mano la sola fattura e nessun un pezzo di carta che attesta la resistenza dell’impianto, vi dice: “non vi preoccupate, per qualsiasi cosa sappiate che io accorrerò in cinque minuti”. Dopo una settimana, all’improvviso nel cuore della notte, scoppia un tubo, la perdita da subito è imponente. Voi vi svegliate, correte a mettere in salvo i vostri figli, poi passate ad alzare da terra tutti gli oggetti di valore, poi quelli senza valore ma ai quali tenete. Chiamate di corsa l’idraulico in questione, che vi dice che sta arrivando a salvarvi. Voi istintivamente lo mandate al diavolo ma ormai il danno è fatto, che almeno venga a ripararlo. A quel punto, fate mente locale, l’acqua fredda fino alle ginocchia e l’adrenalina non vi hanno permesso subito di realizzare, è la vostra bambina che ve lo fa notare scoppiando in lacrime tra mille singhiozzi, è lì che galleggia a pancia in su dentro la sua gabbietta, il criceto è morto annegato. Cosa provereste? Cosa vi passerebbe per la mente? Vorreste giustizia? Se non altro per le lacrime della vostra bambina.

Ecco, quello che voglio dire è che per uno spiacevole incidente come questo non è che smettereste di credere alla scienza idraulica. Non mettereste in discussione la meccanica dei liquidi dalla Mesopotamia ai giorni nostri. Di certo sareste furibondi con “quell’idraulico”. Forse vorreste persino trascinarlo in tribunale, ma non bruciare vivi tutti gli idraulici onesti del pianeta. “Uno così non può fare questo mestiere”, potreste pensare, “uno così va fermato!”.

Ora. Al posto dell’appartamento mettete una città, al posto dell’idraulico una commissione di persone, al posto del criceto mettete 309 esseri umani deceduti e circa 1500 esseri umani feriti, al posto dell’acqua le lacrime di 70.000 persone, al posto della Scienza mettete i sei imputati, forse così capirete perché la condanna è giusta.

23/10/2012

Chiappanuvoli

10 motivi per cui Franco Gabrielli ha ragione

Alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal Capo della Protezione Civile e ex Prefetto della città dell’Aquila, ossia che gli Emiliani hanno reagito meglio al terremoto rispetto agli Aquilani, mi sento di affermare, con orgoglio per il nostro e sdegno per i tanti sciocchi Aquilani, che Franco Gabrielli ha ragione per almeno 10 motivi:

1. Abbiamo permesso ad un nano cialtrone di venire a fare i suoi porci comodi sul nostro territorio (certo in condivisione con 70 milioni di Italiani…).

2. Abbiamo permesso alla Protezione Civile, alle Chiesa Cattolica, alle varie Regioni, Comuni, Enti, Associazioni, Province di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (con le dovute eccezioni sia chiaro…).

3. Abbiamo permesso alle “cricche” dell’amico Bertolaso di venire a fare i loro porci comodi sul nostro territorio (non era certo il futuro Capo della Protezione Civile che poteva vigilare sull’operato della Protezione Civile…).

4. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, chiamati giornalisti, di venire a speculare sulla catastrofe che ci ha colpito (cosa avvenuta anche in Emilia ma li erano preparati, forse grazie alla nostra esperienza, ad accoglierli).

5. Abbiamo permesso a una banda di sciacalli, questa volta autentici sciacalli, di svuotare tutte le nostre case più e più volte, aggiungendo il trauma dello stupro dell’intimità al trauma del terremoto (chi doveva controllare?).

6. Abbiamo permesso a una massa di incompetenti locali di arrogarsi il diritto di scegliere per noi, per il nostro futuro, con il risultato di ritrovarci senza futuro e senza alcuna idea di ricostruzione.

7. Abbiamo permesso che costruissero le 19 New Town e in più altri svariati insediamenti detti MAP sul territorio con questi risultati: 2.700 euro a metro quadro (per le C.a.s.e.), pare a un prezzo maggiorato di 4 volte rispetto agli stessi edifici costruiti a Varese, dissuasori sismici non omologati, edifici che cadono a pezzi dopo soli tre anni, nessun servizio per la popolazione, disgregazione sociale e un giro d’affari mostruoso per i soliti loschi figuri (chi doveva controllare anche qui?).

8. Siamo andati in giro con le carriole, prendendoci anche delle denunce firmate proprio dal nostro, a fare i salvatori della Patria, quelli che risolvevano tutto da soli, senza, in realtà, ottenere un “benemerito”. Perché con quelle pale e quelle carriole non siamo andati a rimuovere le uniche “macerie” o “materiali di scarto” che impediscono davvero la nostra ricostruzione?

9. Abbiamo protestato in mille modi e ci abbiamo pure preso mazzate e altre denunce. Siamo arrivati persino a Roma, davanti al Parlamento, senza che ci venisse minimamente in mente di fare ancora un altro passo: entrare nelle stanze del Potere e rivoltare una volta per tutte questo schifo di Paese infame.

10. Ci siamo resi ridicoli agli occhi degli altri Italiani, ci siamo fatti chiamare “ingrati”, ci siamo umiliati per quel che pensavamo di spettasse. Eppure all’inizio, ricordate, “che popolo dignitoso!” – ci dicevano – “Quanta dignità in un momento di dolore così grande!”. All’inizio ci rispettavano. All’inizio ci dicevano che eravamo bravi, bravi terremotati, forse persino più bravi degli altri terremotati. All’inizio, poi abbiamo rovinato tutto. Eravamo bravi solo all’inizio, quando ci leccavano ben bene il culo per imbonirci in attesa del momento della supposta di merda che stavano per insaccarsi nel culo!

Gabrielli ha ragione, per almeno 10 ragioni siamo dei coglioni. Per almeno 10 ragioni gli Emiliani sono meglio di noi. Almeno, questo bruciore che oggi sento riaccendersi all’improvviso, non è stato vano. Emiliani, attenzione alle spalle.

16/10/2012

Chiappanuvoli