Al Principe, Giuliano Piazzi

Io non lo so e di certo non è questo il punto, però forse tu, dipende dai punti di vista, potevi anche crederci a questa cosa qui. Facciamo comunque finta che sia possibile, inganniamoci, solo per un poco. Io non lo so ma faccio finta che sia possibile, parlarti, scriverti cose che avrei voluto dirti di persona quando eri ancora vivo, cose che forse sapevi, cose che non allungano la vita, ma la rendono più lieta, forse, persino più sopportabile proprio negli ultimi momenti. Presumo sia così. Non lo so. Lo saprò comunque prima o poi.

Ciao Principe Giuliano. Sai, ancora oggi, mentre ti scrivo, qui sulla mensola di fianco alla mia testa c’è il tuo Principe, il Casador. È qui perché ogni tanto lo apro, sfoglio le pagine, leggo qualche frase qua e là. Niente è perso. Quel che leggo si aggancia immediatamente a un sapere profondo, genomico diresti tu, e ritrova subito un senso complesso, organico. Una teoria tu la chiamasti, per pudore credo, quando invece era, ed è tuttora, qualcosa di più grande, assoluto, è un sapere, è vita, la tua almeno.

La vita è un sapere. Scrivesti.

Per me, quando ti incontrai per la prima volta – non ricordo se almeno questo te l’ho mai detto – fu come una rivelazione, fu come poter dare il proprio nome a tutte le cose che avevo attorno, dentro e lontano. Una mappa, ecco, per orientare la mia vita. Ero giovane quando ti conobbi, sono uomo ora che ti scrivo, ma la mappa è sempre la stessa.

Non sono più sociologo, finiti gli studi ho lasciato tutto com’era, ho tenuto gli strumenti, ho messo da parte le informazioni. Ora faccio lo scrittore, ci provo almeno. Gli strumenti però sono sempre gli stessi. La vita è, la non-vita non è. È quanto basta. Tu non lo sai, te lo dico ora, ma dentro i due libri che ho scritto ci sei tu, ci sei andato a finire in un modo o nell’altro, e non solo per riconoscenza. Vedi, scrivo perché con la sociologia non potevo fare quello che ho sempre voluto fare, dare tutto me stesso per regalare solo un sorriso a qualcuno. Tu per me sei stato tanti sorrisi. Tu sei la mia scrittura. La parte più profonda.

Non te lo aspettavi, eh?

Ecco, forse dopotutto, quel che voglio dirti è proprio questo – sperando un domani di poter fare ancora di più –, riconoscere il debito che ho nei tuoi confronti, ricordarti, stralciare per un attimo solo il velo e mostrare la verità, potrei dire la nostra verità, perché, lo sappiamo, il Capitale è sempre lì a costruire altro da sé, la finzione, il virtuale. D-D’.

Sono qui solo per dirti: Principe, Maestro, Amico mio, grazie.

La mia vita è, o tende a esserlo, per merito tuo.

Giuliano Piazzi

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L’insostenibile presenza dell’amore

L’insostenibile presenza dell’amore – Forlì 19 agosto 2012

La terza tappa del mio viaggio è a Forlì. Voglio rivedere Giulia, la mia cara amica Giulia. Non ho nessun programma preciso. Solo passare un po’ di tempo con lei. Far finta che non siano passati cinque o sei anni dall’ultima volta. In realtà, non ho la benché minima idea di cosa aspettarmi. E in fondo non me ne frega granché.

L’abbraccio è come lo ricordavo. Vero, intenso. Non corpo su corpo ma corpo dentro corpo. La prima che purtroppo si nota è che siamo più vecchi rispetto all’ultima volta, ma è un imbarazzo che ci taciamo. Col passare dei minuti, a guardarci un po’ meglio però, nei dettagli siamo sempre gli stessi. Stesso sorriso. Stessi occhi. Stessa energia. Forlì pare non accorgersi di nulla, Forlì è una città che dorme, ma sta avvenendo un piccolo miracolo davanti alla sua stazione. Stiamo azzerando il tempo, lo stiamo tagliando, cesellando, modificando, ricucendo, ricollegando. Ci sciogliamo dall’abbraccio come se fossimo ancora a ieri o come se ieri fosse ancora oggi. Siamo ancora studenti universitari e invece non lo siamo più. Siamo ancora a Urbino e invece Urbino per noi non esiste più. Dobbiamo andare a lezione insieme invece le lezioni ormai le prendiamo fuori dalle aule, ognuno le proprie, lezioni private, macigni da studiare in silenzio, al buio, nel letto, lontani. Siamo ancora amici e questa è una verità che non è cambiata.

Le parole sfumano via veloci durante l’aperitivo. Abbiamo miriadi di cose da raccontaci eppure lo facciamo come se non ne sentissimo il bisogno. Parliamo del terremoto, delle nostre vite amorose, del lavoro, delle persone care che non ci sono più, ci aggiorniamo sugli amici in comune, rivanghiamo il passato, lo manipoliamo con naturalezza come se non fosse coperto da uno strato di polvere. Ridiamo. Dimostriamo di volerci ancora un gran bene. I dettagli emergono pian piano. Siamo discreti. Non si avverte alcun motivo per dubitare delle parole dell’altro. Neanche i pensieri nella mente di una persona fluiscono così, semplici e scorrevoli. E so perché questo accade. Io e Giulia non ci siamo mai chiesti nulla, non abbiamo mai preteso niente l’un dall’altra. Nessuna aspettativa significa dono puro, significa alleanza disinteressata, significa, aldilà del senso che potete attribuire a questa parola, amore.

Giulia mi porta a casa sua. Il programma per la serata è il seguente: chiacchiere, musica e mojito. La mia vera missione è: conoscere Dimitri. Dimitri è il nuovo compagno di Giulia. Stanno insieme da più di un anno. Lui è più grande di lei. Dimitri è un uomo. Che mantenga una verve giovanile è fuor di dubbio, ma a vederlo si direbbe subito che è un uomo. Poi Dimitri lavora per una cooperativa sanitaria e suona la chitarra. Si capisce che fa le due cose con egual passione. Fin dalle prime battute (nell’attesa spasmodica di un mojito mentre a Forlì, alle 22.30, ci sono ancora 30°…) mi pare simpatico e alla mano. Potrei perfino spingermi a dire che sia uomo buono, ma non mi pare il tipo che vuole darlo a vedere.

Il ghiaccio si scioglie immediatamente. Una sorta di liquidità annega le pareti della stanza. Non più e non meno che tre amici che chiacchierano svaccati sul divano. Eppure qualcosa in più sono certo di sentirla. Qualcosa in più c’è. Non la colgo subito ma quando realizzo immediatamente avverto mutare i muscoli del mio viso. Una sorta di tensione mi coglie. E mi coglie impreparato. È una paresi emotiva che mi immobilizza. È un calore che mi investe. È qualcosa che mi sovrasta. Avverto come un fastidio farsi breccia in me. Mi sento subito in colpa e allora maschero il senso di colpa dietro un sorriso stentato. Ho l’impressione che si siano accorti di questo mutamento anche se non possono certo immaginare. Sgrano gli occhi. La fronte s’imperla. Cosa mi sta succedendo? Faccio un grande sorso. Mi guardo intorno spaesato. Butto nel mezzo un argomento di cui in realtà non mi interessa nulla. Mi accorgo che sto respirando a fatica. Faccio finta di niente. Uso tutte le mie arti teatrali. Dopo pochi attimi la conversazione torna a fluire. Il mojito è quasi finito. Il calore sta svanendo. La mente si schiarisce.

Mi sto riempiendo di felicità, della felicità di altre due persone ma non per questo si tratta per me di felicità di un minor grado. Ecco cosa sta succedendo. Lentamente mi sento dilatare. Le fasce muscolari. Le fibre. Tutti i tessuti. Mi sto riempiendo. È incredibile. Inarrestabile. Ogni loro sguardo d’intesa, ogni battuta, ogni rimando alle parole dell’altro, ogni sorriso cela un universo sconfinato di passione, ogni piccolo pezzetto dell’uno si lascia scoprire radicato dentro il corpo dell’altro, ogni silenzio, ogni parola non detta non è detta perché non serve, non serve più. Mi sento sazio, gonfio, satollo. Sento che sto per esplodere. “Non ho lo stesso spazio che hanno loro per contenere la felicità” – penso. Sto per esplodere, per squartarmi inevitabilmente sulle loro facce. Nessuno spillo metafisico riuscirà salvarmi. Nessun tenue sfogo di tensione. Sono nel panico. È un po’ che sto zitto. Sto serrando con forza le labbra. Devo resiste, come un palloncino gonfiato da un tornado. Devo pensare ad altro.

“Abbiamo gli stessi occhi che avevamo ad Urbino, solo un po’ più vecchi, solo un po’ più sereni. Dentro c’è la stessa identica luce. Siamo ancora ciò che eravamo. Eravamo turbini, siamo ancora turbini, solo un po’ più lenti. Giulia mi dà ancora quel senso di madre che mi dava un tempo. Mi piace questa casa e il divano è comodissimo. Sto diventando il divano. Oh dio, sono bellissimi. Amore. Amore: una parola che da anni non penso più con convinzione. Questo è amore? L’amore non esiste. Se dovesse esistere però, credo sia questa cosa qui che ho davanti agli occhi. Devo essere diventato gonfio come l’omino Michelin. A mille e mille bar di pressione come sul fondo dell’oceano più profondo. Siamo oceani. Gli oceani si toccano. Il mio oceano deve essere collegato con il loro. Anche se mi sento profondo come un bicchiere d’acqua. Le loro profondità, la mia profondità. Siamo tutti un grande oceano in realtà. Allora. La loro felicità. Può essere la mia felicità. La loro felicità è la mia felicità. Grazie Giulia.”

Torno in me. Provo a respirare dopo un’apnea che mi sembra lunga una vita. E ci riesco.

25/09/2012

Chiappanuvoli

Agata – Cartoline dal 2012

Quest’anno viaggio amarcord, viaggio low cost (ma ormai è una consuetudine) e viaggio all’insegna della natura e dell’avventura (altra consuetudine). Ecco qualche breve cartolina.

Agata – Urbino 17-18/08/2012

Sms: “Agata è dio. Diventare come lei. Preservarla, lasciarla così com’è. Grazie” (inviato a Lorenzo il 18/08/2012).
Sono sul treno regionale Ancona-Bologna, partenza da Pesaro destinazione Cesenatico, l’equivalente mobile di un forno crematorio. Dal monitor di servizio: Temp. esterna 31°, Temp. interna 32°, Velocità: 25 Km/h. Quando il treno è in movimento l’aria che filtra attraverso i due soli finestrini funzionanti è pari al ricordo del soffio fresco di una cannuccia puntata sulla mia faccia da una distanza di venti metri. Sudo.

Non riesco a pensare ad altri che ad Agata. Al suo sorriso. Allo sguardo attento e magnetico. Al modo di catturare costantemente e delicatamente l’attenzione degli altri. Agata non è una persona. È ancora essenza, è ancora essere umano. Lei è ancora come è.
Agata è la bambina di Lorenzo e Verena, due ex colleghi universitari di Sociologia. Loro sono rimasti a Urbino, o nei pressi. Fui proprio io a farli conoscere al primo anno. Si innamorarono. Hanno lottato per stare insieme, anche contro di me. L’anno scorso si sono sposati. Cinque mesi fa è nata Agata.
Agata non sa far altro che ridere. Lei accetta con gioia ogni nuova scoperta che le offre la vita. Lei ride. Lei esplode ogni volta.
Agata è in possesso di una qualche verità, ne sono certo. È come se lei sapesse qualcosa che a noi sfugge. Lei sa qualcosa che noi abbiamo dimenticato. «Preservarla» penso. «Imparare da lei, possiamo imparare da lei, forse anche solo a ricordare.»

Il sudore mi gocciola lungo il collo, sulle palpebre, dalla fronte. Vorrei mettere la testa fuori dal finestrino ma, nei treni regionali a due piani, i finestrini sono alti non più di 15 centimetri e per la maggior parte sono bloccati al fine di permettere un corretto uso dell’aria condizionata che però puntualmente non funziona.
Il bagnetto nella vaschetta di plastica verde per bambini. La pelle tenera e immacolata. La smodata quantità di saliva prodotta, pari a quella di un esemplare adulto di San Bernardo. I suoi occhi. I suoi occhi.

«Nasciamo belli. Nasciamo sani. Comunque sani. Comunque felici. Siamo noi che guastiamo noi stessi.»

Quegli occhi, un rasserenamento con il proprio animo. Verità a portata di mano.

12/09/2012

Chiappanuvoli

Malto – racconto post-organico.

Malto.

È solo malto. Non è consolatorio però ripeterselo in continuazione, ma lo faccio. Sembra che abbia perso il controllo della mia vocina interna. La razionalità. Urla credo.

L’azzurro della spugna cozza contro il marrone dolciastro. Il sapore che sento nella gola. Parte del mio corpo ne è ancora intrisa. Sarebbe stato un suicidio perfetto per affogamento tra le tue braccia.

Non mi avresti salvato. Dèi dei dubbi.

Torbidi brividi di marrone smorto stavano appena cominciando a scivolare su mobilie incerte, e a bagnare corpi storpi certamente insicuri quando. L’azzurro dei tuoi occhi.

Non c’era altro modo di salvarsi. Dubbi divini.

E queste mie urla che vorrei sempre più azzurre ma è malto. Non si slava. Dalle lenzuola al tappeto in cucina. Mi sto lasciando deglutire e affogare. Bollicine di speranza che scoppiano, dolci e parche, di follia e paura. Già sappiamo tutti.

Azzurra. Dèi dubbi divini.

Ho tradito sogni più grandi di questo. Ho leccato il mio dorso succhiando ancora più veleno. La principessa mi ha sempre detto di non esistere. Anche se ho sempre confuso le sensazioni di viscido.

La mia fantastica edilizia ha sempre, come sempre farà, costruito megagalattici obelischi. Figurarsi che chiesi in dono, alle mie povere origini, un oltremare verde di gru già in età della libertà.

La ottenni.

Metri 100 sul livello del consueto. Compagnia spazzata via. Folate e deliri.

Il vuoto su cui vivo ed in cui credo.

Ancora devo sentirmi chiedere com’è possibile?

Li accompagni anche tu…

Eppure.

Come vorrei saper, e poter, finire questo seguito di parole…

Eppure.

Come vorrei non dovermi sempre costruire la verità. Come vorrei almeno costruirmi credente.

Eppure.

Un blando intreccio di concetti di dita. Struggentemente è assolutamente e tristemente lì.

Mi sento fortunato. Tu.

Nodi che si propagano come se insieme avessimo vissuto per qualche tempo tra i tuoi capelli. Il tempo confonde ed infittisce.

Ho avuto paura. Tu.

Quella magica fede che cinge la forza delle preghiere. Giungevamo le mani con i corpi. Lì era Dio?

Tu termini una proteina.

Io credo che ogni uomo e donna siano fratelli di sangue quando si rifugiano e rioriginano nell’Eden.

Noi. Una formula e una costruzione.

E dunque. Il caso.

Sciolti senza scelta.

Adesso mi avverto vuoto avvitato intorno ad un vago bruciore. Credo.

Abbiam salva la vita. Defunto solo il tempo.

Siamo fortunati.

Abbiamo riso. Non abbiamo fatto ridere nessuno.

Di cosa ti senti più unta? Di fortuna.

Ho già tolto, in realtà, lo yogurt al malto. Il fango. Le bollicine. Ecco.

Fortuna.

Com’è difficile vomitare quando avresti bisogno di mangiare.

Ecco.

Il piacere di stringerti ha logorato truppe. Ne avevo bisogno. Stringendoti sapevo di far male. Di solito opto per vivere. Le dita sul tuo volto sapevano già di essere smarrite. E seguivo la strada qualunque fosse stata. Vedendoti, la storia pareva in grado di fingere altre invenzioni, nei tuoi occhi eravamo già stati. Nei tuoi occhi vedevo futuro d’un riflesso di lacrima e bagno e ora affogo. Col pianto nella gola.

E stringerti.

Discrepanza tra bisogno che c’era e voglia che covo. Nutro.

“Ale”                                                                                                                “—”

Sto meglio.

Sapendo d’esser, in qualunque modo, un buon risveglio.

Buona notte.

30/04/2005

Chiappanuvoli