Stella d’Italia, un viaggio oltre le parole

foto di Alberto Melak Ethiopia

foto di Alberto Melak Ethiopia

Bisogna mettere in chiaro una cosa, non bastano solo le parole a descrivere un libro che trascende il significato delle stesse parole che contiene, che esonda dalle pagine, che contagia e fa breccia nell’animo del lettore. Ci provo tuttavia, cosciente che riuscirò solo in parte a centrare l’obiettivo.

Stella d’Italia. A piedi per ricucire il Paese (Oscar Mondadori, Milano 2013) è molto più che una semplice rilegatura di fogli stampati, è un’esperienza vitale, il racconto di un’impresa epica “irradiante”, come direbbe il suo curatore Antonio Moresco. Dopo averlo letto, un senso lacerante di rimpianto, per non aver preso parte al cammino vero e proprio, se non nella fase organizzativa dell’arrivo all’Aquila, ha avvolto il mio animo. Oltre a essere il prezioso diario di viaggio di un gruppo spontaneo di sognatori/camminatori, un viaggio dal sapore antico di (ri)scoperta, Stella d’Italia è una testimonianza concreta che, nel nostro malandato Paese, c’è ancora spazio per le imprese utopiche e coraggiose, che c’è un dannato bisogno di progetti dal basso che riescano a far breccia nelle coscienze degli Italiani, che diano speranza a un popolo eterogeneo e ormai frustrato, alla continua ricerca di se stesso.
Speranza appunto, ma anche determinazione, vitalità, sacrificio, forza, fatica, diligenza, rivoluzione, proposta, progetto, calore, ricerca, sostegno, fratellanza, amicizia, sperimentazione, solidarietà, risorgimento, organizzazione, amore, letteratura, sono solo alcune delle parole che rimbalzano tra le pagine e che potrei utilizzare per parlare di questo libro, per tentare di svelarne i molteplici segreti, per far luce sui suoi infiniti significati. Parole, come detto, il cui senso par essere totalmente trasceso, direi rivoluzionato, reinventato, da un lato, e dall’altro, riscoperto, ricongiunto finalmente alla sua radice antica.
A tre parole, però, ho deciso di affidare il significato che ha assunto per me Stella d’Italia, alle prime tre che mi sono venute in mente subito dopo aver chiuso il libro, consapevole a mia volta di dover necessariamente trascenderne il senso, di doverlo reinventare/riscoprire.

Italia. L’etimologia del nostro nome è ancora aspramente dibattuta, intriso com’è di storia, mitologia e letteratura. Se le origini semantiche sono incerte, tutti sappiamo invece che la nostra storia è fatta d’innumerevoli guerre, d’invasioni barbariche e dominazioni straniere, di divisioni politiche e culturali insomma. Nonostante i segni di queste cicatrici siano ancora evidenti, non troppo tempo fa ci siamo uniti sotto un’unica bandiera e chiamati Fratelli d’Italia. Siamo diventati quindi una cosa sola, seppur frammentata, rattoppata, e questa “cosa” è l’identità che ci portiamo dentro. La Stella ricuce, prima di tutto, il nostro tessuto identitario, ci fa riscoprire più vicini, più simili. I camminatori e le camminatrici sono partiti dai quattro angoli del Paese per raggiungere tutti insieme L’Aquila, il suo cuore ferito, attraversando ogni nostra peculiarità territoriale, che è confluita poi nei testi dei 41 autori. Ci sono le macro categorie di Nord e Sud, ci sono le differenze tra Est e Ovest, ci sono le impercettibili sfumature delle piccole realtà di Provincia, le diversità insormontabili “tra vicini di casa” e le affinità insospettabili tra borghi agli antipodi per geografia e tradizione. È l’Italia più vera, quella meno rappresentata in TV come in politica, quella più vicina alla realtà sociale ed economica del Paese. È l’Italia più vulnerabile agli effetti delle decisioni che piovono dall’alto, al contempo, è l’Italia che più sa mettersi in gioco, che più tenta di reagire al momento di crisi prolungato all’infinito, spesso riuscendoci alla grande. A questa Italia, in fondo, parla la Stella, a tutti quei cittadini che non si riconoscono più sotto l’etichetta di “ultimi della classe”, e che si sentono, invece, parte di quell’ambizioso progetto chiamato Europa, membri orgogliosi di un Paese grande tra i suoi pari. Un’Italia onesta, civile, solidale, felice insomma, felice di essere semplicemente se stessa, un coacervo creativo di affini divergenze.

Follia. Trovo fantastico che il termine venga da fòllis, pallone pieno di vento per giocare, e quindi da fòllere, muoversi di qua e di là. Stella d’Italia è stata un lento moto ondoso che ha attraversato la penisola, un fermento di donne e uomini che con i loro corpi hanno mosso l’idea folle, appunto, di “ricucire a piedi il Paese”, di rimettere insieme i pezzi di questo grande barcone che pare alla deriva, di restaurare una terra che, prima di tutto, ci è casa. Una ricostruzione simbolica e al contempo materiale, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla mia terra. Folli, come altro definirli, sono stati tutti quelli che hanno partecipato, oltre mille, folli coloro che hanno collaborato, folle chi ha condiviso/compreso il senso del cammino, folli, più folli di tutti, quelli che l’hanno inventato, Il Primo Amore e Cammina Cammina, totalmente folli, per aver camminato per oltre 4000 chilometri in 54 giorni attraverso il Paese intero verso il suo buco al centro. Una follia intesa in senso etimologico, come stimolo al movimento, a non darsi per sconfitti, a “sbattersi” ancora di qua e di là per trovare una soluzione alternativa al lento e inesorabile decadimento politico, culturale, morale, cui andiamo incontro. Folli della stessa sfrontata follia di Don Chisciotte, i camminatori sono stati dei moderni cavalieri, nobili d’animo, capaci di riconoscere nei “mulini a vento” i veri nemici di oggi, la burocrazia apatizzante, l’economia pericolosamente distaccata dalla realtà, la cultura sempre più povera e spettacolarizzata, e sempre meno impegnata socialmente. Folli perché siamo diventati tutti un po’ pazzi, un po’ malati, dei disadattati, in fondo, a una realtà cui sembriamo non appartenere più ma insieme ci possiede. Folli perché forse è davvero arrivato il momento della follia, di questa follia, di muoverci di qua e di là, di dar vita a un nuovo cammino, a un nuovo umanesimo, folle sì, ma certo più reale, più felice, più libero. È il momento di rimettere l’essere umano al centro.

Umanità. Una parola immensa permeata di significati fondamentali. Al solo pensiero, sotto la pelle si muovono un’emozione atavica, vitale e una paura paralizzante, umana, dovute all’arduo confronto con ciò che siamo, che abbiamo deciso di essere. Umanità intesa sia come genere umano, come insieme di Homo Sapiens, uomini e donne che vivono da millenni questo pianeta malridotto, sia come concezione etica basata su un ideale positivo, fiducioso nelle nostre capacità, nei nostri valori e sentimenti, un ideale valido per tutti gli esseri umani, senza distinzione alcuna. L’origine del termine è romana, humanitas, viene dal Circolo degli Sciopioni che tradussero il termine greco di “filantropia”, ossia benevolenza. Tre i principi guida: la filantropia appunto, il dovere di porsi al servizio degli altri; l’autonomia della persona; la dignità dell’attività culturale, oltre che politica. Cos’altro è stato Stella d’Italia se non questo, una dimostrazione sincera d’amore verso il nostro Paese, un abbraccio appassionato rivolto ai fratelli, italiani e stranieri, con i quali condividiamo la sorte; la dimostrazione che siamo ancora un Paese meraviglioso, ricco, ancora felice, che siamo un popolo indipendente per cultura e civiltà, e non meramente asservito alle logiche finanziarie globalizzanti, e che un modo altro per uscire dalla crisi esiste, è nella nostra carne, nella nostra storia, che non è tutto già stabilito, che possiamo ancora decidere il nostro futuro, e costruirlo insieme solidalmente; Stella d’Italia è la dimostrazione che la nostra cultura popolare e locale merita di essere salvaguardata, valorizzata e condivisa, e che per farlo dobbiamo esser noi stessi i primi responsabili, i suoi primo amministratori, i suoi amanti sinceri, per il nostro bene, del Paese e dei nostri fratelli, solo da qui inizia davvero un nuovo cammino.

Locandina Jpeg

08/10/2013

A Bruxelles si può vivere

A Bruxelles si può vivere. Questo ho capito andando a Bruxelles lo scorso fine settimana. Ho capito anche altre cose, ma questa mi è ben chiara. Forse questa è la cosa più importante che dovessi capire. Ci sono andato per visitare la città ma anche per trovare te che ci vivi e forse ora, se uso questo tu così improvviso, sto proprio scrivendo a te. Prendila come una lettera, anche se una lettera non vorrebbe essere. Di solito durante o dopo un viaggio ho sempre bisogno di tirare le somme, di fare una sorta di diario di bordo. Ne faccio sempre, ma forse tu non lo sai.

Sono contento di averti trovato bene. A parte quella spalla… E sono stato felice di trovarmi attorno a quel tavolo, con te, con lei e con lei. Era come se, parlando di noi, formassimo un noi, anche se questo noi, in realtà, non esiste proprio del tutto. Esisteva un tempo, e dobbiamo riconoscere che è gran parte del noi che siamo oggi, ma non ci contiene più totalmente quel noi, me, te, e loro. Siamo stati a lungo distanti, io e te. Per troppo tempo. Ci siamo sfilacciati. Abbiamo vissuto in mondi diversi. Fatto esperienze opposte. Ma stessa origine abbiamo, io e te, stessa famiglia, stessa madre, potremmo dire. – Sorrido. Come è vera questa cosa. Stessa madre, io e te. Fratelli, io e te. E stesso padre, io e te. Stesso amore, stesso dolore. Già non sorrido più. – Bruxelles, dai, provo a stare sul pezzo.

Credo che non apprezziamo le stesse cose delle città. Per esempio, Bruxelles per te è un punto di snodo al centro dell’Europa, una porta sul mondo, io, invece, l’ho vista più come un punto di arrivo nel centro dell’Europa, una stanza già mondo. Una mezcla mi verrebbe da dire e, non a caso, mi viene in spagnolo. Mi è sembrata un porto franco per culture, un’isola felice, un confortevole scrigno imbottito. I suoi quartieri a incidenza etnica mi sono parsi roccaforti di cultura e, se non lo sono, dovrebbero essere salvaguardati come tali. Li vedo come salvezza e non come perdizione. Salvezza del buono che siamo, che siamo sempre stati, seppur nelle nostre differenze culturali. Salvezza dalla perdizione che ci aspetta se continueremo a non considerare le pericolose conseguenze dei nostri atti. Sono un po’ apocalittico, è vero. Tu non mi sei sembrato per niente apocalittico, tu sei più a dentro, più calato nel tempo che viviamo. Io me ne sto a margini, medito sulla riva del fiume. Tu vivi, proteggi te stesso e la tua integrità, e cerchi di essere felice. Io la felicità non la cerco affatto. Cerco “la soluzione” ma non ho ancora ben capito se per tutti o solo per me. – In questi giorni, ti faccio una confidenza, ho dubbi sul fatto che la stia cercando per tutti, forse la cerco solo per me e m’illudo che possa essere la soluzione per tutti. Forse sono un megalomane, spero di essere solo un po’ confuso.

Bruxelles ti ha dato lavoro. L’hai trovato in poco tempo. Sei stato bravo perché sei bravo. Io il mio lavoro lo sto costruendo a piccoli passi. Non so se sono bravo, questo è il mio problema. Da questo punto di vista, Bruxelles mi è stata di grande aiuto, devo dirtelo. Mi ha illuminato con le sue convergenze, mi ha permesso di stare per pochi attimi al centro e non al margine, dove mi ostino a restare. Nell’occhio dell’uragano mi sono sentito più vivo, più presente. Gli odori multietnici mi hanno inebriato, la varietà delle pelli mi ha ricordato cosa sto facendo. Motivazione e determinazione. Abbiamo diversi obiettivi, io e te, comunque percorriamo strade fatte di scelte, di salti nel buio. Il momento di vita che stiamo affrontando è leggermente sfasato. Tu un grande salto l’hai già fatto, sei atterrato e ora inizi il tuo cammino. Io mi sono spostato rapidamente sul ciglio del dirupo, devo ancora saltare, ma diventa sempre più inevitabile. – Sei sempre stato un passo avanti a me, certo per l’età. Questa cosa però mi dava una particolare sicurezza, avevo un modello da seguire, o almeno un punto di riferimento nelle varie fasi della vita che tutti, prima o poi, affrontiamo. Eppure è limpido dentro di me il ricordo di come sapevamo essere quasi la stessa cosa quando eravamo piccoli, membri della stessa famiglia, io, te, e anche le nostre sorelle. Uniti di un amore che va oltre il sangue, che va oltre lo stesso volere, non lo volevamo era così e basta, l’abbiamo sempre sentito e, fratello mio, devo dirti, l’ho sentito ancora, lì a Bruxelles. L’ho sentito più che nelle ultime occasioni che ci hanno fatto incontrare, più che nel giorno in cui ti sei sposato e in quello in cui si è sposata tua sorella, nostra sorella minore, l’ho sentito come quel giorno gelido di qualche anno fa, un giorno leggermente velato dalla neve, in quella piccola chiesa piena della commozione di parenti e amici di una vita, tra le parole vuote, quasi offensive, dell’omelia di quel prete. Quel giorno in cui si è spezzato qualcosa lasciandoci tutti inevitabilmente più poveri, orfani dello stesso padre.

Ho iniziato che volevo parlare di Bruxelles…e non mi è riuscito granché. Ma perché ti sto dicendo queste cose solo ora? Questo è il punto. Ho avuto tutto il tempo per farlo, anche il tempo meteorologico. È piovuto quasi tutto il weekend a Bruxelles. Beh, vedi, era difficile. Avrei voluto dirti tante di quelle cose che alla fine ho preferito tenerti stretto tra le braccia il più a lungo possibile. Sai, pensavo, ora che ce l’ho, non voglio più lasciarlo andare di nuovo, non voglio più tenere lontano un pezzo così importante del mio cuore. Poi tornavo serio e consideravo che è nella realtà delle nostre vite attuali, non già perderci di vista, ma esistere distanti, tenendoci però sottocchio, costantemente. Certo, non come le nostre madri, ma comunque in contatto, diradato ma persistente. Abbracciarci a Natale. Vederci ai matrimoni, e poi ai battesimi e poi alle comunioni e così via. Saperci felici insomma. Questo pensiero mi restituiva serenità. Potevo tornare a Bruxelles, al sushi, a Magritte, alla birra, a Bruges, alla carbonade all’incredibile coesistenza di così tanti negozi di cioccolata.

In fondo, però, ciò che avrei voluto dire su Bruxelles credo di averlo pur detto. Sai, mentre camminavamo per le strade del quartiere Matongé, alla ricerca del negozio di scarpe a prezzi low cost, pensavo tra me e me, a Bruxelles si può vivere. Maturare, diventare padri, restare amici fraterni, consolidare una tradizione che in nuce già era nelle miniere di Charleroi, che per noi però nasce nel traforo del Gran Sasso e che potrebbe continuare, perché no, nelle gallerie dei centri commerciali attorno alla Grand Place. Essere famiglia come lo siamo stati in questi trenta cinque anni. – Questo pensavo. In fondo, a Bruxelles si può vivere…

Bruxelles DSC_6058 DSC_6087 DSC_6100 DSC_6116 DSC_6139 DSC_6156 DSC_6178 DSC_6183 DSC_6201 DSC_6202

Agata – Cartoline dal 2012

Quest’anno viaggio amarcord, viaggio low cost (ma ormai è una consuetudine) e viaggio all’insegna della natura e dell’avventura (altra consuetudine). Ecco qualche breve cartolina.

Agata – Urbino 17-18/08/2012

Sms: “Agata è dio. Diventare come lei. Preservarla, lasciarla così com’è. Grazie” (inviato a Lorenzo il 18/08/2012).
Sono sul treno regionale Ancona-Bologna, partenza da Pesaro destinazione Cesenatico, l’equivalente mobile di un forno crematorio. Dal monitor di servizio: Temp. esterna 31°, Temp. interna 32°, Velocità: 25 Km/h. Quando il treno è in movimento l’aria che filtra attraverso i due soli finestrini funzionanti è pari al ricordo del soffio fresco di una cannuccia puntata sulla mia faccia da una distanza di venti metri. Sudo.

Non riesco a pensare ad altri che ad Agata. Al suo sorriso. Allo sguardo attento e magnetico. Al modo di catturare costantemente e delicatamente l’attenzione degli altri. Agata non è una persona. È ancora essenza, è ancora essere umano. Lei è ancora come è.
Agata è la bambina di Lorenzo e Verena, due ex colleghi universitari di Sociologia. Loro sono rimasti a Urbino, o nei pressi. Fui proprio io a farli conoscere al primo anno. Si innamorarono. Hanno lottato per stare insieme, anche contro di me. L’anno scorso si sono sposati. Cinque mesi fa è nata Agata.
Agata non sa far altro che ridere. Lei accetta con gioia ogni nuova scoperta che le offre la vita. Lei ride. Lei esplode ogni volta.
Agata è in possesso di una qualche verità, ne sono certo. È come se lei sapesse qualcosa che a noi sfugge. Lei sa qualcosa che noi abbiamo dimenticato. «Preservarla» penso. «Imparare da lei, possiamo imparare da lei, forse anche solo a ricordare.»

Il sudore mi gocciola lungo il collo, sulle palpebre, dalla fronte. Vorrei mettere la testa fuori dal finestrino ma, nei treni regionali a due piani, i finestrini sono alti non più di 15 centimetri e per la maggior parte sono bloccati al fine di permettere un corretto uso dell’aria condizionata che però puntualmente non funziona.
Il bagnetto nella vaschetta di plastica verde per bambini. La pelle tenera e immacolata. La smodata quantità di saliva prodotta, pari a quella di un esemplare adulto di San Bernardo. I suoi occhi. I suoi occhi.

«Nasciamo belli. Nasciamo sani. Comunque sani. Comunque felici. Siamo noi che guastiamo noi stessi.»

Quegli occhi, un rasserenamento con il proprio animo. Verità a portata di mano.

12/09/2012

Chiappanuvoli