L’A.qui.la: 06.04.2013

 (più di questo non ha senso dire. CNL)

roma-aquila-26

Problema:

le

pa

ro

stro-nze mi coz-zano

du.re la go.la sali.va

scen

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no, non h

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qua-rto

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s-e-n-s-o:

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anno –

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no, non ci de

v’ess-er q.ui per

dono.

Ve

di gli assi

omi:

IN-CAPA-CITÀ

DE-RE-SPONSA-BILITÀ

EGO-ISMO

MIS-ERIA

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inuti

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ire 1

cit

tà se esse

ri u-mani man

cano.

Soluzione:

ba

da-be

ne pri-ma puri

ficati po

i puri

fica

ter-ra ar-ia car-ne san-gue

«degna la casa

degna la città

muori per lei

uccidi se devi»

al.tro

no, non è che

gue

rra d’ar-mi per civil

tà palin

genetica apoca

littica trucu

lenta qua-nto ba

sta il sacri

ficio il

tuo il

l’oro:

no, non

chiede-re,

con

quista!

è

violenza

l’u-ni-ca

pa

ro

rima

sta inte

ra

la.

Là.

05/04/2013

Chiappanuvoli

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Violenza Romana

In questo blog ogni riferimento politico è puramente casuale, qui non si parla della politica che siamo abituati a conoscere, ma della politica come servizio, della necessità antropologica della politica.

foto di Annalisa Melandri (http://www.annalisamelandri.it/)

16/12/2010

Io a Roma non c’ero. Col senno di poi, avrei voluto esserci però. Per capire meglio, per vedere con i miei occhi e per sentire con le mie orecchie. Per questo, le parole che ho scritto non hanno la pretesa di dare un lettura politica di quanto avvenuto. Ritengo la questione ben complessa per dare anche un singolo giudizio su qualsiasi delle persone presenti a Roma. La mia è una lettura esterna su un evento che rappresenta il momento storico che stiamo vivendo. La mia è una interpretazione “sistemica”.

Sento parlare in questi giorni di violenza, di protesta, di manifestazioni pacifiche. Vedo le persone riempirsi le bocche in televisione o sui giornali o nei profili di Facebook di parole di condanna o di difesa per la violenza perpetrata ieri. Vedo gente difendere o continuare ad attaccare. Ma difendere cosa? Attaccare cosa? In realtà, ciò che si sta dicendo in questi giorni ha del vago, ha del qualunquismo infilato tra le righe. La violenza è uno dei capisaldi che fondano la natura e lo spirito umano. La società si fonda, secondo gran parte dell’Antropologia, sul controllo della violenza. Il potere, diceva Weber, è null’altro che il controllo della violenza. La violenza non è, dunque, il manganello, la pietra, il fumogeno, il fuoco, gli arresti improbabili, la sciarpa sul viso, la disorganizzazione organizzata delle forze dell’ordine. La violenza è altro, è altro di più profondo, è un sub-strato, è un humus, è un contesto.

I fatti visti 2 giorni fa a Roma manifestano una semplicità quasi imbarazzante da ammettere. Una vergogna profonda dentro ognuno di noi. Perché vedendo quelle immagini, la prima emozione che si prova non è il disgusto o la rabbia. La prima emozione che si prova, ma che al contempo non si accetta, è la vergogna. Ognuno di noi, infatti, è cosciente, anche inconsciamente, di essere parte integrante del sistema società. Anche gli emarginanti, ad una lettura attenta, ne avvertono il peso mostruoso o il peso leggero della libertà di non esser parte di un tutto, di un prodotto profondamente umano e culturale. La società è un corpo vivo, fatto da ogni piccola cellula viva e in qualche modo responsabile del tutto. L’individualismo stesso, messo in croce da 50 anni a questa parte, dai sistemi di lettura sociologica, non ne è che un effetto. L’individualismo è una pena da espiare.

Non a caso di vergogna parla anche Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica. Ma pur cogliendo il noccio della questione, la lettura di Saviano resta di superficie. Quello scritto è un messaggio debole, valido il tempo di far stemperare gli animi. La direzione delle sue parole è giusta, ma un cartello non rappresenta da solo la strada che siamo chiamati a percorrere. «Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto contrario.» ha scritto.

La vergogna nasce quando qualcosa in cui si crede inizia a vacillare, Dio agli occhi di Adamo ed Eva dopo le malizie del serpente. La vergogna per cosa, però? La vergogna per noi stessi, per le nostre credenze, per i nostri sistemi di riferimento, per la nostra cultura, per la nostra società. La vergogna per noi stessi in ultima analisi. E la vergogna è uno dei fattori scatenanti della violenza. Non siamo fatti per vivere nel caos, o almeno, non lo siamo più, per questo reagiamo e reagiamo con violenza ai dubbi.

Quello che abbiamo visto a Roma non era violenza fine a se stessa, era vergogna reazionaria che genera violenza. E questo è valido per i cosiddetti black block, per i book block, per gli studenti, per i terremotati, per quelli di Napoli, per i popolo Viola, per le forze dell’ordine, per le questure, per il ministero dell’interno, e via dicendo. Mai la violenza è senza causa, ma ha una causa profonda, non politica ma vitale. A Roma, in definitiva, si è manifestata la vergogna di un sistema che ormai vacilla, di una Nazione ormai allo sbando, di una cultura stuprata ogni giorno, di una dignità umana che non ricordiamo quasi più, ma che sappiamo in fondo di avere. La fine di un ciclo si è palesata. Potranno continuare a mettere “toppe”, ad elargire contentini, a mistificare la realtà, ma ormai il declino è in atto. Non si parla qui di sistema economico italiano, di Governi e Governucoli, di Capitalismo o di altre chimere. Qui si parla di sistema culturale, simbolico, semantico. Qui si parla della ragnatela su cui si è costruita la nostra cultura dalla notte dei tempi. Ebbene spesso questa ragnatela si rompe lasciando cadere i sistemi nel vortice del caos. Caos in cui non possiamo più esistere.

Quello che è successo a Roma è un campanello d’allarme, come del resto ne è piena la cronaca quotidiana o i racconti dei fatti provenienti dal resto del mondo. Qualsiasi di essi. La violenza è il suono di questo campanello. La violenza si palesa sempre per ricordare, per avvisare che il sistema culturale, le nostre convinzioni, stanno crollando. Piano piano o d’improvviso. Lei, la violenza, ce lo sta a ricordare perché lei è sotto, lei è prima, lei è dentro ognuno di noi. Lei è parte non è un semplice mezzo.

Chiappanuvoli

Link:

Lettera ai ragazzi del movimento di R. Saviano

Risposta degli studenti a Saviano contenuta in http://www.ateneinrivolta.org

Sentirsi come Saviano

Sentirsi come Saviano. Ritrovarsi rinchiusi in una stanza asettica, per ora. Protetto dal pericolo del mondo esterno, per diversi motivi ovviamente, ma sempre reclusi. Il pericolo, qui in Guatemala, non sono i Clan, non sono i risentimenti dei potenti toccati dalle parole, non sono gli interessi miliardari di boss rinchiusi in bunker come topi di fogna. Qui in Guatemala, il pericolo è la fame. Il pericolo non è la criminalità organizzata, ma quella detta “comune”, fatta di persone normali, che non trovano altra via per sopravvivere che derubare i gringos, gli stranieri, i turisti. Un coltello o una pistola è quanto basta per portare a casa qualche quetzales, magari giusto per affrontare una giornata in più. Qui in Guatemala la vita è così, è una vita di confine, una vita difficile. Forse sarebbe meglio dire, una vita di confino, isolati, come mi sembrano anch’essi, qui tra bidonville e quartieri super moderni, abitati però solo dai bianchi e dai pochi residenti locali ricchi. Qui la vita è così, spaventa certo, ma forse ancor più fa male, brucia nello stomaco, lascia un vuoto incolmabile nella gola.

Sono arrivato da due giorni. Due giorni di reclusione in Ambasciata, il lembo di terra natia sul suolo straniero. Sono arrivato da due giorni e non sento che ripetermi sempre le stesse cose: “qui la criminalità ha i tassi più alti di tutto il Latino-America”, “sembra tranquillo, ma è un pericolo che non si vede, che non si percepisce, bisogna stare attenti”, “ci sono 200 omicidi ogni 90.000 abitanti”, “è meglio non camminare per strada da soli, sia di notte che di giorno”, “meglio non portare cose troppo vistose addosso, come collane, orologi, o anche cellulari”, “solo i taxi che si chiamano per telefono sono sicuri, da quelli che si incontrano per strada non si sa cosa ci si può aspettare”; e via dicendo.

La polizia non deve starsene con le mani in mano si penserà, avrà di certo il suo bel da farsi. Frasi fatte, luoghi comuni da occidentali, da persone che fortunatamente non conoscono, o hanno mai conosciuto, la fame e la disperazione, quelle vere. La disperazione, mancanza di speranza, nel cambiamento magari. La polizia, invece, qui non fa quasi nulla. Il tasso di probabilità di non essere arrestati se si commette un omicidio è del 95%, cioè arrestano cinque assassini ogni 100 cadaveri. La polizia non può fare, non ce la fa a fare. Anche loro hanno gli stessi problemi comuni a tutti gli altri – sopravvivere – a cui va aggiunta una variabile non di poco conto: la corruzione. Il Guatemala è anche il paese dei corrotti, e la polizia non può essere certo da meno. Ogni poliziotto ha a casa bocche da sfamare. Oppure, molto più semplicemente, anche loro, come tutti noi, inseguono il suo fottuto sogno americano, l’opportunità di svoltare una buona volta e passare dall’altra parte, dalla parte di quelli che si possono permettere di guardare il resto del mondo dall’alto in basso. Anche loro hanno diritto a questo sogno, così come anche loro lo perseguono in tutti i modi che la vita gli pone davanti. “Le deremo un pezzo di carta con su scritto che sta qui da noi in Ambasciata, sa nel caso dovessero fermarla” – mi ha detto il consejero. Potrebbe volare una busta di cocaina nella mia tasca, per esempio, e così piovermi addosso la richiesta di una bustarella per farla finita con le buone.

Le auto, infine, hanno tutti i vetri oscurati. Che sia un narcotrafficante o una casalinga non si deve vedere l’interno della vettura, potrebbero avvicinarsi ad un semaforo e rapinarti puntandoti un coltello alla gola. Quindi non si devono neanche tenere aperti i finestrini. Mi si dice che anche in pieno centro può succedere l’irreparabile, con i vigili urbani magari a vedere tutta la scena: nessuno oserà far nulla, tanto il gringo ha altri soldi a disposizione mentre di vite non ne sono concesse troppe. Nessuno farà nulla, è normale così, la violenza sopra ogni legge, come da copione, come in ogni epoca mai vissuta, nella quale è stata proprio la legge a perdere il suo senso più basilare: detenere la violenza per proteggere tutto il gruppo. Così che non si uccida il prossimo, il simile, l’uguale, l’amico, il concittadino, il vicino e via dicendo.

Eccomi dunque, mi ritrovo in questo ambiente ancora asettico, sperando che non sia tutta qui la mia nuova esperienza, sperando in un contatto, sperando nella possibilità magari di comprendere la realtà che mi circonda, cosa che peraltro ho cercato in ogni viaggio passato. Se così è da questa parti, se così è il Guatemala, non mi resta che aspettare, capire, ragionare. La disperazione è sempre ad un passo da noi, ed in ognuno di noi, in fondo. La fame non è fatta per essere saziata, Saviano lo sa, così come lo sa ogni Guatemalteco che in questo momento se ne va a caccia.