La Stella che brucia l’Italia

[Precedentemente pubblicato su Word Social Forum http://wordsocialforum.wordpress.com/2012/07/10/la-stella-che-brucia-litalia/]

Sento ancora i loro passi fuori le mura della città, diventati grida di gioia e applausi e musica. Sono andati via ma io li sento ancora. Sento le loro voci che mi rimbombano nella testa, vedo i loro muscoli affaticati e la loro pelle bruciata dal sole, ascolto le loro parole, i loro racconti, le esperienze, scaldo il mio cuore intorno al fuoco in mezzo a loro, mi commuovo ancora scostando appena il capo perché non mi vedano, e mi sento meno solo, meno solo davanti alla sfida che da aquilano e italiano so di dover affrontare.

Non un esercito, non una moltitudine ma uomini e donne, tante persone con lo zaino in spalla e un sogno nel petto. Rimettere insieme i pezzi del passato, dimenticare le divisioni e i conflitti, salvare il buono che c’è stato, immaginare il nostro futuro, abbracciarlo insieme.

Sono arrivati nella mia Città e oggi la Città mi sembra meno vuota. Resta la macchia del fuoco acceso nella grande piazza. Il vociare di persone nei bar che già ricordano quei pazzi spuntati dal nulla. La vita che ha riempito di vita questo posto dove vita non c’è. La stella tricolore appesa sulla transenna davanti alla Casa dello Studente, come a dire “l’Italia è qui e con gli Aquilani aspetta la verità”. I fili di lana colorati tesi nella Zona Rossa, fili che ora legano un’esperienza ad un’altra, una lotta ad un’altra, un’emozione ad un’altra, una valle ad un altro Valle. I germogli dei tanti saperi, delle tante idee e testimonianze condivise già si stanno facendo strada spaccando le piastrelle della pavimentazione cittadina. Quei germogli oggi sono tutte le nostre speranze di Aquilani, di Italiani, di sognatori. Quegli abbracci fraterni già mancano al petto ma hanno scaldato e sempre scalderanno i nostri cuori. Oggi, siamo tutti meno soli.

Ricucire l’Italia, questa la missione delle centinaia di persone che hanno camminato per sessanta giorni dai cinque estremi del Paese verso L’Aquila. Rimettere insieme i pezzi della nostra identità. Ritrovarci Italiani, amici, vicini, simili, se volete disperati, ma disperati della stessa disperazione. Rimettere in moto l’Italia e credere così in un futuro migliore.

Questa missione però non ha nulla di rivoluzionario. Il cammino, o meglio, il ritorno al cammino è una reazione prettamente naturale, istintiva, genetica. Ogni essere vivente si mette in moto quando le condizioni che permettevano la sua esistenza in un determinato luogo sono giunte ad esaurimento, che siano nomadi, che siano bisonti, che siano funghi. E l’Italia, non devo certo dirlo io, si trova sull’orlo del precipizio, un baratro, più che economico, culturale. Il nostro è un Paese che si sta spegnendo rapidamente perché non sa più essere terreno fertile per le idee, non offre più le condizioni necessarie per la sopravvivenza dei sogni.

I camminatori di Stella d’Italia questo lo hanno capito, e l’hanno capito prima degli altri. Hanno così deciso di dirigersi verso L’Aquila, una città di confine, una città già sprofondata nel baratro, dove la catastrofe naturale non ha fatto altro che anticipare ai suoi abitanti la catastrofe culturale. Hanno deciso di venire a vedere il fondo, il limite ultimo del degrado. I camminatori di Stella d’Italia hanno viaggiato, e continueranno a farlo, perché non hanno alcuna intenzione di arrendersi.

Viaggiare non è altro che andare alla ricerca delle condizioni che permettano la vita, una vita migliore. Si intraprende un viaggio perché si immagina, perché si sente, che queste condizioni esitano. Viaggiare, in fondo, è il primo atto creativo.

I camminatori di Stella d’Italia lo hanno capito, hanno sentito la catastrofe, si sono messi in viaggio. Oggi, che la città è vuota, sta a noi Aquilani avere il coraggio di prenderne coscienza. Oggi, che la Nazione è un’entità vuota, sta a voi Italiani mettere da parte le paure e armarvi di speranza. Oggi, che i camminatori ci hanno mostrato la strada, sta a tutti noi, Aquilani e Italiani, imbracciare lo zaino e partire uniti per il nuovo cammino.

Sento i loro passi che si allontanano dalle mura della mia città, eppure, oggi mi sento meno solo. Domani, sono certo, arriveranno già alle porte delle vostre città. Uscite di casa. Spalancate le vostre braccia. Seguiteli. Tornate a camminare. Vi sentirete meno soli.

[Video di Valeria Tomasulo]

09/07/2012

Chiappanuvoli

Annunci

#3 Emilia: un terremoto minore

Se anche mio nonno, nel chiedermi come è andata in Emilia, esordisce dicendo: «Ma non stanno messi come noi?», alludendo in questo modo ad un paragone tra le conseguenze dei due terremoti, emiliano e aquilano, vuol dire che non solo l’informazione mediatica ha miseramente fallito, ma anche che abbiamo fallito noi (aquilani in primis) come fruitori di tale informazione, ormai inebetiti dal pensiero dominante. Non è certo mio nonno il metro di giudizio per questa mia considerazione, ne è solo l’anello culminante. Tutti gli aquilani con cui ho avuto modo di parlare in questi giorni mi hanno fatto la stessa domanda: «Ma mica stanno messi come noi?».

palazzo di tre piani crollato

#3 Emilia: un terremoto minore.

Un tale comportamento non me lo sarei mai aspetto da un aquilano. È paradossale. Perché abbiamo la necessità di fare un paragone tra noi e loro? O peggio, perché abbiamo la necessità di sapere che il “nostro” terremoto è stato più distruttivo del “loro” terremoto? È come se essere certi che in Emilia ci sono stati meno danni ci rendesse più tranquilli. Una misera consolazione, moralmente parlando. Certo ci sono state meno vittime (29 vs 309) e non è stato colpito un grande centro storico cittadino, ma comunque un centro industriale nevralgico oggi rischia il collasso, il raggio del cratere sismico è di almeno 50 chilometri e comprende quattro province, gli sfollati (facendo un rapido conto dei paesi colpiti) superano abbondantemente le 100.000 unità, sono stati dichiarati “zona rossa” una ventina di centri storici. È incredibile, È come sapere di essere più terremotati ci faccia conservare la nostra leadership di sfigati. È come se fosse messa a rischio la nostra stessa identità. È come se (e mi vergogno anche solo a scriverlo) sapere che noi aquilani “stiamo messi peggio” ci garantisca una posizione di privilegio quando dovremo andare a bussare alla cassa del principale, del Governo, e alle tasche di tutti gli Italiani.

Spero di essere stato troppo duro e affrettato nel mio giudizio, ma non riesco a vederci altra spiegazione. L’unica giustificazione a questo comportamento la trovo, come detto, nell’informazione, nella scarsa, impreparata, asservita, degenerata informazione mediatica nazionale. L’impressione media è quella che siano caduti quattro orologi, sette campanili, qualche decina di fabbriche (di cui la maggior parte produceva Parmigiano…). E invece i danni ci sono e sono anche ingenti. La mia impressione, voglio essere onesto, è che possano essere danni quantitativamente inferiori a quelli dell’Aquila, cioè nel numero degli edifici, ma qualitativamente sono esattamente i medesimi. Ci sono edifici crollati, pilastri spezzati, le famigerate croci di Sant’Andrea, tutte le chiese (ma conta poco) danneggiate, oltre cento edifici scolastici inagibili, e centinaia, se non migliaia, di fabbriche che hanno interrotto la loro produzione. I primi dati sullo stato degli edifici che ho trovato in rete dice:
«(AGI) – Bologna, 13 giu. – Le strutture già controllate nella regione con scheda Aedes (ovvero controlli più approfonditi), invece, sono 6.994: di queste, 2.623 sono state classificate agibili, 1.203 temporaneamente inagibili ma agibili con provvedimenti di pronto intervento, 394 parzialmente inagibili, 95 temporaneamente inagibili da rivedere con approfondimenti, 2.318 inagibili e 361 inagibili per rischio esterno, ossia a causa di elementi esterni pericolanti il cui crollo potrebbe interessare l’edificio. Anche in Lombardia, informa la Protezioen civile, sono state eseguite verifiche approfondite in 413 edifici.»

Del resto, se chiedi a qualsiasi italiano come sta L’Aquila a tre anni dal terremoto ti risponde che l’hanno ricostruita. Del resto, siamo abituati a berci qualsiasi cazzata ci proponga la televisione. Del resto, in fin dei conti, ognuno ha i cazzi propri a cui badare, la crisi, la scandalosa Nazionale degli scandali, lo spread e drastiche misure (indemocratiche) adottate dal Governo tecnico della Repubblica Italiana democratica “affondata sui lavoratori”. Del resto, per quanti social network ci fregiamo di usare, ha ragione Bruno Latour quando quando dice che “Non siamo mai stati moderni”. Non riusciamo ad avere una visione di insieme, globale, siamo ancora attaccati al nostro orticello, e alle nostre misere identità (dicotomiche: “lui è cattivo perché io sono buono”). Del resto, e qui chiudo, lo Stato di Israele, il popolo martirizzato per eccellenza, sta commettendo un genocidio ai danni del popolo palestinese da mezzo secolo, sotto l’occhio impassibile del telespettatore medio mondiale.

15/06/2012

Chiappanuvoli

Arischia: un’anima semplice ma pratica

[da Comunita Provvisorie – http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2011/10/13/arischia-un’anima-semplice-ma-pratica/]

È una fredda mattinata, anche se il sole riscalda ancora. L’autunno è arrivato. La seconda corrispondenza aquilana mi porta ad Arischia, paese di 2000 anime che sorge nella vallata ovest della città, sull’antica via Caecilia, storico snodo, aggirando il Gran Sasso dal versante meridionale, per raggiungere l’Adriatico. Pur essendo a 15 km di distanza ci troviamo ancora nel Comune dell’Aquila.

Verso le 11.00 sono in uno dei bar nei pressi di piazza Duomo. Col sapore di caffè ancora in bocca, risalgo nella zona a nord dell’Abbazia di San Benedetto. La Chiesa a tre navate è puntellata, le pareti non hanno retto al peso della copertura in cemento armato, restaurato a metà del ‘900, e si sono allargate provando il distaccamento della facciata. Il borgo antico si articolava attorno ad essa diviso in tre contrade Villa Collis (Colle), Villa Pirri (Villa) e Villa Torricella (Torricella). Credevo di trovare una zona rossa chiusa da transenne invece ad Arischia ogni vicolo è accessibile. La maggior parte delle case colpite dal sisma sono già state buttate giù, solo pochi agglomerati sono stati puntellati. Come mi diranno in seguito, le demolizioni sono avvenute senza aver interpellato la popolazione (vedi video de Il Fatto Quotidiano).

Ciò che mi si offre alla vista è un paese estremamente eterogeneo. Antiche abitazioni in stile pastorale si accompagnano a case tipiche di edilizia anni ’60-’70, pregevoli villette perfettamente restaurate sorgono vicino ai resti degli edifici abbattuti, tronconi alti un metro o due con un doppio cappello di macerie ed erbacce. Le viuzze sono strette ed intricate, ma frequentissimi sono gli slarghi e le piazzette. Questi avevano una doppia funzione (come ci spiegherà lo storico Abramo Colageo) di aia e di via di fuga in caso di terremoto. Come per la città dell’Aquila, infatti, numerosi sono stati gli eventi sismici che hanno colpito Arischia, dal 1349 ad oggi, sorgendo per altro in prossimità di una delle faglie più attive, quella di Pettino.

Per conoscere più a fondo l’anima del paese, mi reco alla Fiera di Ottobre che si svolge proprio questo fine settimana sui resti del campo di calcio, inutilizzabile come impianto sportivo da quando vi fu impiantata la tendopoli dalla Protezione Civile. L’Associazione Abruzzo Fiera ha la finalità “di promuovere e divulgare la conoscenza ed il recupero dell’agricoltura, la zootecnica e l’allevamento” (http://cms.fieradiarischia.it).

La Fiera è ancora in fase di organizzazione, domenica sarà la giornata clou. Attacco bottone con le persone al bar, chiedo loro dove posso trovare il signor Colageo. Domenico Serpetti, imprenditore, si offre di aiutarmi, mi dice di essere un grande amico dello storico. Lo chiama al cellulare e, in men che non si dica, ho fissato un appuntamento nel pomeriggio. Resto a parlare con Domenico e un altro paio di signori. La situazione in paese, mi dicono, è grave e loro sono doppiamente svantaggiati nel processo di ricostruzione: fanno parte del Comune dell’Aquila ma ne sono a tutti gli effetti ai margini. “Quando si inizierà a ricostruire da queste parti se in città non si muove nulla?”.

Proprio per dare una svolta, gli imprenditori di Arischia hanno deciso di riunirsi in una società cooperativa consortile. Insieme potrebbero avere lo stesso peso di una delle grandi imprese che ha la possibilità di aggiudicarsi l’appalto. Arischia, inoltre, ha una grande tradizione edile, da qui vengono i migliori muratori e carpentieri – si dice. “Ma non è solo un fatto di soldi. – ci tengono a precisare – Chi meglio di noi saprebbe ricostruire le nostra case com’erano e dov’erano prima?”.

 L’appuntamento con lo storico Abramo Colageo è per le 18.00 in punto. Lo trovo che mi aspetta in macchina. Ci trasferiamo in un bar, il freddo si è fatto pungente.

Il signor Colageo mi dice subito di essere un appassionato e non uno storico. È modesto perché fin da subito dimostra una profonda conoscenza del suo territorio. Mi svela da prima l’origine del nome Arischia. Come ha suggerito Francesco Sabatini, ex presidente dell’Accademia della Crusca, il nome verrebbe dalla contrazione di due termini longobardi harimann (arimanno, uomo a capo di un distaccamento militare) e sculca ( posto di vedetta), da cuihari-sculca, nel tempo divenuto Arischia. E proprio origine longobarda sarebbe il primo insediamento localizzato nella zona degliu Castaglju, di cui permangono i ruderi recentemente scoperti. Oltre alla popolazione germanica, si sarebbe insediata nella zona anche una consistente colonia di profughi Saraceni, scacciati dal Garigliano attorno al 900 d.C. Non a caso lo stemma di Arischia è composto da due simboli: la mano benedettina e la mezzaluna islamica. Fu probabilmente grazie all’opera di conversione dei benedettini, fortemente presenti in tutta l’area, che le due comunità riuscirono a integrarsi e così a fondare, proprio attorno all’Abbazia di San Benedetto, il primo insediamento di Arisculca per come ci appare oggi.

Il periodo di maggiore splendore Arischia lo conobbe tra il XVI e il XVIII secolo. Fonte di ricchezza furono la pastorizia, la viticoltura e il legnatico del bosco di Chiarino, con le sue ampie faggete dalle quali veniva ricavato anche un olio da illuminazione esportato in tutta Italia. Oltre la decadenza economica legata alle sorti dell’intera area dell’aquilano, il terribile terremoto del 1703 e le successive invasioni napoleoniche contribuirono al depauperamento del paese. Nell’ultimo secolo, ci dice ancora Colageo, la tradizione agropastorale è stata man a mano sostituita da quella edilizia, ma l’antica anima di Arischia è tuttora conservata nelle pietre, nell’architettura in stile longobardo semplice ma pratica, delle abitazioni del centro storico. La sua speranza è di non vederla persa nel lento e logorante processo di ricostruzione.

Fonti:

1) Fuori porta la montagna, Gruppo Culturale “L’Arca” Arischia, Andromeda Editrice, 1998.

2) Catasto Onciario di Arischia, altri censimenti e testimonianze dal passato, Abramo Colageo, Andromeda Edizioni, 2007.

3) Il Fatto Quotidiano: Il borgo che resiste al terremoto ma non alla ricostruzione. (http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/16/il-borgo-che-resiste-al-terremoto-non-alla-ricostruzione/71958/; video:http://www.youtube.com/watch?v=8rkDY7g4b60)

Zona Rossa

Zona Rossa

foto di Claudio Cesaroli® (www.claudiocerasoli.com)

[Già apparso su Nazione Indiana]

Avete presente una di quelle serate in cui siete talmente fuori che il giorno dopo ricordate un decimo di quello che avete fatto? Quelle serate in cui vivete d’improvvisi flash che s’incastrano a fatica tra le immagini velocizzate della mente? Flash nei quali per un attimo appena recuperate coscienza di voi stessi e realizzate, cazzo realizzate che state vivendo uno dei momenti che vorreste ricordare per sempre nella vostra vita e gioite e i polmoni si riempiono di aria buona e vi sentite di esplodere, ma ce la fate a malapena ad accennare un sorriso ebete? So che avete presente di quali sere sto parlando. Per me ieri sera è condensato nell’immagine delle mie mani che si strusciano tra loro nel mezzo dei suoi seni.

Ero stata attratta da lei fin dai tempi in cui ancora cercavo di piacere agli uomini. Tempi scomodi, frustranti. Ero attratta ma mi limitavo ad osservarla, a fantasticare di poterla conoscere. I desideri non erano del tutto chiari. Poi passarono gli anni. Vennero quelli dell’università assieme a quelli della consapevolezza. Poi venne il terremoto. E venne anche il ritorno all’Aquila. Oggi, vivo in una città distrutta, una sorta di open space che comunque pare non essere in grado di contenere tanta energia e tanta rabbia. Oggi, ci si arrangia a sopravvivere contentandosi di avere ancora un’esistenza, nonostante il mostro che ci ha morso da sottoterra ed il male, forse peggiore, che ci è venuto in soccorso.

Ma non è di questo che voglio parlarvi.

La sera scorsa sono stata in piazza Regina Margherita. Lì, in quegli unici 20 metri quadrati di centro che hanno resistito. Ho fatto l’aperitivo lungo con gli amici. Sono arrivata alle 19.15 più o meno. Ho atteso la chiusura del Boss, che poi ci mette sempre una vita a cacciar fuori tutti. Poi mi sono spostata in piazzetta e cocktail a ripetizione al Malacoda. Quindi, “tazza della staffa” allo Zenzero, locale troppo chic, infatti non ci vado spesso, e ultima consumazione che rigorosamente non arriva mai. Ieri, però, le cose dovevano andare per forza così. Almeno mi piace pensarlo. La musica assordante. Il sudore. Gli sguardi. Lo stupore e l’emozione che ne è seguita. Il tocco delle sue dita attorno alle mie e il suo biglietto di carta abbandonato nella mano.

Ciao. Non mi aspettavo di rivederti in giro.

Ed io non mi sarei mai aspettata questo bigliettino!

Non ci credo. Ma se avevo una cotta per te dalle Superiori!

L’avessi capito prima!.. Sei sola? Ti vanno 2 chiacchiere?

Stasera sono con degli amici… Sola con degli amici : ) E cosa stiamo aspettando?

E mentre stavo scrivendo “Sto solo aspettando di conoscere te…, l’ho vista ammiccarmi ed uscire dal locale.

L’aria gelida mi ha tagliato le labbra. L’ho trovata che si abbottonava il doppio petto del cappotto nero. Doveva costare un sacco di soldi quel soprabito. Ecco perché non ci siamo mai incontrate in questi due anni aquilani, abbiamo frequentato locali differenti, altra gente, evidentemente veniamo anche da due classi sociali diverse. Poi il subbuglio delle deportazioni sulla costa e le abitazioni provvisorie costruite a casa del diavolo. Le singole vite che ricominciano.

I suoi capelli si poggiavano dolcemente sulle spalle. Ha acceso una sigaretta. Attraverso il fumo mi ha sorriso. Le parole di quei pezzetti di carta, che si sgualcivano in fondo alle tasche tra le mie mani sudate, presero vita, suono, speranza. Ricordo di aver notato i tanti bicchieri appoggiati dentro a uno dei vasi del locale. Ricordo di aver fissato per la prima volta i suoi occhi e di essere arrossita. Mi fingevo calmissima, nonostante le sue risposte mi emozionassero ed ancor più le sue domande. Avevo paura di fare una pessima figura. Ero nervosa e, al contempo, disinibita. La sbronza. Qualcosa di buono, però, devo averlo pur detto se siamo restare a parlare per un bel po’ di tempo. Se gli amici, che a turno venivano a chiamarci, desistevano sempre. Se mi ha detto che era felice di avermi conosciuta, sfiorandosi appena il viso con le dita. Se senza esitazioni ha accettato il mio invito a fare due passi poco più in là, nella zona rossa.

Ricordo la chiesa di Santa Maria Paganica e il suo tetto di plastica e di aver detto una cavolata. Lei che, accendendo una sigaretta, per poco non ha perso l’equilibrio. Ho pensato che non sembrava affatto brilla mentre mi parlava. Ricordo che dopo qualche metro ci siamo infilate in una viuzza. Abbiamo parlato di quanto era triste quello che ci circondava. Lei ce l’ha un po’ meno di me col Governo e l’amministrazione locale. La cosa non mi ha dato troppo fastidio. Sembrava avere le sue ragioni. Sembrava senza pregiudizio. Ricordo la luce completamente arancione e la sua pelle che mi attraeva. Quel portone antico aperto. I puntellamenti di legno muffo a sorreggere il soffitto. La paura. L’ansia. E quell’atrio che si apriva davanti a noi. Macerie ovunque, ancora. L’oscurità blu scuro. La sigaretta che nel tiro le ha illuminato gli occhi. Il pozzo dietro di lei. E il nostro primo bacio.

Ho cinto la sua vita con la mano. Il suo sapore si diluiva nella mia saliva. La tenerezza nel tepore dei respiri. Le carezze tra i miei capelli. La testa mi ondeggiava come cullata dal mare. Un’impercettibile senso di nausea mi ha ridestato. Ci siamo guardate negli occhi e ci siamo sciolte in un sorriso. E poi il desiderio. La gola. I baci violenti sul suo collo. La mia lingua che imparava il gusto della sua pelle. I suoi gemiti dentro le mie orecchie. Le sue gambe che hanno preso ad attorcigliarsi sulle mie. I bottoni dei cappotti saltati via come lapilli. Una mano a sorreggerle una coscia e l’altra ferma sulla camicia di seta a cercare il coraggio di salire o di scendere. Lei mi stringeva forte la testa. Le unghie infilate nella nuca. E il suo bacino che ha preso a strusciarsi sul mio, nylon contro jeans. La sua camicia che si è aperta lentamente mentre lei ha cominciato a ridiscendere la mia schiena. Mi ha sfiorato il sedere ed io mi sono immersa nei tuoi seni. Morsi e palpeggiamenti. I nostri corpi si univano in danza sopra il pozzo dei nostri desideri.

Ecco le mie mani che si agitavano sul tuo petto e poi la lampo dei miei pantaloni che scendeva. Era come se le sue mani mi avessero posseduto da sempre, decise e sapienti. Ho gemito. Lei mi ha baciato con forza. Mentre giocavo con la lingua sui suoi capezzoli, mi trascinava oltre la logica. Il respiro si è interrotto presto. Ho preso a singhiozzare quasi. L’unica salvezza è stata chiudere gli occhi e lasciarmi conquistare completamente da lei. Il mio cuore pompava a centomila battiti al minuto. Ha portato le dita alla bocca.

Ricordo che ho avuto paura di romperle le calze. La restituzione del dono, perché è così che si creano le alleanze. Lei che riusciva persino a pronunciare delle sillabe piene di vapore. E mi stropicciava le orecchie. Mi mordeva il mento. Mi soggiogava al suo volere. Ero lì solo per lei. L’eco dei nostri vagiti che riempiva di vita quelle mura morte. E poi ricordo l’odore dei suoi capelli e il mio mento che premeva sulla sua schiena. Si è contorta dentro le mie braccia. Ho sentito una carezza calda tra le dita. Non sono riuscita a formulare pensieri composti. Felice. Innamorata. Emozionata. Eccitata. Confusa. E il mio cellulare che non la smetteva di squillare, da terra dentro la borsa, quella canzone che quasi come un prodigio. Take me somewhere nice dei Mogwai. Portami in qualche luogo piacevole. E c’ero.

Avrei voluto fotografarla per non pensare di aver immaginato tutto il giorno dopo. Mi rifiutavo di rischiare di perdere quel ricordo. Totalmente rapita. Avevo già paura di perderla. Era il peso di quel desiderio che avevo finalmente esaudito. Cosa avremmo fatto poi? Il giorno dopo ci saremmo ignorate? Saremmo state cattive?

Ci siamo ricomposte in fretta e furia. Mi ha detto che la stavano di certo aspettando. Abbiamo sorriso e scherzato per un po’. La luce del cellulare per trovare l’uscita. Il puzzo delle travi di legno. La luce arancione intatta nella viuzza. Qualche metro più in là si è fermata. Mi ha baciato di nuovo cogliendomi di sorpresa. La mia bocca si è aperta in ritardo. La morsa delle sue labbra mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena. Non avrei mai immaginato di sentirmi così a mio agio, istintivamente, con una ragazza dell’Aquila. L’adolescenza sofferta. La libertà ritrovata solo lontano da qui. Le difficoltà al ritorno. Il peso del silenzio. La minaccia della vergogna. Il senso di colpa nel vedere i sogni di mia madre infranti. Il nervosismo ed i segreti. Le bugie che riempiono il melodramma della mia esistenza. Sono crollate le mura e ancora sento che non c’è spazio per noi qui all’Aquila. La città di Sant’Agnese.

Sto ricomponendo i pezzi di carta che ci siamo scambiate ieri sera. È come ricomporre me stessa, in questa piccola provincia mai diventata città. Li leggo e li rileggo senza sosta. Per cercare di carpire un altro senso, magari più profondo, che però non c’è. So, però, che è tutta in questi piccoli brandelli di carta la speranza di una vita che vuole ricostruirsi. Una vita che vuole rinascere.

In questa carta c’è la svolta del nostro domani.

Chiappanuvoli