75 pagine conglomerate – ad Andrea Zanzotto

Conglomerati – A. Zanzotto (copertina)

Vergogna c’è dentro il poeta.

La rabbia e la frustrazione rosicano i gomiti

c’è convivenza. Decenza

impossibile vivere e scrivere eppure

arriva il Tempo che si muore. Non c’è, sì c’è

che non sono il più adatto a scrivere un ricordo

75 pagine conglomerate e 900 anni sì sono

no, non sono sufficienti. Eppure.

La vergogna di vivere è più forte della vergogna di scrivere.

È così che siamo ridotti nell’ultima notte

a stringere i denti per non vomitare

per non mollare a tremare hai mollato

la paura dell’usuraio

–                      vergogna sopravvivere alle vite                      –

Il male minore chiesto implorato

è ritornato la morte

ed io non t’ho amato.

Fermarsi appena è la poesia

sulla lama la gogna solo vergogna

Poeta. Con-vivi.

18/10/2011

Chiappanuvoli

Violenza Romana

In questo blog ogni riferimento politico è puramente casuale, qui non si parla della politica che siamo abituati a conoscere, ma della politica come servizio, della necessità antropologica della politica.

foto di Annalisa Melandri (http://www.annalisamelandri.it/)

16/12/2010

Io a Roma non c’ero. Col senno di poi, avrei voluto esserci però. Per capire meglio, per vedere con i miei occhi e per sentire con le mie orecchie. Per questo, le parole che ho scritto non hanno la pretesa di dare un lettura politica di quanto avvenuto. Ritengo la questione ben complessa per dare anche un singolo giudizio su qualsiasi delle persone presenti a Roma. La mia è una lettura esterna su un evento che rappresenta il momento storico che stiamo vivendo. La mia è una interpretazione “sistemica”.

Sento parlare in questi giorni di violenza, di protesta, di manifestazioni pacifiche. Vedo le persone riempirsi le bocche in televisione o sui giornali o nei profili di Facebook di parole di condanna o di difesa per la violenza perpetrata ieri. Vedo gente difendere o continuare ad attaccare. Ma difendere cosa? Attaccare cosa? In realtà, ciò che si sta dicendo in questi giorni ha del vago, ha del qualunquismo infilato tra le righe. La violenza è uno dei capisaldi che fondano la natura e lo spirito umano. La società si fonda, secondo gran parte dell’Antropologia, sul controllo della violenza. Il potere, diceva Weber, è null’altro che il controllo della violenza. La violenza non è, dunque, il manganello, la pietra, il fumogeno, il fuoco, gli arresti improbabili, la sciarpa sul viso, la disorganizzazione organizzata delle forze dell’ordine. La violenza è altro, è altro di più profondo, è un sub-strato, è un humus, è un contesto.

I fatti visti 2 giorni fa a Roma manifestano una semplicità quasi imbarazzante da ammettere. Una vergogna profonda dentro ognuno di noi. Perché vedendo quelle immagini, la prima emozione che si prova non è il disgusto o la rabbia. La prima emozione che si prova, ma che al contempo non si accetta, è la vergogna. Ognuno di noi, infatti, è cosciente, anche inconsciamente, di essere parte integrante del sistema società. Anche gli emarginanti, ad una lettura attenta, ne avvertono il peso mostruoso o il peso leggero della libertà di non esser parte di un tutto, di un prodotto profondamente umano e culturale. La società è un corpo vivo, fatto da ogni piccola cellula viva e in qualche modo responsabile del tutto. L’individualismo stesso, messo in croce da 50 anni a questa parte, dai sistemi di lettura sociologica, non ne è che un effetto. L’individualismo è una pena da espiare.

Non a caso di vergogna parla anche Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica. Ma pur cogliendo il noccio della questione, la lettura di Saviano resta di superficie. Quello scritto è un messaggio debole, valido il tempo di far stemperare gli animi. La direzione delle sue parole è giusta, ma un cartello non rappresenta da solo la strada che siamo chiamati a percorrere. «Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto contrario.» ha scritto.

La vergogna nasce quando qualcosa in cui si crede inizia a vacillare, Dio agli occhi di Adamo ed Eva dopo le malizie del serpente. La vergogna per cosa, però? La vergogna per noi stessi, per le nostre credenze, per i nostri sistemi di riferimento, per la nostra cultura, per la nostra società. La vergogna per noi stessi in ultima analisi. E la vergogna è uno dei fattori scatenanti della violenza. Non siamo fatti per vivere nel caos, o almeno, non lo siamo più, per questo reagiamo e reagiamo con violenza ai dubbi.

Quello che abbiamo visto a Roma non era violenza fine a se stessa, era vergogna reazionaria che genera violenza. E questo è valido per i cosiddetti black block, per i book block, per gli studenti, per i terremotati, per quelli di Napoli, per i popolo Viola, per le forze dell’ordine, per le questure, per il ministero dell’interno, e via dicendo. Mai la violenza è senza causa, ma ha una causa profonda, non politica ma vitale. A Roma, in definitiva, si è manifestata la vergogna di un sistema che ormai vacilla, di una Nazione ormai allo sbando, di una cultura stuprata ogni giorno, di una dignità umana che non ricordiamo quasi più, ma che sappiamo in fondo di avere. La fine di un ciclo si è palesata. Potranno continuare a mettere “toppe”, ad elargire contentini, a mistificare la realtà, ma ormai il declino è in atto. Non si parla qui di sistema economico italiano, di Governi e Governucoli, di Capitalismo o di altre chimere. Qui si parla di sistema culturale, simbolico, semantico. Qui si parla della ragnatela su cui si è costruita la nostra cultura dalla notte dei tempi. Ebbene spesso questa ragnatela si rompe lasciando cadere i sistemi nel vortice del caos. Caos in cui non possiamo più esistere.

Quello che è successo a Roma è un campanello d’allarme, come del resto ne è piena la cronaca quotidiana o i racconti dei fatti provenienti dal resto del mondo. Qualsiasi di essi. La violenza è il suono di questo campanello. La violenza si palesa sempre per ricordare, per avvisare che il sistema culturale, le nostre convinzioni, stanno crollando. Piano piano o d’improvviso. Lei, la violenza, ce lo sta a ricordare perché lei è sotto, lei è prima, lei è dentro ognuno di noi. Lei è parte non è un semplice mezzo.

Chiappanuvoli

Link:

Lettera ai ragazzi del movimento di R. Saviano

Risposta degli studenti a Saviano contenuta in http://www.ateneinrivolta.org

Succhiare il sangue alla realtà – “Draquila” – Recensione

Il documentario Draquila della Guzzanti e la propaganda governativa a confronto, analisi sociologia degli eventi di questi giorni e dell’ultimo anno trascorso.

Ho visto il documentario della Guzzanti e ritengo che sia fatto sostanzialmente bene. Il mio giudizio nel complesso è sufficiente. Rispecchia la realtà che si respira qui a L’Aquila ma che sfugge ai più. Non è questo tuttavia il punto della questione. Il problema è un altro ed è assai profondo, affonda le sue radici nella società contemporanea italiana e nei ruoli dei soggetti coinvolti. Le critiche che i “non andrò a vedere Draquila” rivolgono all’artista sono, di fatto, banali ed inconsistenti, si limitano alla presunta strumentalizzazione operata nel documentario, allo sciacallaggio mediatico e ad un vago rimprovero: “dov’era la Guzzanti (artista) il 6 aprile notte?”.

Comincerei da questo ultimo punto. L’anno scorso alle 3:32 della notte la Guzzanti è colpevole di essere stata nel suo letto a dormire. Effettivamente sarebbe potuta venire a L’Aquila a dare una mano, a dare coperte e primi soccorsi a noi aquilani. Avrebbe trovato una città colpita, ferita e sola ad aspettarla. Per chi c’era in centro il 6 aprile dovrebbe ricordarsi che i primi soccorsi, comunque preziosissimi, sono arrivati alcune ore più tardi, dopo le telecamere. Non si vuole qui fare polemica sterile, è tempo andato, la situazione era terribile. Si vuole invece sottolineare che nessun aquilano era pronto al peggio e, prima di chiedermi dove fosse un artista di spettacolo, mi chiederei dove fosse la prevenzione. Dove fossero le autorità, dove fossero i politici, dove fossero gli esperti che non hanno messo in preallarme la popolazione il 31 marzo, dove fossero le esercitazioni antisismiche, dove fossero i luoghi adibiti in caso di emergenza.

Per quanto riguarda lo sciacallaggio mediatico, la Guzzanti è in ottima compagnia. Durante il mio volontariato molti giornalisti non hanno esitato a chiedermi di parlare con i “casi umani”, giornalisti RAI e Mediaset. Chiunque ha sciacallato la nostra sofferenza, non posso non ricordare la giornalista di Matrix che svegliava i terremotati che dormivano in macchina. Ma non è questo il punto. Il punto è che siamo tutti vittime di un’informazione esasperata da reality, in cui lo scoop vince sul fatto di cronaca. La causa è la nostra perversione recondita, ormai indifferenti al dato di fatto, ci lasciamo tutti prendere dal carattere emotivo di ciò che vediamo. Non se ne può fare una colpa alla Guzzanti che ovviamente “sfrutta” la situazione, ma con estrema partecipazione. Avete visto il suo viso contrito, i suoi capelli spettinati? Da agosto la Guzzanti ha vissuto con noi, in mezzo a noi, ha respirato la nostra polvere.

La strumentalizzazione, infine. Bastano due esempi lampanti. Il G8 e la consegna della prime case, quelle di Onna. Il nostro governo per tramite del nostro premier ha portato per primo l’attenzione mondiale a L’Aquila, ma non in maniera legittima e disinteressata. Il G8, la preannunciata manna dal cielo per L’Aquila, si è rivelata un flop. I soldi dei grandi del mondo non sono arrivati. Di contro Berlusconi ha potuto mostrare, con abile utilizzo questa volta sì del montaggio del montaggio, ciò che voleva, tutti i lati positivi del suo intervento, che ci sono stati, ma lasciando in ombra tutte le difficoltà, le sofferenze di una popolazione relegata in tendopoli da ormai 4 mesi. Le comparse, ossia le autorità locali, non hanno fatto nulla per portare l’attenzione suoi problemi reali. 15 settembre, Onna, consegna delle prime case costruite con i soldi della Croce Rossa Italiana dalla provincia di Trento. Improvvisamente, per i ritardi nella costruzione del piano C.A.S.E., quelle case erano state costruite dal Governo Italiano, nulla di più falso. Non è questa una strumentalizzazione? Sul palco, alla consegna, la provincia di Trento non è stata neanche invitata, c’erano solo Berlusconi, Bertolaso e monsignor Molinari.

La questione di fondo sono i ruoli. Il ruolo dell’artista è quello di interpretare la realtà, assorbirla, metabolizzarla e riversarla in un’opera. Per quanto l’artista si sforzi di essere oggettivo, il prodotto finale è sempre una visione soggettiva. Ma questa è l’arte, da sempre, da quando si è iniziato a disegnare sulla pareti della caverne. Lo Stato invece non può permettersi di dare versione artistiche della realtà. Lo Stato è espressione del popolo, non deve dare una versione dei fatti ma rappresentare la versione che il popolo stesso gli dà. Lo Stato è garante del volere e delle impressioni del popolo. Il ruolo dello Stato e dei “suoi” apparati informativi è quello di essere portavoce, rappresentante della realtà, nel bene e nel male. Altrimenti, l’informazione prende a chiamarsi, giustamente, propaganda.

Se proprio volessimo trovare difetti al documentario della Guzzanti, non è da un punto di vista distorto e parziale che si deve partire. Le critiche che si possono rivolgere alla Guzzanti sono altre. In particolare tre. 1) La strumentalizzazione dell’evento catastrofico dell’Aquila, se si manifesta, c’è nell’accanimento contro il Governo, Berlusconi e Protezione Civile che risulta forse esasperato. Pur essendo personalmente d’accordo con ogni parola affermata in Draquila, il bipolarismo “terremoto-Berlusconi” risulta più focalizzato sul secondo. 2) Da ciò ne risulta che l’immagine del Governo-Premier-Bertolaso-nemico risulta eccessivamente enfatizzata. Pare un soggetto etereo, irraggiungibile, metafisico, quando invece trattasi di null’altro che persone, di nostri rappresentanti politici e la politica, va ricordato, è la conduzione della realtà sociale. 3) Il documentario, a causa di questo squilibrio, è costretto anche a dare poco spazio alle alternative. L’impressione finale ti lascia sgomento: “la situazione è troppo grande, è troppo grave, non si può far nulla”. Lo spettatore è accompagnato nella nostra realtà e rimesso, alla fine, nello medesimo posto, nello punto iniziale. Le alternative invece ci sono, si sono prodotte, dai comitati, dai singoli cittadini, dai politici stessi, ma, fatta eccezione per le case di legno ed i container, non se ne fa cenno.

Il consiglio con cui vi lascio è il seguente, prima di aprire bocca e dar fiato, prima di criticare l’operato altrui, bisognerebbe sempre controllare dove sono collocati i nostri piedi. Il rischio è quello di essere strumentalizzati, questa volta davvero e senza possibilità di rimedio.

Va ricordato infine che la signora Sabina Guzzanti ha donato svariate migliaia di euro per la realizzazione del villaggio ecosostenibile di Pescomaggiore, oltre ad aver trascorso quasi un anno a L’Aquila.