La macchina perfetta

Il primo pensiero è stato devo andare. E come sette anni fa, sono andato.
Quel che di buono sono riuscito a fare non è importante. Quel che avrei potuto fare in più è un rimpianto che porterò sempre con me.
Ogni singola persona che ho incontrato la mattina del 24 agosto merita di essere lodata anche solo per aver avuto il coraggio di esserci. Non a loro è rivolta la rabbia con cui scrivo questo testo. La ricostruzione che faccio della prima fase dell’emergenza è frutto solo della mia osservazione diretta, ma condivisa con molte altre persone che quel giorno c’erano, e quindi spero, fortemente spero, del tutto sbagliata.

Sono arrivato tra le 5.30 e le 6.00. Entrato in paese, le parole del Sindaco Pirozzi, «Mezzo paese è crollato», mi sono subito sembrate un nulla: Amatrice non c’era più.
Per capire come muovermi, ho fatto un breve giro di perlustrazione durante il quale ho incontrato, oltre agli abitanti di Amatrice e a parenti e amici accorsi da Roma, solo una squadra del Soccorso Alpino aquilano munita di cane (3 persone), un paio di poliziotti, una manciata di Guardie Forestali e alcuni medici giunti dall’Aquila.
Verso le 7.00 sono cominciate ad arrivare le prime squadre di Vigili del Fuoco e delle Protezioni Civili locali, almeno nella zona dove mi trovavo. Lungo il corso, invece, c’erano quattro o cinque capannelli di persone al lavoro, a occhio, non più di cinquanta, cento unità ma a grande maggioranza civile. Molti gli aquilani, e non sarebbe potuto essere altrimenti.
A metà mattinata, attorno alle 10.00-10.30, c’erano diverse squadre di Carabinieri, Finanzieri, militari, poliziotti, Soccorso Alpino, Soccorso Speleologico, Unità Cinofile (ne ho incontrate almeno 6 o 7), Croce Rossa, gruppi di operai d’imprese edili, oltre ai VVFF e ai volontari della PC. E tanti, tanti civili. Una forza lavoro non sufficiente, ma finalmente degna di nota, nell’ordine di qualche centinaio di persone.
I primi mezzi meccanici, bobcat di ditte private in particolare, li ho visti quando era già mezzogiorno. Le strade potevano essere liberate e i soccorsi potevano muoversi con più rapidità. Da allora in avanti, a quasi otto ore dal sisma, mi sento di dire che la macchina dei soccorsi era in piena efficienza. O meglio, sarebbe potuta essere in piena efficienza. Perché non è una mera questione di numeri, lo sottolineo con forza, bensì di come il lavoro di soccorso è organizzato. Mi spiego. La finalità di quanto scrivo è che vorrei che si potesse imparare dagli errori, una buona volta; e non emettere una mera sentenza che lascia il tempo che trova.
Ho dato il mio piccolo contributo fino alle 17.00, più o meno, e fino a quel momento non c’è stato alcuna forma di coordinamento tra i soccorsi. Ogni singola persona, ogni squadra che si muoveva tra le macerie lo faceva senza organizzazione e logica. La difficoltà degli interventi era notevole, è innegabile, ma non ho visto una e una sola persona impartire ordini, orientare sensatamente l’impegno profuso. Anzi, spesso (e me ne assumo la responsabilità) mi sono trovato io stesso a dirigere gruppi di militari, di Carabinieri, e via dicendo, indicando loro i punti dove ancora non era stato nessuno. E spesso sentendomi rispondere che loro prendono ordini solo dal superiore. Ebbene, dov’erano questi superiori? E i superiori dei loro superiori?
I soccorritori hanno agito a intuito, seguendo più il cuore e la foga che la logica e la risolutezza. Le unità cinofile, seppur efficientissime, erano insufficienti. Loro erano le uniche a poterci dire dove scavare con esattezza, ma i cani dopo un’ora sono stanchi e il loro aiuto viene meno. Gli amatriciani e i parenti accorsi erano preziosi nell’indicare le abitazioni dove potevano esserci persone, persino nell’indicare dove avrebbero dovuto essere le stanze da letto, ma molti di loro, con l’arrivo dei volontari, sono stati allontanati e non invece ripartiti tra le squadre per velocizzare le ricerche.
Gli unici che sapevano come muoversi erano i Vigili del Fuoco, ma mi spiace dirlo, ancora loro senza alcun coordinamento apparente. Per esempio, attorno a loro si radunavano decine e decine di persone, quando invece per scavare e per togliere le macerie non ne servirebbero che dieci, venti, secondo le esigenze. Invece restavamo, io compreso, con le braccia conserte in attesa di un piccolo secchio da scaricare, di passare una pala, di rimediare una barella, o a far nulla.
Tanta volontà, tanto impegno, tanta fatica, per carità, ma credo di poter dire per troppo tempo gettati alle ortiche, sprecati.
Questo è il nocciolo della questione. Com’è possibile dopo L’Aquila, dopo l’Emilia non ci sia ancora una forma organizzata, veloce ed efficiente di coordinamento dei soccorsi? I mezzi erano parcheggiati a casaccio, spesso intralciando la strada. Chi scavava alle volte scavava dove si era già scavato. Intere vie sono state ignorate perché ci si fermava dove c’erano già altri soccorritori nell’illusione e nella speranza di poter comunque fare qualcosa, quando a pochi metri o in un’altra via decine di persone stavano morendo. I reporter erano liberi di muoversi a loro piacimento (bene documentare ma c’è un limite), a volte posizionandosi in zone rischiose solo per fare lo scatto della giornata. Quando sono andato via, fuori da Amatrice ho incontrato molte squadre specializzate ferme, in attesa, in attesa di chissà cosa.
Tutto questo si è tradotto in lentezza, tutto questo si è tradotto in vite umane. E dato che non si fa altro che riportare da ogni parte «238 le persone estratte vive dalle macerie», come se fosse il più grande dei successi, penso sia doveroso invece fare un esame obiettivo di quanto successo, imparare e alla svelta dai nostri errori. Ebbene, ho paura, sì, ho paura, che quel numero, «238», sarebbe potuto essere molto più grande se solo ci fosse stata una qualche forma di coordinamento, se solo ci fosse stato qualcuno a dirigere le operazioni. Se solo ci fosse stato qualcuno a dirci cosa fare.
Mi spingo a dire che ci sono delle responsabilità in tutto questo, sono certo, se non personali, almeno di sistema. La “macchina perfetta” non esiste, non l’ho vista; temo sia solo un’illusione che stanno inventando alla TV per coprire gli errori. Chi comanda in queste situazioni? Chi si prende la responsabilità? La Protezione Civile? I vigili del Fuoco? Ebbene, i graduati, i dirigenti dov’erano? Mi sarei aspettato di trovarli alle porte del paese a impartire ordini e direttive, a decidere tra loro la strategia migliore, a condividere le poche informazioni utili, invece c’era un appuntato che neanche bloccava chi non sarebbe dovuto entrare.
Avrei potuto fare di più, ne sono certo. Lo rimpiangerò per il resto della mia vita.
Si sarebbero potute salvare molte più persone, anche di questo sono certo, e questo è invece un rimpianto che ogni italiano dovrebbe avere. Dobbiamo richiedere con forza al Governo di strutturare un piano d’azione in caso d’emergenza realmente efficace. Dobbiamo pretendere con forza che la macchina dei soccorsi non sia solo mediaticamente perfetta, ma che davvero tenda alla perfezione. Che sia intelligentemente coordinata e in costante aggiornamento tecnologico e strategico. Dobbiamo pretendere che non si commettano mai più grossolani errori, anche se commessi in totale buona fede.

È un appello quello che faccio. Potevamo fare di più. Dobbiamo fare di più la prossima volta.

(Foto mie e di un amico; dal 2 al 17 settembre non sarò in Italia per rispondere ad eventuali critiche; la condivisione del testo è libera, basta citare l’autore, non per fama ma per responsabilità. Mi scuso per i refusi, il tempo è poco e molta l’urgenza.)

Alessandro Chiappanuvoli

 

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La pettorina Toyota

La pettorina Toyota

C’era il sole a picco sulle fronti contrite. Si vedevano le gocce di sudore luccicare, anche se era solo aprile. Erano tutti in moto, sembravano formiche, di quelle impazzite per l’improvviso ostacolo messo sul loro cammino da un bambino bastardo che proietta la sua educazione sugli insetti indifesi. Nessuno sapeva dove andare, eppure era in moto.

«Dov’è che fanno la distribuzione dei viveri?» chiese un vecchio al tipo in pettorina giallo fluorescente.

«Di là, in fondo, vedrà le tende della Croce Rossa.»

«Sa, mia moglie è invalida e non sappiamo come fare.»

«Vada vada, l’aiuteranno loro.»

Il ragazzo indossava una semplice pettorina di quelle per cambiare la ruota forata all’auto, ma Toyota era scritto in piccolo.

L’anziano signore si incamminò traballante e il ragazzo rientrò nella tenda dove svolgeva il suo lavoro di volontario. Catalogava case su fogli di carta fotocopiati. Doveva chiedere cose come: «Lei dove abita? Che tipo di danni ha subito? Ha già un posto dove andare? Le serve una branda qui nella tendopoli in allestimento? Ci sarebbe anche l’opportunità di essere trasferiti sulla costa, mi lascia i suoi recapiti così la aggiungo alla lista?»

Ogni tanto gli si strozzava la voce in gola quando arrivava qualcuno dicendo di essere di Onna, di Paganica o del centro storico. Ogni tanto le persone si mettevano a piangere e lui doveva far loro forza. La penna tremava.

Grossi camion mimetici si susseguivano al cancello dell’impianto sportivo, gli ordini scorrevano metallici dentro le radioline, operosità dopo giorni di si salvi chi può. Il ragazzo si asciugava continuamente il sudore con la manica della maglietta. Sulla tenda verde militare si convogliavano tutti i raggi del sole. Quel caldo eccessivo si diceva fosse causato dal radon.

L’incedere traballante del vecchio catturò lo sguardo del ragazzo attraverso la selva di gambe delle persone in fila. Tra le braccia aveva una cassetta piena di alimenti. Tirò un sospiro di sollievo e regalò un gran sorriso allo sfollato che aveva di fronte. «Lei dove abita? Che tipo di danni ha subito casa sua?»

Località, vie, indirizzi, tipologie di danno: leggero, strutturale, grave. Nomi e cognomi. Sospiri e occhi lucidi. Andò avanti per qualche altro minuto, finché la sua attenzione non fu di nuovo attratta dal viale d’accesso. L’anziano signore col suo incedere traballante stava tornando alla carica per prendere altro cibo. “Ancora?” pensò. “Ma sì, sua moglie è invalida, che si faccia pure un paio di giri! Forse sono stati lasciati soli dai figli. Forse i figli non abitano neanche all’Aquila. Forse hanno davvero bisogno.”

«Abitiamo a Santa Barbara. Sa che Santa Barbara è la protettrice dalle morti violente?» disse la donna che stava assistendo.

«Eh?» fece lui.

«Quanti siate in famiglia?»

«Quattro.»

La signora chiese informazioni sul trasferimento sulla costa. Il ragazzo rispose con diligenza e precisione. Le diede i numeri da chiamare e le disse che nel piccolo ufficio del gestore dell’impianto, ora sede operativa dell’organizzazione emergenziale, avrebbe trovato altri volontari che avrebbero potuto metterla in contatto diretto con le autorità delegate. Disse che ogni giorno partivano carovane di pullman e automobili private. C’erano ancora posti disponibili dal quel che si vociferava. Sarebbero stati accolti negli alberghi.

«Me ne tengo ji da ecco, ji figli me non dormono da ‘na settimana…» si lasciò sfuggire la signora in dialetto.

«Le famiglie con figli piccoli hanno la precedenza, non si preoccupi.»

«Grazie.»

«Buona fortuna.»

I campi da calcio in terra iniziavano a tingersi di blu. Una dozzina di unità della Croce Rossa stava montando le tende della Protezione Civile. Ci vogliono più o meno trentacinque minuti per montarne una e almeno quattro persone che sorreggono agli angoli la struttura di metallo dipinta di rosso. Rigore e organizzazione militareschi. Pizzetti impeccabili, occhiali da sole scuri. Sui petti, lustrini del Libano, del Kossovo, dell’Afghanistan. Le persone sarebbero state trasferite dal grande tendone del campo di calcetto, dove erano state ammassate nei primi giorni. La stessa gente che se ne stava lì a guardarli con occhi vuoti.

Il ragazzo chiese un attimo all’uomo che gli si era fatto avanti, si tolse gli occhiali e si passò la mano sugli occhi per asciugare il sudore tra le ciglia. Quando li riaprì vide ancora una volta l’anziano signore dall’incedere traballante che si dirigeva con la cassetta vuota verso la distribuzione dei viveri.

«Mi scusi ma questo caldo mi sta facendo impazzire. Mi dica, dove abita?» e accennò un sorriso di plastica. “Quello si va a prendere da mangiare un’altra volta!” pensò stringendo forte la penna nel palmo chiuso.

Finito col signore, chiese scusa alle persone in fila. Si stiracchiò la schiena e disse ai altri volontari che sarebbe tornato subito. Solo un attimo di respiro.

«Vado a bere qualcosa di fresco.» disse.

Si mise sulle tracce del vecchio. Accese una sigaretta continuando a camminare a passo svelto. Il sudore gli cadeva dalle sopracciglia negli occhi. Davanti agli spogliatoi si era formata una gran calca. Quando fu vicino vide i volontari addetti alla distribuzione schizzare da una parte all’altra delle transenne poste come delimitazione, chi con pacchi di pasta, chi con pannolini, chi con vestiti di vario genere. La folla premeva. Capì subito che non c’era una vera e propria fila. Erano tutti ammassati come vermi sulla carogna. E sguisciavano gli uni sugli altri. Il ragazzo non riuscì a vedere l’anziano signore.

«Ecco a lei signora, pasta latte biscotti e le pantofole che mi ha chiesto.» «Come dice? No, gli omogeneizzati ancora non li abbiamo. Come? Un attimo che chiedo ai ragazzi.» «Stiamo razionando le cose. Per ora le posso dare solo due chili di pasta.» «Sono tre ore che sto in fila, giovanotto, sono tre ore che sto in fila!» «Se mi da un po’ di succhi di frutta e di sapone mi basta.» «Non è che ce ne sta un’altra di quelle tute dell’Adidas?» «Sì, signora, un attimo che vedo.» «Chi mi aveva chiesto delle scatolette di tonno?» «Io!» «Oh! Le avevo chieste prima io!» «Capò, addo’ te pinzi de sta’ a casta?» «Signori, calma, ce n’è per tutti!» «Scusi signore, io ho bambini piccoli, signore, qualcosa da vestire per bambini piccoli, per favore?» «Escì, e mo’ che demo prima la roba agli stranieri e poi agli italiani?»

Uno uomo a testa bassa si voltò di scatto e diede un colpo sul petto del ragazzo. «Oh, non è che me po’ da ‘na mani a prende qualcosa da magna’ e da vesti’?»

La pettorina si sgualcì per poi ritornare immacolata al suo posto. La sigaretta gli cadde dalla bocca.